Economia

Def, politica e debito pubblico: partiamo dal fisco

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La appena trascorsa (forse) “bufera” sul Def ha rivelato quella che è una debolezza del nostro sistema politico ed economico: la necessità di fare riforme strutturali che consentano un cambio di passo ad un’economia ancora stagnante, di coniugare questa necessità con obiettivi di tipo prettamente politico (il consenso innanzitutto) e la mancanza di risorse per raggiungere questi obiettivi. Il tutto, in un contesto di debito pubblico che rappresenta una zavorra pesantissima per tutte e tre le esigenze sopra indicate.
Quella di aumentare il livello di deficit è, naturalmente, una scelta politica, e, dal punto di vista della politica, scelta indispensabile per raggiungere i propri scopi, ma con indubbie conseguenze tecniche, in primis, proprio in termini di aumento del debito pubblico. Insomma, un circolo vizioso difficile da interrompere.
Evitando complesse analisi di macro-economia, una chiave di volta, non dico per risolvere, ma quantomeno per analizzare il problema da una diversa angolatura, potrebbe allora essere quella di scendere di più al livello dei cittadini. Magari proprio con alcune di quelle misure “shock” a cui la politica ha guardato.

Il sistema fiscale italiano è caratterizzato, del resto, da alcuni atavici profili negativi, su cui, ormai, concorda l’unanimità dei commentatori e degli studiosi e che dunque, sicuramente, richiedono importanti interventi.
In particolare, emergono con chiarezza: una normativa complessa, difficile, talvolta non coordinata, spesso incomprensibile per il normale cittadino e soprattutto suddivisa in centinaia di leggi, decreti e circolari che di fatto svuotano i testi unici del 1973 e del 1986; un sistema di adempimenti cartacei ed informatici farraginoso, complicato e composto da numerosissimi adempimenti obbligatori che portano a 270 le ore che impiega un cittadino italiano per calcolare e pagare tasse ed imposte contro le 175 ore medie dei cittadini degli altri paesi Ue; una tassazione, diretta ed indiretta, mediamente alta, soprattutto in relazione ai servizi statali ricevuti in cambi.
La conseguenza di quanto sopra elencato, nonché della massiccia presenza della criminalità organizzata in alcune regioni, è un’evasione fiscale altissima, stimata complessivamente attorno ai 300 miliardi annui complessivi.
A questo, nonostante gli sforzi degli ultimi anni, si aggiunge la percezione, da parte del cittadino medio, di un sistema fiscale nel suo complesso ostile, pronto a complicare la vita civile, professionale ed imprenditoriale, invece che agevolarla.
Non c’è dubbio, quindi, che serva un vero e proprio nuovo “patto fiscale” tra Stato e cittadini/contribuenti, che renda maggiormente efficiente e competitiva l’economia e più credibile ed autorevole il Fisco.

E per fare questo, in 2.200 battute (spazi inclusi), proviamo ad indicare quelli che potrebbero essere i cardini di una vera e propria rivoluzione fiscale, che parta anche da misure immediatamente realizzabili (alcune delle quali anche, in parte, già avviate):
1) Redazione di nuovi Testi Unici ed abolizione di una parte significativa degli adempimenti fiscali, non necessari alla riscossione delle imposte.
2) Emanazione di una sola legge fiscale all’anno, in cui condensare tutti gli interventi coordinati per realizzare un programma organico e strategico.
3) Razionalizzazione delle tasse locali (Imu, Tasi, Tari, Soggiorno) e dei balzelli del passato (tasse sulla benzina, canone rai, bollo auto, etc.).
4) Un nuovo sistema sanzionatorio tributario, che sappia distinguere tra illeciti più o meno gravi.
5) Trasformazione e riorganizzazione efficace delle Agenzie fiscali e revisione dei criteri di convenzione Mef/Agenzie.
6) Una procedura di “voluntary disclosure” permanente, per il rientro dei capitali dall’estero.
7) Tassazione dei proventi illeciti (o efficientamento della confisca) e revisione della disciplina sui costi illeciti.
8) Tassazione efficace del gioco illecito.
9) Riforma della giustizia tributaria, professionalizzazione dei giudici delle Commissioni tributarie e nuovi strumenti di deflazione del contenzioso.
10) Riordino del Catasto, prendendo magari spunto dal modello del catasto “tavolare” del Trentino Alto Adige.
11) Reintroduzione della Robin tax ed introduzione di green taxes.
12) Riformulazione a attuazione della web tax e tassazione efficace della sharing economy.
13) Tassazione dei big data.
14) Tassazione delle criptovalute (bitcoin in primis).
15) Riforma del sistema di canoni e royalties sul settore petrolifero.
16) Introduzione di più efficaci misure di contrasto alle frodi Iva, prevedendo, ad esempio, un obbligo di pagamento tracciato con ritenute alla fonte (come è attualmente per le ristrutturazioni edilizie), modifica regole Vies e nuovi profili di responsabilità solidale del cessionario.
17) Introduzione di una procedura di voluntary disclosure sui contanti.
18) Incentivazione dell’uso della moneta elettronica (la sola riduzione del costo del contante è stimata da Banca d’Italia in 8 miliardi di euro).
19) Cartolarizzazione dei non performing loans, fiscali non fiscali.
20) Creazione di nuove ZES (zone economiche speciali), a tassazione agevolata
21) Regolamentazione fiscale della finanza islamica e attrazione dei relativi investimenti.
22) Più efficace e razionale tassazione del settore tabacchi.
23) Riforma dell’Irap.

Quante risorse aggiuntive arriverebbero così nella casse dello Stato per affrontare e in qualche misura anche risolvere, con visione strategica, il circuito vizioso sopra evidenziato, e soprattutto per rimettere il cittadino al centro di quella visione?
E, si badi bene, nessuna delle misure indicate rappresenterebbe una nuova ed ulteriore tassazione (un altro problema del nostro sistema è proprio la eccessiva pressione tributaria), ma solo una più giusta redistribuzione del carico fiscale e, soprattutto, un recupero di risorse da settori che oggi sfuggono ad ogni tassazione (o che la scontano in misura irrisoria), a scapito proprio dei tanti contribuenti che le tasse (volenti o nolenti) comunque le pagano in misura a volte insostenibile.
Sarebbe “impopolare” dire che estorsori, usurai, spacciatori, corrotti etc. devono pagare le imposte (almeno le imposte, a meno che non si riesca davvero, e sempre, a confiscare il maltolto)? Sarebbe “impopolare” dire che le multinazionali del web devono pagare le imposte (anche sullo sfruttamento dei big data) così come tutte le altre società italiane, che, per concorrenza fiscale illecita, rischiano di essere buttate fuori dal mercato? Sarebbe “impopolare” dire che chi ottiene grandi profitti da attività inquinanti deve almeno contribuire a ripagare le esternalità negative (in termini di danni all’ambiente e alla salute) che quelle attività creano a carico della collettività? Sarebbe, infine, “impopolare” dire che se contribuenti disonesti hanno in passato dirottato all’estero, in qualche più o meno ameno paradiso fiscale (o nascosto in qualche cassetta di sicurezza di qualche caveau), i propri profitti senza pagarci le tasse, ora, con una procedura di rientro controllato (voluntary disclosure), li facciano rientrare in Italia, pagandoci almeno parte delle imposte dovute ed essendo comunque obbligati a reinvestire quei proventi nell’economia sana del Paese? Si tratta, dunque, solo di misure di giustizia e di lungimiranza. Un Governo che, nell’arco di una legislatura, fosse in grado di realizzare anche solo alcune delle sopra indicate misure, passerebbe senz’altro alla storia.

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