Cyberpunk e rivoluzione digitale: una nuova etica che superi la dicotomia normativa

cyberpunk

Il più grande inganno del diavolo è stato quello di far credere al mondo che lui non esiste”. Un adagio quanto mai vero che trova un ancoraggio nella realtà delle cose, soprattutto se pensiamo a come l’arretratezza, naturale e fisiologica, che affligge un dato sistema invecchiato venga giustificata, nella migliore delle ipotesi, o nascosta, nella peggiore, con la paventata ingenuità e la necessità di protezione del “nuovo”. Una paternale non richiesta e superficiale. Ma parliamo chiaro: fa sempre sorridere quando si fa presente come le nuove generazioni debbano essere messe in guardia da questo o quel rischio, soprattutto, quando la minaccia proviene da una fonte digitale. Un canale che non solo è masticato meglio ma anche già digerito e assimilato da chi, in quel contesto, è nato e cresciuto rispetto a chi, troppo spesso, lo ha solo subìto.

Il 90% dei giovani tra i 18 e i 30 anni ha familiarità con le criptovalute

Come riportato anche da Milano Finanza, un’indagine di WisdomTree su ragazzi tra i 18 e i 30 mostra che quasi il 90% ha una buona familiarità con le cryptos. Da parte degli under 30 c’è peraltro un interesse sempre maggiore a capire come funzionino e quale sia il senso di investirci. Ma il dato culturalmente più importante, utile anche per minare un certo tipo di critica sterile, è che solo il 17% degli intervistati afferma, o ammette, di aver scelto gli asset digitali perché spinto da un influencer. Sempre per sfatare un falso mito, anche la regolamentazione non sembra essere un ostacolo. Per il 61% dei giovani italiani, infatti, investire in cripto sarebbe molto più sicuro laddove ci fosse il sostegno di governo e autorità di regolamentazione.

Alla base del boom delle criptovalute c’è la tecnologia blockchain

Chiarito come l’uso che “i giovani fanno” delle criptovalute rappresenti “un problema non problema”, siamo velocemente giunti al cuore della questione. La regolamentazione. Se non analizzato come merita, questo sembrerebbe tutt’altro che un punto su cui discutere, percorrendo la via delle domande immediate, oltre che legittime, quali: perché un determinato àmbito non dovrebbe essere normato? Come si può negare la necessità di intervenire su un aspetto, ormai, così fondamentale della vita finanziaria di nazioni intere?Ecco, le domande non sono queste, per quanto meritevoli di risposte positivamente condivisibili. Come ormai risaputo e divulgato in ogni forma e maniera, alla base dell’ormai tutt’altro che recente boom delle criptovalute c’è la tecnologia blockchain. La blockchain, premessa breve ma doverosa, fa parte della famiglia delle tecnologie Distributed Ledger che adottano un registro distribuito, che può essere letto e modificato da più nodi di una rete. Per validare le modifiche da effettuare al registro, in assenza di un ente regolatorio centrale, i nodi devono raggiungere il consenso.

Il nodo centrale della regolamentazione

Sulla tanto fortunata, quanto ormai storica, relazione tra blockchain e Bitcoin sono stati versati fiumi d’inchiostro. Era il 2009 quando Bitcoin per la prima volta introduce una nuova tecnologia di registro distribuito, la blockchain. Tra le novità introdotte dai Bitcoin, ogni transazione sarebbe stata legittimata da una rete decentralizzata e, appunto, non dalle autorità centrali. Ma è davvero possibile regolamentare, interamente, un sistema simile? E, soprattutto, è effettivamente possibile farlo senza snaturarne e limitarne la potenza teorica e pratica? Non rappresenterebbe un paradosso, infatti, intervenire su un sistema efficace proprio perché libero, incardinandolo ad una normativa limitante e, ad oggi, limitata? Come può il diritto penale, soggetto che “invecchia” più delle altre branche della giurisprudenza, intervenire su una fucina mai doma d’innovazione completamente slegata dalla fisicità? Domande, quelle di questo secondo gruppo, che, nonostante possano apparire uno sterile esercizio sofistico, meritano una risposta culturale che apra un dibattito completo e davvero costruttivo sul punto. La tecnologia blockchain rischia, ad oggi, di diventare l’ennesimo caso di scuola, manifestazione del paradosso marxista per cui, riassunto molto banalmente: se qualcosa viene regolamentato a livello statale si genererà automaticamente un altro sistema che non lo è, rivelandosi più efficace del precedente. La singolarità, la minoranza che, vinta la maggioranza, genera a sua volta un’altra singolarità che, crescendo, ne prenderà il suo posto e così via…

