Induismo, “C’è ignoranza e superficialità. Bisogna riscrivere i libri di scuola”

Gli induisti stranieri in Italia sono circa 150mila; a loro si aggiungono tra i 30 e 50mila italiani che hanno aderito ai valori, alla filosofia, al culto dell’Induismo. Una religione che affascina molti, ma sulla quale c’è una conoscenza molto approssimativa. Per questo motivo, l’Unione induista italiana ha deciso di sostenere il lavoro di ricerca che l’Eurispes sta portando avanti su questo tema. Ne parliamo con Svamini Hamsananda Giri, Vice presidente dell’UII.

Che cos’è l’Unione Induista Italiana e quando è nata?
L’Unione induista italiana nasce alla fine degli anni Ottanta: nello stesso periodo in cui stava aumentando il flusso migratorio in Italia, gruppi di persone, amanti della cultura indiana da diversi punti di vista, hanno iniziato a formarsi e a costituirsi in associazioni. È nata spontaneamente la necessità di coordinare le diverse realtà in un’Unione, all’interno della quale ciascuno può rimanere indipendente, ma con una voce comune per far conoscere l’Induismo e difendere l’idea stessa di Induismo che in Occidente è conosciuto in modo confuso, inesatto e non di rado pure scorretto.
L’Unione induista, quindi, è nata per rappresentare le varie comunità e rapportarsi con le Istituzioni politiche, sociali come il carcere, gli ospedali, le scuole e le Università e, non da ultimo, anche con le altre religioni. Il rapporto con le Istituzioni ha portato l’UII al riconoscimento ufficiale da parte dello Stato italiano come confessione religiosa, e nel 2012, alla sigla dell’Intesa con il Governo italiano.
Il mondo induista è certamente molto variegato, ma è proprio in questa immensa molteplicità di vie, di tradizioni, di filosofie e di scuole dottrinali che l’occidentale perde il suo orientamento. L’Induismo appare essere non-unito, non-gerarchico, non-dogmatico; non ha un fondatore, non ha un suo proprio nome! Insomma, l’Induismo sembra per definizione qualcosa che non può essere definito: per comprenderlo occorre forse sgomberare false o superficiali conoscenze e sradicare molti malintesi, o riduzioni ontologiche generate talvolta dal porre erronee categorie di pensiero. In realtà l’Induismo ha un potente e fondamentale nucleo unitario, ma per comprenderlo occorre comprendere il pensiero orientale. Come dice R. Panikkar: «Il genio occidentale tende a vedere l’albero e non a vedere il bosco altro che come un concetto astratto. Gran parte del genio orientale tende a gioire del bosco, dimenticando i singoli alberi».
Tornando all’Unione Induista, le caratteristiche intrinseche dell’Induismo hanno fatto sì che non si presentasse in maniera preponderante in Italia: esso non si vede, non si conosce, ma nemmeno disturba: questo è certamente il primo dato di percezione dell’Induismo, una religione pacifica e tollerante. L’esempio più evidente dell’invisibilità forse è la mancanza di richiesta della costruzione dei templi che, invece, nel caso di altre religioni ‒ come Islam e ortodossi ‒ costituisce un problema complesso. Il motivo si rintraccia nell’ortoprassi; se i riti possono essere svolti in casa dai capofamiglia, non essendovi obblighi né dottrinali né formali alla frequentazione al tempio, non appare una vera urgenza la necessità di costruire luoghi sacri. In realtà, la funzione sociale ‒ non religiosa ‒ del tempio, data per scontata in India, è di fondamentale importanza (come vedremo) per il sostegno della comunità; è indispensabile per il bene collettivo, per una migliore socializzazione, per la cultura, l’identità e l’integrazione. L’Unione Induista Italiana, quindi, si preoccupa di diffondere l’Induismo non attraverso il proselitismo ‒ che non fa parte della sua natura ‒ ma attraverso un radicamento nella struttura della società, con una presenza nei luoghi pubblici. Il primo obiettivo è stato quello di riuscire a far capire, prima di tutto, la nostra presenza, e poi di far riconoscere alle Istituzioni questa realtà.

