Donne e lavoro: a che punto siamo? I dati

Carriera più lenta, soffitti di cristallo molto più spesso, quasi antiproiettile, redditi inferiori, maggiori discriminazioni sono lo scenario che si apre alle donne nel mondo del lavoro.

In primo luogo, triste peculiarità italiana è la scarsa presenza femminile nel mercato del lavoro. Il divario tra tasso di occupazione femminile e maschile nel nostro Paese continua ad essere tra i più alti in Europa.

Il gap dell’occupazione femminile

Il tasso di occupazione femminile in Italia si ferma, infatti, al 47,7% (-1,8% rispetto ad un anno fa), a fronte di un tasso maschile del 65,3%, nazionale del 56,5% (Istat, febbraio 2021). Il tasso di disoccupazione rimane più elevato tra le donne (11,1%) che tra gli uomini (9,6%). Evidente è anche il divario nel tasso di inattività (46,3% tra le donne, 27,6% tra gli uomini). Rispetto al febbraio del 2020 il tasso di inattività femminile è cresciuto dell’1,9%.

Operando un confronto con dieci anni fa, emerge come l’inserimento femminile nel mercato del lavoro cresca molto lentamente. Dal 2011 al 2021 il tasso di attività femminile è salito dal 52,4% al 53,7%, il tasso di occupazione dal 46,7% al 47,7%.

Come sempre accade in tempo di crisi, le più penalizzate dall’impatto dell’emergenza sanitaria da Covid 19 risultano essere le donne. L’Istat certifica che dopo i primi dieci mesi di pandemia si sono persi 444mila posti di lavoro, 312mila dei quali sono donne, 132mila uomini. Ciò accade soprattutto perché le lavoratrici si trovano più spesso in una posizione debole, con contratti meno stabili, part-time, in settori che non consentono il lavoro a distanza.

Le ore settimanali lavorate sono in media 38 per gli uomini e 32 per le donne.

Per le lavoratrici salari più bassi

Secondo il Global Gender Gap Report 2020 l’Italia è solo 76esima nella classifica mondiale sulla parità salariale (ha perso 6 posizioni rispetto al 2019). Il reddito mensile medio delle donne in Italia è inferiore del 18% rispetto a quello maschile; il divario sale al 30% nelle coppie con figli (Eige, European Institute for gender Equality).

Le donne, inoltre, percepiscono il 37% in meno di pensione (Istat), come risultato di un percorso che vede meno ore di lavoro retribuite e le ore lavorative retribuite meno.

Questa disparità è tanto più assurda se si considera che le donne hanno un livello medio di istruzione più alto e migliori risultati scolastici (il divario è del 12,2% a loro favore, il 26,5% ha un impiego di livello inferiore rispetto al suo livello di istruzione).

Donne e lavoro: persistono le disparità

Se molto si scrive e si parla del genere dei sostantivi – direttore o direttrice, ministro o ministra, sindaco o sindaca –, decisamente meno si fa per rimediare a disparità come quella ben illustrata dai numeri relativi al mercato del lavoro nazionale ed alla mancanza di adeguati ed efficaci strumenti per la conciliazione tra impegni domestici ed extradomestici. Carenze che troppo spesso si traducono nella rinuncia o nell’estromissione forzata delle donne italiane dal mondo lavorativo. La scelta preferenziale dei settori che permettono la conciliazione tra lavoro e famiglia, soprattutto in termini di orari (scuola, attività impiegatizie, servizi alla persona, part-time, ecc.) e la resistenza culturale che identifica alcune professioni come “maschili” o “femminili” penalizzano le donne, sebbene più istruite, in termini di carriera e retribuzioni. L’11,1% delle donne italiane non ha mai lavorato proprio per avere la possibilità di prendersi cura della famiglia (Oxfam 2020, “Il valore della cura”).

Il carico familiare

La fragilità della posizione femminile nel mondo del lavoro risiede, in parte, in una cultura familiare che non è ancora in grado di distribuire con equità i compiti, con ripercussioni sulle opportunità di carriera.

Secondo i dati prodotti dalla Commissione Europea nel 2020, la quantità di ore settimanali dedicate alle attività extra lavorative sono fortemente disomogenee: gli uomini dedicano 5 ore a settimana alla cura della casa e 11 ore settimanali ai figli, laddove le donne, in confronto, ne impiegano ben 13 per la cura domestica, più del doppio rispetto agli uomini, e 17 ai figli. Il carico domestico all’interno della coppia è evidentemente squilibrato, e influisce su rendimento e prospettive professionali. È proprio in questa ottica che L’Unione europea ha adottato la Direttiva work-life balance (equilibrio lavoro-casa), introducendo il congedo di paternità e una serie di facilitazioni per adeguare le norme a una organizzazione familiare che, soprattutto nelle nuove generazioni, tende a essere più flessibile ed equa. Tali iniziative europee, è importante ricordarlo, dovrebbero comunque coincidere con strutture in grado di supportare la maternità anche al di fuori dell’ambiente domestico, come gli asili nido aziendali per i dipendenti.

La difficoltà di conciliare lavoro e gestione familiare

Dall’inizio dell’emergenza sanitaria la metà delle lavoratrici ha lavorato in smart working, un quarto continuativamente o per un lungo periodo (24,8%, a fronte del 20,7% degli uomini), un altro quarto saltuariamente (25,2%). Il 21,2% vorrebbe continuare sempre in questa modalità anche dopo la fine della pandemia (contro il 16,9% degli uomini), un altro 50,2% alternando lavoro da casa e in presenza, a conferma della forte esigenza di una maggiore flessibilità che faciliti la gestione della famiglia e della casa. Il 59,4% delle donne afferma di avere gestito meglio gli impegni familiari e domestici grazie allo smart working (Rapporto Italia 2021).

