Covid-19, paura e incertezza: un’emergenza esistenziale

Ci troviamo nel pieno di una tempesta, cerchiamo un riparo anche se l’acqua che cade non riusciamo a vederla se non dopo che ci ha bagnato. Ma il virus Covid-19 esiste, e non dobbiamo crederci per una questione di fede: ce lo dicono la scienza e gli scienziati di tutto il mondo e, anche se rimaniamo asciutti, a bagnarsi e a morire sono in tanti. Siamo in emergenza e in perenne stato di allerta: il virus, il maledetto Covid-19 potrebbe contagiarci da un momento all’altro e trasformarci da negativi a positivi, con tutto quello che comporta. Siamo cambiati, stiamo cambiando e chissà cos’altro succederà. Viviamo nella paura e nell’incertezza che si deve alla perdita di importanti riferimenti. Con una duplice prospettiva: da una parte l’isolamento più o meno coatto, le terapie, per molti la degenza in rianimazione, la guarigione o il decesso; dall’altra, la consapevolezza del trauma di una mutazione tanto veloce quanto profonda e pervasiva che riguarda tutti, contagiati e negativi al virus. La nostra vita si è infatti trasformata in modo radicale e mai come adesso la tanto inflazionata dichiarazione “nulla sarà più come prima” ci sembra perfettamente appropriata al momento. L’emergenza sanitaria è subito diventata un’emergenza economica, quindi sociale ed occupazionale. Poi esistenziale. Siamo in emergenza, tutti. La nostra vita di prima stentiamo a ricordarla, presi come siamo dalle nuove imposizioni, dalle misure di contenimento, dalle nuove abitudini e dal timore di ammalarsi. Ci troviamo esattamente nel contagio. Nel contagio (Luigi Einaudi editore) è il titolo del lucidissimo saggio scritto da Paolo Giordano* – autore de La solitudine dei numeri primi  – che affronta il tema del disagio esistenziale che tutti viviamo, con le sue implicazioni e le incertezze.

«Non ho paura di ammalarmi – scrive Giordano – e di cosa allora? Di tutto quello che il contagio può cambiare. Di scoprire che l’impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte», perché l’epidemia «ci svela la complessità del mondo che abitiamo, delle sue logiche sociali, politiche, economiche, interpersonali e psichiche (…) nel contagio siamo un organismo unico, una comunità che comprende l’interezza degli esseri umani». Proprio così. 

Viviamo in un clima bellico: ci sono i bollettini di guerra al virus, la stampa e i social media del mondo aprono con questa notizia e tutto il resto passa in secondo piano. Perché di una notizia che riguarda tutto il mondo non può che parlarne tutto il mondo, senza considerare che quasi tutte le altre notizie sono correlate a questa. L’agenda della nostra vita non la scriviamo più soltanto noi ma dipende dal virus, da ciò che viene statuito per contrastarlo e che riguarda essenzialmente il distanziamento e i contatti da evitare con l’altro. Sì, perché l’altro può decidere la mia vita, condizionarla in modo irreversibile. L’altro può contagiarmi, costringermi alla malattia, portare alla morte e comunque sconquassando la mia vita per la paura del contagio. Tanto più che le cure non sono ancora decisive e che il vaccino non è ancora disponibile. «Ci accorgiamo – scrive Giordano – della molteplicità di livelli che ci collegano gli uni agli altri. Non esistono più confini, regioni, quartieri. Ciò che stiamo attraversando ha un carattere sovraidentitario e sovraculturale». Il tempo sembra essersi fermato in attesa di nuovi eventi in grado di scalfire questo colosso che si è abbattuto nelle nostre vite. Ci troviamo dinnanzi spazi inattesi: sono quelli delle privazioni a cui siamo costretti, alla rinuncia di molte cose che ci appartenevano: abitudini, relazioni, amicizie. Un modo di vivere che se ne va, nell’incertezza di capire se potrà tornare o di cosa ci accadrà, in alternativa ad esso. «Stiamo attraversando un intervallo di sospensione della quotidianità – si legge nel testo di Giordano – un’interruzione del ritmo. Al Covid-19 non interessa quasi nulla di noi, non la nostra età, non il nostro sesso, non la nazionalità, né le nostre preferenze». Ma questo, paradossalmente, non vuol dire che siamo tutti nella stessa barca: le differenze, le disuguaglianze permangono e per molti versi si sono anche acuite ma sicuramente siamo tutti davanti ad uno specchio a interrogarci su ciò che sarà. Nella solitudine. «La solitudine di chi è ricoverato in terapia intensiva – scrive Giordano – e comunica con gli altri attraverso un vetro, ma anche una solitudine diversa, diffusa, quella delle bocche serrate nelle mascherine, degli sguardi sospettosi, del dover restare a casa. Nel contagio siamo tutti liberi e agli arresti domiciliari». Siamo tutti preparati a questa rivoluzione? Lo eravamo, forse? Difficile pensarlo, se si guarda alla generalità degli individui, alla consapevolezza di una globalizzazione che davamo per acquisita e che in un certo senso ci sta travolgendo, pur conoscendone i benefici che ne abbiamo tratto. E comunque la favoletta che quando ne usciremo saremo tutti più buoni o semmai più cattivi, oltre che stucchevole può risultare inutile. Sembra meno futile la considerazione che non ci si salva da soli. È la “responsabilità allargata” di cui parla Giordano «e alla quale nessuno di noi può più sottrarsi e la meditazione di John Donne, nessun uomo è un’isola, assume nel contagio un nuovo, oscuro significato». 

 

*Paolo Giordano è nato a Torino nel 1982. Ha un dottorato in Fisica ed è autore di quattro romanzi: La solitudine dei numeri primi (Mondadori 2008, Premio strega e Premio Campiello Opera prima), Il corpo umano (Mondadori 2012), Il nero e l’argento (Einaudi 2014), e Divorare il cielo (Einaudi 2018). Ha scritto per il teatro (Galois, e Fine pena: ora) e collabora con il Corriere della Sera.

 

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