Arweave è una startup berlinese che vuole capovolgere l’antico assunto secondo cui la storia sarebbe scritta dai vincitori

Similitudini filosofiche a parte, per addentrarsi in un discorso concreto e utile sull’impiego della blockchain a fini utili ed etici bisogna, seriamente, considerare di rivedere il sempre attuale e altrettanto discusso assioma bene=legale. Come? Valorizzando un senso di appartenenza comune che consenta di soddisfare contemporaneamente la ricerca di una gestione adeguata delle libertà personali e collettive. Forbes riporta di un impiego della blockchain piuttosto utile ai fini di questa trattazione. Mentre l’esercito russo continua l’occupazione del suolo ucraino, il timore che gli eventi chiave della storia e della cultura ucraina possano essere cancellati all’indomani del conflitto è reale. Ad essere censurati potrebbero essere articoli su notizie importanti, documenti, video, post sui social e media digitali. Arweave è una startup berlinese che, proprio in queste ore, sta tentando di capovolgere l’antico assunto dogmatico secondo cui la storia sarebbe scritta dai vincitori. Come? Grazie all’applicativo “Permaweb” che, adottando tecnologia blockchain, vuole rendere indelebili questi contenuti, così da costruire una sorta di “Arca di Noè” digitale per i file. Si formerebbe così un archivio immune alla damnatio memoriae che i vincitori impongono sui vinti.

La cyber war tra Russia e Ucraina 

Ma come ben ricorda Gianluca Aurelio in una sua analisi per CYBERSECURITY ITALIA, quella in corso tra Russia e Ucraina è a tutti gli effetti un “cyberwar” , ben oltre applicativi sperimentali. I gruppi di hacker si sono schierati su entrambi i fronti. Lo stesso ministro della difesa ha promosso una vera e propria chiamata alle armi, rivolta alla comunità hacker in difesa dagli attacchi nemici. Persino Anonymous, il famoso gruppo di “hacktivisti”, è intervenuto dichiarando guerra a Putin: attacchi alle Tv russe, DDoS a siti governativi, esfiltrazione di dati da database di ministeri. Riportando le conclusioni dell’analisi citata: «Questi attori hanno il vantaggio di potersi muovere liberamente in dominÎ non ancora normati e controllati dai governi e allo stesso tempo è difficile definire se il loro intervento sia spontaneo o agiscono come proxy, ingaggiati da enti governativi». Un contesto piuttosto singolare su cui intervenire giuridicamente. È impossibile non chiedersi, se e come, gli Stati riusciranno ad arginare le intromissioni di questi attori non-statali, semplicemente “normando” le capacità e le possibilità tecnologiche di questi agenti, tra cui la blockchain rientra a pieno titolo. Soprattutto considerato come, nonostante l’efficacia di intervento e legittimità di azioni e strumenti di questi operatori rimangano dubbie, vanno comprese le implicazioni dal punto di vista del diritto internazionale e della gestione del conflitto.

La natura immateriale del cyber spazio rende complesso un controllo da parte degli Stati 

Per quanto possa apparire una composizione miliare irregolare prossima all’esperienza ben più antica e regolamentata (?) dei contractors, esistono differenze tanto evidenti quanto sostanziali. La localizzazione nello spazio e, perché no, nel tempo del teatro di guerra, del campo di battaglia. Nonostante, infatti, ne sia stata data una definizione e le regolamentazioni, di cui sopra, siano in via di perfezionamento, la natura immateriale del “Cyber spazio” rende complesso un controllo da parte degli Stati e facilita, invece, l’ingresso di nuovi attori non-statali e non-normati. La pianificazione delle operazioni e delle missioni militari condotte dai diversi Paesi per la difesa del proprio territorio si è sempre basata su dominÎ operativi ben delimitati. Terra, acqua e aria sono i più antichi e i primi a essere definiti tali dalla NATO nel suo Concetto Strategico. Solo negli ultimi tempi, con l’avanzamento tecnologico che ha portato verso l’apertura di nuovi orizzonti e un conseguente allargamento dei confini da difendere, sono stati introdotti all’interno del concetto strategico due nuovi dominÎ: cyber e spazio.