Ma l’Induismo si può definire una religione?
Questa è una domanda difficile; sembra banale ma non lo è affatto. Tutte le parole si erodono nell’uso e si svuotano nell’abuso e talvolta si elude la risposta parlando di “spiritualità”, non di “religione”. Nel caso dell’Induismo, anche se nessuno dei due termini è esaustivo, non sarebbe corretto escluderne nessuno. Oggi molti individui in Occidente non si considerano religiosi, a causa delle connotazioni di dogmatismo e istituzionalizzazione di cui tale parola si è colorata. La religione non è originariamente né una organizzazione né una istituzione o una dottrina. La religione nasce da una relazione tra gli esseri e il Divino. L’ortoprassi, per esempio, nel caso dell’Induismo è tanto importante quanto l’ortodossia. La religione, inoltre, deve essere ben distinta dalla “setta religiosa”, avendo connaturata una dimensione antropologica che potrebbe forse essere definita religiosità.
Noi induisti traduciamo il termine “religione” con la parola “dharma”; tuttavia, esso non corrisponde al concetto di religione proprio della cultura occidentale. Viene inteso come “ordine”, “legge” o “dovere” con un senso meno coercitivo e dogmatico; letteralmente significa “ciò che sostiene e nutre” intendendo così un “ordine armonico universale”. In tutto l’Oriente, la parola “dharma” significa molto di più di religione e si intende spesso uno “stile di vita”, seppure, “stile di vita” è troppo riduttivo. Invero, l’Induismo possiede anche una filosofia, una liturgia, un sistema monastico: una serie di elementi religiosi, insomma, che si fondano ad altri elementi propri dello stile di vita, ovvero valori etici, morali e religiosi. Il dharma indù rappresenta il bosco umano della spiritualità. Inoltre, la religione in Oriente non è ridotta a un fatto sociologico più o meno istituzionalizzato e identificato con una ideologia, né tantomeno solamente come una parte intima della vita privata degli uomini; il dharma è l’ordine cosmico di tutta la realtà.

Quanti sono gli induisti in Italia? E quanti sono gli italiani che si sono “convertiti”?
La comunità migrante rappresenta la maggior parte degli induisti in Italia e si aggira sulle 130/150mila persone: una comunità in parte radicata e in parte mobile che tende a spostarsi, per favorire un futuro migliore ai figli, in altri paesi. Poi abbiamo, in Italia, una parte minore dell’Induismo costituita dagli italiani che si riconoscono in questa religione. Ancora, c’è un gran numero di italiani che amano questa cultura ma non si riconoscono in una tradizione specifica e, quindi, in una appartenenza religiosa.
Noi induisti non amiamo parlare di “conversione”: non ci sembra la parola corretta per rappresentare chi decide di entrare a fare parte di una comunità di appartenenza.
Nel “nuovo” dibattito sociologico sul tema di religione e spiritualità si pongono dei modelli decisamente limitati e discutibili nel cogliere processi complessi. Così il processo di conversione, a lungo studiato dai sociologi, non corrisponde a dinamiche personali; infatti, il termine è decisamente rifiutato dagli induisti che negano la concezione comune di conversione come abbandono e\o rifiuto dell’identità religiosa passata. Si accetta il termine solo nel senso di evoluzione quotidiana del proprio percorso spirituale.
Per quanto riguarda i numeri, c’è un bacino relativamente poco numeroso di induisti italiani che seguono tradizione, culto, filosofia propri dell’Induismo e praticano lo yoga: siamo sui 30/50mila italiani.

Lei, Hamsananda, è italiana: mi racconta la sua esperienza? Come è nata la sua scelta?
In Italia negli anni Sessanta, l’epoca in cui sono nata io, ci sono stati grandi cambiamenti e rivoluzioni; le tradizioni si sono rinnovate e io faccio parte di quel movimento di persone che hanno cercato altri valori rispetto alla tradizione. Spesso mi viene posta questa domanda: come se io avessi cambiato religione pensando che a quella di nascita ‒ la cristiana ‒ mancasse qualcosa. Invece non è così: alle religioni non manca nulla. Tuttavia, ciascuno ha la possibilità di scegliere i propri percorsi spirituali in base alla propria sensibilità. La fede è un atto della conoscenza e della volontà, ma è ancor più e prima di tutto un atto del nostro essere, che ci conduce a un linguaggio a noi intimo, verso il trascendente in virtù di una misteriosa attrazione. La religione, dunque, non si instilla da un fatto culturale, è anche una questione “d’amore” e nell’amore, a volte, succede l’imponderabile. Mi sono innamorata della cultura orientale perché attratta da un principio di trascendenza dapprima indefinibile, poi, si è tradotto in un linguaggio in apparenza lontano, ma così pacificante per il mio cuore in tumulto. Così inclusivo e pluralista che mi ha persino riavvicinato alla mia cultura originaria: la mia, quindi, non è stata affatto un’abiura né un voler rinnegare la mia cultura.
La società italiana sta pian piano assorbendo e accettando questo processo: il fatto che ci siano cittadini italiani che culturalmente possano sentirsi di appartenere ad altre religioni del mondo, a prima vista lontane, ma qui presenti nelle campagne della pianura padana, nelle valli bergamasche, a Roma, in Puglia, in Sicilia. La grande occasione di poter scegliere linguaggi differenti è un’opportunità nuova, alla quale non tutti sono abituati perché non abbiamo una cultura pluralista. Al contrario, la cultura indiana è di per sé pluralista, poiché l’Induismo, anche se costituito da diverse tradizioni, sa vedere l’unità nella diversità.

