Coronavirus, il virus ha “risparmiato” il Mezzogiorno ma c’è il rischio default

La diffusione del Coronavirus nel Paese ha esaltato le differenze sociali ed economiche dei suoi territori. La Fase 2, necessaria e ormai indifferibile per una ripresa della produttività, a fronte di un calo dei contagi e dei decessi e in considerazione della sostanziale “tenuta” del Mezzogiorno nel contrasto al propagarsi del virus, incoraggia riaperture graduali, ragionate, pianificate, coordinate. Ma si rende necessario, a livello centrale – e le task force create si stanno muovendo in tal senso – una strategia che tenga conto delle specificità, negative o positive che siano, delle varie Regioni e delle grandi aree in cui si suddivide l’Italia.

Ebbene, la circostanza che vede un Sud meno colpito dagli effetti del virus, a differenza di quanto è invece accaduto in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, alle prese con un’emergenza sanitaria di primo livello, da un punto di vista sociale, economico e produttivo sarà non meno nefasta. Al sistema economico nazionale, il lockdown per il Covid-19 è costato tra i 45 e i 47 miliardi di euro e, 10 di questi, riguardano il Sud che sconta una sua debolezza strutturale – oltre a carenze infrastrutturali – di potenziale delle imprese.
La previsione di un calo del Pil riguarda per un -8,5% il Centro-Nord e per un 7,9% il Mezzogiorno. A questi fattori, già determinanti, se ne devono aggiungere altri relativi alle percentuali di disoccupazione, di lavoro sommerso, di maggiore pervasività delle organizzazioni criminali, di difficoltà di accesso al credito, dell’avvento di nuove povertà, di un ulteriore impoverimento del ceto medio. È per questo che l’impatto del virus sull’economia, sul reddito delle famiglie, sul fatturato delle imprese, non sarà meno gravoso. Le regioni del Mezzogiorno vivevano anche prima dell’esplosione dei contagi una sostanziale desertificazione di interi territori. È per questo che una strategia di ripresa, di programmazione degli aiuti alle imprese e alle famiglie, non può che scendere nel merito di una conoscenza reale delle specifiche peculiarità.
Ma stiamo ai numeri: le stime sui livelli di povertà ci dicono che i nuclei familiari in regime di povertà assoluta sono circa 1,8 milioni per un totale di 5,6 milioni di persone. Al Sud il dato dei nuclei interessa un milione di nuclei familiari. Al Sud circa 740 mila famiglie hanno beneficiato del reddito di cittadinanza, per un totale di 1,9 milioni di persone: un italiano su trenta, con un importo medio mensile di 480-500 euro. Il maggior numero di domande accolte proviene dal Sud Italia, con una percentuale di beneficiari del sussidio che si attesta per il 61% nel Mezzogiorno. Altri dati sono quelli relativi ai lavoratori irregolari del Sud (800 mila circa), e al numero di disoccupati (950 mila). Va da sé che con queste cifre e con un blocco generalizzato delle attività produttive lo spettro della piena recessione e del rischio di tenuta sociale del Mezzogiorno – con una carenza di liquidità che si allunga e con una lentezza burocratica degli aiuti economici per le fasce più deboli della popolazione – diviene una prospettiva più che concreta, soprattutto se nel giro di pochi giorni non si invertirà, nei fatti, la tendenza.
Tardano ancora a dispiegarsi e ad essere applicati, e quindi percepiti, i veri effetti delle misure nazionali all’interno della cornice rappresentata dalla risoluzione adottata dalla Commissione europea il 19 marzo scorso con il «quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del Covid-19, per consentire agli Stati membri di adottare misure di aiuto all’economia in deroga alla disciplina ordinaria sugli aiuti di Stato nella forma di sovvenzioni dirette, anticipi rimborsabili o agevolazioni fiscali, garanzie per prestiti contratti dalle imprese, prestiti pubblici agevolati alle imprese, garanzie e prestiti veicolati tramite enti creditizi, assicurazione del credito all’esportazione a breve termine». L’approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri, nei mesi di aprile e marzo, dei decreti legge – DL 9/2020, 14/2020, 18/2020, 23/2020 – con l’obiettivo di introdurre e potenziare le misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese non ha avuto sinora alcun riscontro: il riferimento è all’erogazione di 1,24 miliardi per credito di imposta e alla istituzione di un fondo di 100 milioni di euro per la copertura totale degli interessi passivi sui finanziamenti bancari destinati al capitale circolante in favore della sospensione dei termini di versamento di alcuni tributi, contributi e altri adempimenti fiscali, fra cui le ritenute d’acconto sui redditi da lavoro autonomo e detrazione Irpef, ma anche lo stanziamento di 5 miliardi per gli ammortizzatori sociali – Cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga – destinati a tutti i dipendenti dei settori produttivi.
Di nessuna efficacia, ad oggi, le misure relative al sostegno all’occupazione e ai lavoratori per la difesa del lavoro e del reddito con un finanziamento apposito e straordinario di 10 miliardi. Misure straordinarie da economie di guerra, legate al blocco immediato di interi comparti – ad eccezione di quello alimentare – come avviene nelle situazioni di guerra. Ebbene, non ci pare che i provvedimenti adottati sinora rispondano alla gravità e alle ricadute che per la popolazione ha una guerra per quello che attiene alle forme di sostentamento e di aiuto. Non appaiono adeguati, infatti, né il trasferimento ai Comuni di 4,3 miliardi dal Fondo di solidarietà comunale in anticipo rispetto alla scadenza ultima prevista per maggio, né l’incremento pari a soli 400 milioni da destinare a misure urgenti di solidarietà alimentare per le persone non in grado di soddisfare i bisogni più essenziali. Lo stesso si può dire per il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e delle misure di emergenza a sostegno dei redditi.
In sintesi, le criticità e le proposte dell’Osservatorio Mezzogiorno dell’Eurispes:

il Paese, e a maggior ragione il Sud, paga l’incertezza e la disomogeneità di una politica unitaria della Ue che si dibatte ancora oggi tra lo strumento utile ad uscire dall’emergenza: Mes, Bei, Sure, Recovery fund, Coronabond, a dimostrazione della sua incapacità politica e di programmazione;

la lentezza nell’erogazione degli aiuti dal momento della decisione politica a quello della effettiva erogazione diviene esiziale per le Regioni più deboli, quali sono quelle del Mezzogiorno, con un rischio di default che è maggiore per le sue medie e grandi imprese. Tra il 2008 e il 2014, infatti, il Pil è calato del 4,8% al Sud e del 6% al Centro-Nord che però può contare su ben altri fondamentali e garanzie.

Proposte:

1) erogazione di aiuti a fondo perduto ai quattro comparti che sorreggono l’economia del Mezzogiorno: ricettività alberghiera, pubblici servizi, agroalimentare, turismo;

2) incentivare la misura “Io resto al Sud” con un ulteriore 35% a fondo perduto attraverso l’utilizzo dei fondi europei strutturali non impegnati per tutti quei soggetti under 46 che investono al Sud;

3) accelerare l’erogazione dei crediti vantati dalle imprese e procedure di compensazione fra debiti e crediti: il pagamento alle imprese, da parte della Pubblica amministrazione, dei debiti da questa contratti per forniture di beni e servizi, diviene una misura irrinunciabile, soprattutto se si considera la necessità per le imprese di reperire liquidità utile al rilancio delle attività produttive, la difficoltà di ricorrere al credito bancario e l’incertezza sui tempi utili per attingere alla gran mole di risorse promesse dal Governo e che tante perplessità ha creato sulla loro natura di prestiti piuttosto che di effettivo sostegno al reddito e ai bilanci d’impresa. Alcuni dati: al Sud la quota di Comuni che pagano i debiti alle imprese oltre i 60 giorni è del 20% e si riferisce all’11,8% dei pagamenti. I maggiori ritardi nei pagamenti si registrano in Calabria (49 giorni), Sicilia e Campania (44 giorni), ma si tratta di medie, con casi di ritardo nei pagamenti che superano i 120 giorni;

4) prevedere un contributo a fondo perduto di 5 mila euro – modello applicato dalla Germania – per ogni singola impresa e cumulabile con altri interventi analoghi;

5) investimenti in infrastrutture materiali e immateriali: sistema dei collegamenti, portualità, autostrade, ferrovie. Occorre sbloccare i cantieri che sono fermi al palo: 600 in tutta Italia, 250 al Sud. Tra questi, 25 cantieri delle grandi opere, per un importo totale di 24,6 miliardi di euro per un potenziale di posti di lavoro di 380 mila unità.
Considerazione finale: la prospettiva a medio e lungo termine può ispirarsi a due modelli, che si possono sintetizzare con due quesiti, “gettiamo salvagenti” o “caliamo delle scialuppe”? Imprescindibili tutte le misure di sostegno al reddito, ma senza rinunciare alle politiche attive del lavoro e, soprattutto, ad investimenti in grado di rilanciare un grande piano di infrastrutture in assenza del quale il Mezzogiorno non potrà in nessun caso ripartire e colmare il grave gap che lo separa dal resto del Paese.

Saverio Romano è il Presidente Osservatorio Mezzogiorno dell’Eurispes

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