Inoltre, il 15% delle donne nel corso dell’ultimo anno ha accettato di lavorare senza contratto, il 12,7% ha svolto più lavori contemporaneamente – dati che denunciano le difficoltà delle lavoratrici italiane.

Altro motivo di fragilità professionale è da ricercarsi nel tipo di professione: le donne sono impiegate soprattutto in lavori a bassa retribuzione, come l’istruzione e l’assistenza, mentre i settori meglio retribuiti come la scienza, l’ingegneria e la tecnologia, sono occupati per l’80% dagli uomini. E ricordiamo che la segregazione settoriale è il primo fattore di divario retributivo di genere. Per questo motivo è fondamentale introdurre altri paradigmi a livello professionale oggi, per abbattere il gender gap di domani.

Gli stereotipi di genere mietono ancora vittime

Le scelte professionali sono influenzate anche dagli stereotipi di genere, che continuano a mietere vittime assecondando, ad esempio, il pregiudizio che la scienza sia una “cosa da maschi”: un luogo comune che va combattuto già tra le bambine e le ragazze, per non condizionarne le scelte future. Lo stereotipo di genere ha origine già nei primi anni di scuola e si rafforza con la scelta del liceo o della facoltà universitaria, dove solo il 16,5% delle giovani tra i 25 e i 34 anni si laurea in facoltà scientifico-tecnologiche, a fronte di una percentuale più che doppia per i maschi. Questo lungo percorso a ostacoli si riflette senz’altro nel mondo del lavoro, dove nelle aree scientifiche (ovvero quelle meglio retribuite) le giovani rappresentano il 41% dei dottori di ricerca, il 43% dei ricercatori accademici, solo il 20% dei professori ordinari; tra i rettori italiani solo il 7% sono donne. Una disparità che, se affrontata oggi con gli strumenti culturali e legislativi giusti, può essere via via ridotta da un’entrata sempre più numerosa di donne in settori lavorativi strategici e di alto profilo, come, ad esempio, quelli scientifico-tecnologici: più solidi e a più alta retribuzione, secondo le richieste del mercato del lavoro.

Le indagini dell’Eurispes

Le indagini prodotte dall’Eurispes hanno evidenziato nel tempo con chiarezza come la società sia di fatto più avanti delle istituzioni e della politica. Con qualche eccezione, l’organizzazione familiare appare abbastanza pronta a favorire la conciliazione tra famiglia e lavoro per le donne. Quel che manca troppo spesso sono politiche a sostegno ed una coerente mobilitazione in questo senso del mondo del lavoro. Benché gli uomini italiani siano sempre più abituati a dividere con le donne il carico di lavoro domestico e, ancora più, a prendersi cura dei figli, con grande naturalezza, le donne continuano a farsi carico di pesi maggiori, affrontando sacrifici per colmare le carenze strutturali del Paese. L’Eurispes le definì nei primi anni del 2000 le “acrobate”, perennemente in bilico tra lavoro e cura familiare. Sono soprattutto loro a lavorare part-time, ad utilizzare i congedi, a ridimensionare percorsi lavorativi già penalizzati da retribuzioni più basse e minori opportunità di carriera.

I dati Eurispes (Rapporto Italia 2021) testimoniano come ben il 71,8% delle donne ritenga che anche oggi nel nostro Paese esiste una disparità tra uomini e donne sul lavoro (riconoscimento economico, possibilità di carriera, ecc.), il 64,5% nella divisione degli impegni domestici, il 64,3% nel riconoscimento del ruolo nella società. Nel complesso, il 68,7% delle intervistate crede che nella società italiana attuale le donne vengano discriminate (per il 18,5% molto).

Gli stereotipi educativi  possono spostare l’ago della bilancia della società di domani

L’immaginario femminile deve arricchirsi di figure che contribuiscano, con il proprio operato quotidiano, ad assottigliare il divario che da sempre divide la storia degli uomini dalla storia delle donne, che rappresentano la minoranza storicamente più resistente.

La supremazia di genere resiste ancora negli stereotipi perpetrati negli ambienti educativi e lavorativi, nel divario retributivo di genere, o semplicemente in una società che non è in grado di offrire una narrazione del presente diversa rispetto a quella storicamente fatta dagli uomini.

Eppure, molte evidenze mostrano come la presenza femminile nel mercato del lavoro garantisca ottimi risultati. Le aziende con almeno il 15% di donne ai vertici dei consigli di amministrazione producono utili più alti del 15,3%. La presenza femminile nei gruppi di lavoro ha effetti positivi nell’andamento delle imprese: crea un clima aziendale sereno, potenzia il business, introduce soft skills come capacità di comunicazione ed empatia. Porta creatività e pensiero laterale.

Gli analisti della McKinsey hanno calcolato come la parità di genere valga il 26% del PIL mondiale, il che tradotto significa 12 trilioni di dollari di ricchezza in più entro il 2025. Insomma, l’uguaglianza rafforza la crescita e promuove la stabilità economica degli Stati.

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*Raffaella Saso, Vicedirettore dell’Eurispes.

 

 

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