Il Governo “a senso unico” dei giochi. L’azzardo finanzia il Reddito di cittadinanza con 1,5 mld

La riforma organica dei giochi pubblici, prevista per lo scorso febbraio, tarda ad arrivare e la complessità del lavoro cui è chiamato il Governo è racchiusa nel passaggio del Decreto “Dignità” con il quale l’Esecutivo stesso, a luglio 2018, si è impegnato a proporre una riforma complessiva «in modo da assicurare l’eliminazione dei rischi connessi al disturbo da gioco d’azzardo e contrastare il gioco illegale e le frodi a danno dell’Erario e, comunque, tale da garantire almeno l’invarianza delle corrispondenti entrate (…)».
L’Esecutivo si trova, quindi, alle prese con l’obiettivo di tutelare preminenti interessi pubblici, tra loro talora confliggenti (salute, ordine pubblico ed entrate erariali), con l’unica granitica certezza di dover garantire il medesimo gettito erariale proveniente dal comparto (nel mese di gennaio 2019, secondo i dati forniti dal Mef, le entrate complessive dal comparto giochi ammontano ad euro 1,3 miliardi di euro, segnando un +8,7%).
In verità, nel corso del 2018 e nei primi mesi del 2019, il Governo è intervenuto a più riprese per incrementare i prelievi erariali, così andando progressivamente ad erodere il margine di redditività delle imprese incaricate dallo Stato alla raccolta del gioco pubblico. Non si tratta, invero, di una nuova politica di governo del settore, bensì della prosecuzione sulla strada già tracciata dai precedenti Esecutivi. Il fatto è che, al progressivo ed incessante aumento della tassazione, non ha fatto seguito, fino ad oggi, un vero riordino finalizzato a dare certezza giuridica al settore.
Non c’è bisogno di scomodare illustri e attenti commentatori, per evidenziare i rischi insiti nel mancato intervento dello Stato centrale in una materia coperta da riserva statale e non armonizzata in Europa. Si tratta di ridisegnare il modello distributivo del gioco pubblico e nessuna autorità può sostituirsi in ciò al legislatore nazionale.
A livello locale, come noto e già richiamato nei precedenti articoli (https://www.leurispes.it/gioco-legale-in-puglia-si-apre-la-fase-di-riflessione/), le Regioni e i Comuni hanno sopperito alla persistente carenza di intervento centrale, introducendo normative finalizzate a tutelare in via preventiva la salute pubblica dai rischi insiti in un’offerta legale di gioco ritenuta pervasiva e pericolosa. Questo orientamento ha ricevuto l’avallo della Corte Costituzionale, in punto di legittimità, anche alla luce della conclamata “inerzia” del legislatore nazionale, in una materia che è oggetto di competenza concorrente Stato/Regioni.
In tale contesto, continua e cresce l’allarme proveniente dal susseguirsi, pressoché quotidiano, di notizie relative a indagini che fanno emergere il costante interessamento e coinvolgimento di consorterie criminali nella raccolta illegale di giochi e scommesse, sia tramite esercizi attivi sul territorio nazionale sia attraverso siti “.com” e piattaforme con server ubicati all’estero, che consentono di eludere limiti e controlli rigorosamente imposti alle reti legali di raccolta.
Nell’ultima relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, relativa al periodo gennaio-giugno 2018, si legge che: «Sul piano generale, tutti i mandamenti mafiosi sembrano interessati al settore, favorendo l’apertura di nuove agenzie di gioco».
Mentre scriviamo, escono agenzie stampa sull’ennesima operazione, questa volta definita “Mafiabet”: «Altri due arresti per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra dopo il blitz del 22 febbraio che aveva assestato un colpo al monopolio delle scommesse online della mafia nel “regno” di Matteo Messina Denaro».
Proviamo allora a semplificare, senza banalizzare, il quadro: le iniziative adottate dalle Regioni e dai Comuni, per la tutela della salute dei cittadini, finiscono per creare terreno fertile a fenomeni pericolosi per la tutela dell’ordine pubblico nella misura in cui gli unici strumenti partoriti dalle leggi locali (distanze minime dai luoghi sensibili e limitazioni orarie), hanno come effetto quello di marginalizzare e indebolire la rete fisica legale di raccolta del gioco controllata dai Monopoli di Stato, a tutto vantaggio delle reti illegali.