Lei sta dicendo che si può essere cattolici e, nello stesso tempo, induisti?
Per il cattolicesimo è questione dottrinale e teologica regolata dal diritto canonico le cui norme valutano e regolano i comportamenti dei fedeli. Per gli induisti vivere in un paese di cultura cattolica non comporta alcun problema nella condivisone e nella partecipazione sociale e religiosa (si festeggiano il Natale e le altre festività ‒ famoso il caso di santa Rosalia a Palermo, festa molto sentita e seguita da tutti gli induisti palermitani), ben consapevoli che Dio è “uno” e, per noi induisti, è davvero “Uno”. E si manifesta con nomi diversi. Coloro che sono diventati induisti non hanno dovuto rinnegare o abiurare la propria religione per aderire all’Induismo. La religione di nascita rimane un tassello, talvolta molto prezioso, della propria vita.

Come nasce l’esigenza di avviare una ricerca, affidata all’Eurispes, sull’Induismo?
L’ignoranza che c’è sull’Induismo è, da tanti anni, motivo di sfida. L’Induismo è mal conosciuto in generale e, anche in privilegiate nicchie di Atenei “illuminati”, lo si rappresenta talvolta lontano dalle fonti tradizionali, talora in una fotografia dai sbiaditi colori antichi. Le religioni cambiano così come cambia la società poiché costituita di uomini e donne viventi. Proprio come le radici dell’albero non mutano ma le foglie cambiano di stagione in stagione, anche le religioni si rinnovano continuamente: il Cristianesimo di oggi è profondamente diverso dal Cristianesimo, dal Cattolicesimo, dal Protestantesimo di 30 o 50 anni fa. Nell’ambito di questo processo di cambiamento, l’Unione Induista Italiana ha deciso di affidarsi a un Istituto di ricerca serio, come l’Eurispes, per poter produrre conoscenza su un tema intorno al quale le informazioni sono un po’ troppo vaghe e stereotipate.

Quali sono, secondo lei, i luoghi comuni, i pregiudizi più comuni da sfatare sull’Induismo?
Il primo è quello di percepire l’Induismo in modo confuso, lontano, legato solo all’India, a una religione etnica e smarrendo l’orizzonte di fronte alla sua incredibile complessità. Questa difficoltà di comprensione non spinge a conoscerlo, ma lo riduce a questioni banali: dall’adorazione dei molti dei, il politeismo, alla questione delle “caste”, che è non è un problema induista, bensì legato a un intero paese, a una condizione sociale e a un complesso percorso storico e contemporaneamente geo-politico (le invasioni, il dominio britannico, ecc.). La casta in India ha il suo peso, ma non è dettata da una questione religiosa, il campo di interesse è piuttosto sociologico e antropologico. Ecco, questo è un altro pregiudizio da sfatare perché, strumentalizzando il tema della casta, semplicisticamente parlando si qualifica l’Induismo come una religione come “ingiusta”.
Il secondo tema riguarda la superficialità di chi identifica l’Induismo con il folklore della sua moltitudine di simboli: chi non comprende l’aspetto filosofico, inscindibile da quello teologico, crede che l’Induismo sia una religione nella quale si adorano le vacche, o ancora sia una religione politeista: errore grossolano poiché “l’Uno senza secondo” è il fondamento dottrinale davvero fondante e imprescindibile comune a tutte le diverse tradizioni. Si può essere induisti e non adorare nessuna rappresentazione della divinità. Ci sono molti modi di essere induisti, ma tutti gli induisti credono che Dio sia “uno”. Tutti gli induisti hanno ben chiaro il concetto di partenza, l’Assoluto, la Realtà, la verità è che Uno senza secondo vedono l’unità nella diversità. L’occidentale non ne è costituzionalmente capace: nella molteplicità vede solo la separazione.

Quindi, secondo lei, bisognerebbe riscrivere qualche pagina dei libri scolastici?
Certamente sì. Questa è una grande necessità. L’Unione Induista propone dei corsi di aggiornamento e proprio in quelle occasioni si registra che una delle esigenze più sentite dagli insegnanti è quella di avere dei testi corretti. Ma per ora una revisione non è ancora partita, il Miur non risponde. Mi occupo da 25 anni di dialogo interreligioso e, devo dire che questo è un bisogno sentito da tutte le religioni: tutte considerano inadeguati i testi scolastici. La Chiesa cattolica, nei testi per l’ora di religione, ha mostrato una maggiore sensibilità in questo senso; vi è un dialogo con la CEI e molta disponibilità ad apportare sui testi correzioni concordate con le varie religioni: nei testi di religione cattolica si trova scritto che l’Induismo è una religione monoteista. Questo significa che le cose possono cambiare, anche in meglio.

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