Il concetto strategico di nuovi domini: cyber e spazio

La riflessione etica e giuridica si interroga, da tempo, su questioni simili. Si interroga su quali motivazioni adottare a sostegno di posizioni etiche controverse e spesso di segno opposto. L’osservazione longitudinale di alcuni fenomeni culturali risulta importante per rilevare i cambiamenti che si verificano nel corso del tempo e l’analisi della cultura popolare è il termometro più onesto che si possa utilizzare. Soprattutto, se si voglia comprendere davvero come usi e costumi impattino drasticamente sulla normativa vigente e, soprattutto, su come le norme vengano percepite.

Proprio il concetto di “cyberspazio” ci permette di connetterci all’ambito più squisitamente pop-culturale, approdo necessario di questo discorso. Il termine comparve per la prima volta nella serie di racconti che precedette Neuromante, uno dei romanzi capostipiti del cyberpunk. Da subito si dimostrò particolarmente potente. Una piccola nota di colore: oggi, “cyberspazio”, nonostante venga utilizzato ufficialmente anche da governi e multinazionali, nonostante sia diventato un cliché nell’intrattenimento di ogni tipo, rimane molto lontano dalla costruzione pratica-distopica pensata nell’opera e che forse fortunatamente mai esisterà. Un movimento culturale oltre che letterario quello cyberpunk, che forse più di ogni altro ha plasmato l’immaginario rispetto cosa sarebbe stato il “futuro” a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Un melting pot di cui facevano parte scrittori, filosofi quanto visionari dell’informatica, Rudy Rucker su tutti, contemporaneamente ricercatore in logica matematica alla Rutgers University e prolifero scrittore sci-fi. Una rivoluzione a tutti gli effetti, che ha sviscerato e ricomposto la cultura popolare, dal cinema alla politica. In aggiunta proprio il manifesto generazionale e filosofico di questo movimento divenne la base tanto per le azioni più o meno eclatanti della scuola “cyberanarchica” di Berlino quanto per i più etici e nobili impieghi dell’attuale tecnologia blockchain.

Cyberpunk, un movimento che immaginò il futuro 

Nella patristica del cyberpunk vanno annoverati su tutti William Gibson, per i racconti e romanzi fortemente innovativi e caratteristici dal punto di vista stilistico-tematico e Bruce Sterling per l’elaborazione teorica. Il canone del genere con compone di scienze avanzate, come l’information technology e la cibernetica, chiaramente, accoppiate con un certo grado di ribellione o cambiamento radicale nell’ordine sociale. Ed ecco qui il bandolo della matassa. Nel cyberpunk sono espresse una percezione della libertà, della ribellione e della capacità di agire molto radicate e ben più intime di quanto si possa, superficialmente, pensare. Valori vissuti in vite “dedicate alla causa” ben oltre la soltanto scrittura e lettura di romanzi e saggi. Oltre alle già espresse considerazioni sui combattenti della cyberwar attualmente in corso, proprio Sterling, nella sua prefazione a CYBERPUNK: Antologia assoluta edita da Mondadori, ricorda anche in maniera piuttosto genuina la radice “fuorilegge” del movimento. Lo fa ricordando il viaggio effettuato, qui in Italia, su invito del Dipartimento di Stato statunitense: «Sapevo che là le nostre opere erano state accolte bene: sapevo, per esempio che “Mirrorshades”, l’antologia della fantascienza cyberpunk era stata piratata da un gruppo di punk di Milano. Il gesto non ci aveva infastidito minimamente anzi, noi cyberpunk ne eravamo perfino onorati». Per la cronaca Sterling è il primo a sottolineare l’ironia di quel frangente, in cui da punk si presentò come un agente ufficiale e autorizzato dell’imperialismo culturale americano. A suo dire, infatti, si limitò ad ascoltare cosa avessero da dire gli esponenti della scena nostrana tra Roma, Milano e Bologna non sapendo cosa suggerire in quei panni ambigui, al limite con l’ipocrita.

Nel cyberpunk sono espresse libertà, ribellione e capacità di agire molto radicate