Il sistema concessorio ‒ ha ricordato più volte il Presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio, Antonio De Donno, procuratore della Repubblica di Brindisi con pluriennale esperienza nel contrasto dei fenomeni illegali in questo settore ‒ «è un presidio di legalità sul territorio e rappresenta di per sé un ostacolo ai tentativi della criminalità organizzata e comune di espandersi e riespandersi in un settore storicamente sensibile e allettante per le ingenti somme di denaro movimentate».
Cui prodest?
Certamente non ne beneficiano i cittadini e gli utenti dei servizi di gioco che assistono, inconsapevoli, ad un avvicendarsi di differenti offerte di gioco (legali/illegali) a marchio diverso che, in realtà, nascondono profonde differenze sostanziali, in primis in punto di garanzie e tutele contro tutti i rischi (di sviluppare dipendenza, di essere truffati, di finire nelle maglie dell’usura).
Le reti illegali conquistano nuovi spazi territoriali (quelli lasciati liberi dalle reti legali) e continuano a fare quello che hanno sempre fatto, ovvero implementare il business di prodotto, andando alla costante ricerca di soluzioni che soddisfino una clientela sempre più esigente che ricerca intrattenimento.
La tentazione di limitare e imbrigliare l’offerta legale di gioco, anche per il superiore fine di prevenire i rischi di dipendenza, finisce per tradursi in un grande vantaggio competitivo per chi opera fuori dal sistema regolato, essendo così libero di offrire un prodotto di gioco più allettante e più dinamico, più vicino alle esigenze di svago degli utenti.
Forse il Governo, se non è una mera casualità, ha tenuto conto degli effetti collaterali che abbiamo descritto se, dopo il divieto totale di pubblicità e i ripetuti prelievi che hanno indebolito la rete legale di raccolta del gioco di Stato, ha previsto nel cosiddetto “Decretone” (art. 27, Dl 28/01/20198 n. 4, che attende ancora la conversione in legge), un consistente inasprimento delle sanzioni penali per chi raccoglie abusivamente giochi e scommesse (art. 4 L. 401/89). La pena è passata da quella della reclusione da sei mesi a tre anni, a quella della reclusione da tre anni a sei anni e alla multa da 20mila a 50mila euro.
Questo intervento normativo ben si giustifica se il reato di raccolta abusiva, come emerge dalle numerose indagini di polizia giudiziaria, è quasi ormai sistematicamente uno dei reati tecnicamente definiti “reati-fine” delle associazioni a delinquere di stampo mafioso, vale a dire uno dei reati commessi dall’organizzazione nell’ambito del proprio disegno criminoso e per il perseguimento dei propri fini.
Non è questa la sede per soffermarsi sui riflessi tecnici dell’aumento di pena, ma si può certamente rilevare che la sanzione ha acquisito quel carattere di deterrenza prima inesistente.
Il Governo è, quindi, partito dai divieti e dalle sanzioni, ma il mercato pubblico dei giochi e delle scommesse, voluto e costruito negli anni dallo Stato stesso, rivendica dignità giuridica ed ha urgente bisogno di una cornice di regole certe, anche ed in particolare per la tutela della salute, regole che garantiscano un’operatività piena e regolata e non a scartamento ridotto, per fronteggiare in “ottica concorrenziale” il mercato illegale, dinamico e sempre mutevole, e per garantire quel gettito erariale ritenuto, almeno ad oggi, irrinunciabile. Nel corso dell’esame in aula del cosiddetto “Decretone” è stato ricordato, peraltro, che il reddito di cittadinanza è stato finanziato dal gioco d’azzardo per 1,5 miliardi di euro per tre anni.
In estrema sintesi, siamo di fronte ad un governo dei giochi a senso unico: mentre l’obiettivo nobile “da campagna elettorale” dell’attuale decisore è quello di contrastare il disturbo da gioco d’azzardo, il risultato concreto è quello di utilizzare il settore del gioco pubblico per esigenze di finanza, senza incidere realmente sulla lotta alla “ludopatia”.

Chiara Sambaldi e Andrea Strata sono i Direttori dell’Osservatorio permanente su Giochi, legalità e patologie dell’Eurispes

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