Poco prima, praticamente nello stesso periodo, i funzionari federali dei Servizi Segreti americani avevano fatto irruzione nella sede di una ditta produttrice di videogiochi ad Austin perché lì dentro stavano lavorando ad un sourcebook intitolato “GURPS Cyber punk”, scambiato per un manuale d’istruzioni destinato ai criminali informatici. L’immaginario cyberpunk è legato, oltre che a bande di ribelli digitali e non, ad ambienti urbanizzati che presentano problematicità globali. Circostanza che ha sempre garantito alle opere di questo filone una certa “paradigmaticità”, riuscendo a raccontare l’attualità anche meglio di altri generi ben lontani dalla fantascienza. Basti pensare all’ambientazione delle storie, tendenzialmente nipponica, dovuta alla triste ma vera realtà post-atomica vissuta da quella nazione. L’artista cyberpunk, in quanto “punk”, poteva sfuggire ad alcune delle pressioni conformistiche della società di massa, definendo prodotti d’intrattenimento rivolti, però, esattamente a quelle masse riplasmando il gusto estetico. Una condizione illuminata, poter mettere in discussione una certa idea di “legalità e controllo” ma con opere di fantasia: «insomma, essere punk era come cercare la liberazione spirituale e culturale dall’oppressione del sistema, ma solo in qualche piccolo nightclub fra le dieci di sera e le due del mattino» affermerà sempre il capostipite Sterling.

Il cyberpunk ha raccontato l’attualità meglio di altri generi ben lontani dalla fantascienza

Michel Buraggi in una sua retrospettiva sul capolavoro del genere cyberpunk, in declinazione animata “Akira”, scritta per il webzine Arte Settima accende il faro su una delle più tetre sincronie tra realtà e finzione manifestate nel genere. Nel capolavoro giapponese, le grandi metropoli sono state spazzate via dopo la Terza guerra mondiale. Nuova Tokyo è teatro di scontri tra bande di motociclisti mentre, secondo il canone più squisitamente distopico, la polizia segreta complotta per poter continuare lo sviluppo di un segretissimo progetto militare: “Akira” appunto. A subire questa situazione postmoderna «come al solito, sono i civili, che nella pellicola, come ormai troppo spesso nella vita reale, vengono massacrati». Con l’estio ineluttabile dell’autodistruzione. A rimarcare per l’ultima volta il robusto ancoraggio filosofico-letterario, nell’articolo viene fatto presente come, in quest’opera di Katsuhiro Ōtomo, compaia un rimando piuttosto spinto al pensiero hegeliano per cui proprio la guerra e la morte vengano viste, da un gruppo di fanatici e rivoluzionari galvanizzati da una politica corrotta, come una soluzione per i cittadini di New Tokyo, dove è ambientata la vicenda. In questo caso, risulta evidente la condanna dell’autore nei confronti di tale pensiero e di una dinamica della gestione delle necessità, del consenso, della rabbia che oggi, forse, definiremmo populista.

Cultura dell’etica intesa come capacità di interrogarsi su questioni essenziali per i singoli e le comunità

Non è tanto una questione, ridotta all’osso, di “normare sì o normare no”, “punire sì o punire no” àmbiti e ambienti inesplorati. Nuovi per così dire. Occorre ragionare su quanto sia viziata nelle premesse la pretesa di poter proteggere tutto con un’armatura. La sfida contemporanea diventa più ellenica che mai, rappresenta una paradossale nuova frontiera che brutalmente sbatte sui campi di battaglia legale ed etico non necessariamente come alleati. Chiaramente, un assunto simile slegato da un ragionamento ponderato e necessariamente provvisto di esempi pratici rischia di essere impugnato come l’arma definitiva del qualunquismo globale. Al contrario, però, approfondito e compreso diventa la base perfetta per teorizzare e, quando possibile, comprendere dinamiche contemporanee che inevitabilmente sono destinate a forgiare l’etica dei prossimi anni. Il delicato frangente storico che percorriamo ha certamente spinto chiunque ad interrogarsi profondamente su questioni che chiamano in causa la vita e la morte, giusto e sbagliato, il senso dell’esistenza e la necessità di ridisegnare i confini di una società interamente trasformatasi in seguito ad eventi fortemente traumatici. In un panorama sociale e culturale, così come appena ricostruito, è necessario coltivare una cultura dell’etica, non intesa in senso strettamente normativo, ma come capacità di interrogarsi profondamente su questioni essenziali per i singoli e le comunità.

Come sia possibile un approccio agnostico rispetto alla necessità di un intervento normativo? Come si potrebbe sospendere il giudizio dicotomico “bene contro male” su questa categoria di militari, guerriglieri e terroristi digitali? Stavolta proviamo a cercare una risposta immediata. Le parole del “cyber prelato” Sterling, con cui descrive la percezione dei componenti del movimento che aveva contributo a fondare: «Noi cyberpunk eravamo, insomma, repressi ed esaltati allo stesso tempo, il che è tipico delle innovazioni culturali, in effetti: se nessuno rimane sconvolto, vuol dire che non stai innovando proprio nulla».

*Senior Analyst at Osservatorio Italia Antiriciclaggio per l’Arte.

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