La dittatura del terzo like. Il dibattito politico è sostituito dai post

Una nuova dittatura si affaccia nella società contemporanea, quella del like. È potente l’assonanza che ci introduce nella critica di Alvise Cagnazzo riportandoci immediatamente alla Germania Nazista del Terzo Reich.

Trovata pubblicitaria o meno, il parallelo che si instaura fra le due realtà – il like come nuovo strumento per esercitare il potere in un mondo governato, oramai, dai social e il Reich tedesco con tutte le sue possibili implicazioni – sia al livello linguistico che grafico (una svastica con i pollici svetta in copertina) si imprime potentemente nella mente del pubblico, ancor prima di iniziare la lettura. E, allo stesso modo, offre una chiave di lettura chiara e intuitiva: quel tipo di dittatura atroce viene sostituita oggi da una dittatura che si avvale di nuovi strumenti per l’esercizio del potere e, non di meno, feroce ed agghiacciante a suo modo.
È una destrutturazione paziente e ragionata quella che Alvise Cagnazzo segue nel suo libro, dal titolo La dittatura del terzo like (Minerva Edizioni), nato come un’approfondita analisi sociologica in grado di far emergere le avarie che affliggono la moderna società civile.
La polemica dell’autore, volta a scardinare ed analizzare ogni aspetto della modernità, è evidente e ben scandita nel corso dei diciassette brevi capitoli che compongono il testo, grazie ai quali quest’ultima prende forza nel rappresentare la mediocrità di un’Italia in crisi, in balìa del fenomeno incalzante dei social network, senza aspettative lavorative o proposte per il futuro.

Proprio a tal riguardo, si innesca una delle considerazioni centrali dell’autore, analizzando quei mutamenti che hanno caratterizzato i sistemi lavorativi, facendo luce su quella che è, purtroppo, una nota realtà: le competenze maturate durante gli anni scolastici e di formazione non vengono messe a frutto nel contesto lavorativo. Vale a dire che circa l’80% dei lavori svolti dalle nuove generazioni non rappresenta la prosecuzione o lo sviluppo di un percorso di studi. Emblematico diventa il personaggio del ragionier Fantozzi, manifestazione concreta di un fenomeno che affligge la realtà contemporanea del nostro Paese. Evocando uno dei protagonisti cinematografici degli anni Settanta, con le sue vicissitudini familiari e lavorative, l’autore ci dimostra come «Fantozzi oggi sarebbe un privilegiato», nonostante il suo essere impacciato e fuori luogo. I giovani d’oggi farebbero carte false per avere un lavoro come quello del celebre ragioniere, adagiandosi in quella mediocrità che permetterebbe, comunque, di portare a casa a fine mese uno stipendio decente.
Seguendo questo particolare modo di raccontare i cambiamenti sociali attraverso l’esempio cinematografico, l’autore dedica un capitolo al famosissimo cartone di Matt Groening Futurama, cercando – attraverso un’analisi inedita – di ripercorrere quel fil rouge che lega le tematiche etiche che animano la politica – come l’eutanasia o il testamento biologico. L’excursus riguardante la serie animata del 1999 mette in evidenza l’estrema attualità di quella che sullo schermo sembra essere una fantascienza irraggiungibile. Potente rappresentazione e analisi satirica del degrado dei nostri tempi, il cartone manifesta – come sottolinea lo stesso autore – un carattere sociologico, segno di un malessere del nostro tempo solamente abbozzato nella pellicola. Profeticamente, la fantascienza di Groening penetra nella realtà e, circa venti anni dopo, in Australia, nascono le cabine della morte, simili alle centraline telefoniche degli anni Novanta, capaci di garantire – all’esiguo costo di mille euro – un “fine vita” immediato e senza la necessità di giustificare a terzi la propria scelta (nel cartone il protagonista Fry si imbatte in queste cabine e ne rimane stupefatto).

Proseguendo nell’analisi dei mali della moderna società, un altro aspetto pericolosamente rilevante è rappresentato da una riorganizzazione del lavoro affidata alle macchine. Stando alle idee dell’autore oggi Marx avrebbe difeso l’uomo dalle macchine, facendosi sostenitore dei princìpi del luddismo britannico – vale a dire della distruzione delle macchine – riconoscendo negli automi, non più nel tiranno datore di lavoro, il vero pericolo per l’uomo. A proposito dei social network, Cagnazzo ci spinge a riflettere su come Instagram, il social tanto amato dai teenagers, che permette di condividere in maniera istantanea foto o video, rappresenta il primo passo per la morte della fotografia al livello professionale – è un dato di fatto che medie e piccole aziende che si occupavano della lavorazione e della stampa dei rullini siano colate a picco. Tutti si improvvisano fotografi, e grazie a smartphone sempre più all’avanguardia con risultati ottimali, senza però avere la benché minima idea di cosa ci sia alla base dell’arte fotografica. Minimo sforzo massimo risultato; atteggiamento, questo, che piace parecchio ai giovani di oggi, i quali non sembrano molto interessati ad imparare ed applicarsi veramente.

Parallelamente al mestiere del fotografo anche quello del giornalista sembra avere i minuti contati. Ovviamente perché i social offrono spazio a chiunque e perché permettono di condividere immediatamente il proprio pensiero, senza dover passare obbligatoriamente per i giornali o la televisione. La conseguenza lampante, alla quale ci conduce l’autore, è quella del fenomeno delle fake news. Secondo quest’ultimo il fenomeno non rappresenta realmente un problema o una minaccia, ma piuttosto la prova di un’ignoranza popolare sempre più diffusa: «La loro diffusione è possibile soltanto in un humus infertile, in un contesto culturalmente debosciato e privo di vitalità culturale. […] Il quesito di fondo è semmai legato all’incapacità di avere una preparazione intellettiva sufficiente per sorreggere il peso di una disinformazione costante».

I social network rappresentano, tuttavia, l’unica fonte di informazione per gli adolescenti, vale a dire per la futura classe dirigente del Paese. Appaiono come un surrogato moderno del diario segreto che tutti gli adolescenti avevano in cartella ai tempi della scuola. Tuttavia, qualcosa è cambiato: si passa da un rapporto intimo ed interiore, un modo di analisi introspettiva di se stessi e delle proprie emozioni ad una continua esibizione del proprio io e della propria quotidianità. Siamo davanti ad un passaggio di consegne, ad una svolta epocale come quella degli anni Sessanta/Settanta: così come la televisione si è imposta nelle case degli italiani surclassando la radio, oggi sono i social network a schiacciare e relegare la televisione in un angolo. Vero è che l’oggetto tanto amato è ancora saldamente affermato presso una fascia di utenti dai cinquant’anni in su, ma per quel che riguarda i più giovani sono i moderni mezzi di informazione ad avere la meglio. Il dato è evidente, e risulta palese, prendendo in considerazione la recente – dagli anni Duemila – diffusione delle web series, un prodotto non amato o comunque poco conosciuto dal pubblico adulto, ma che sta registrando profitti senza precedenti soprattutto fra i giovanissimi.
Recentemente abbiamo assistito all’ascesa di numerosi personaggi all’interno del panorama politico italiano; si tratta di una nuova classe politica altamente istruita sull’importanza dei social network, la quale è riuscita ad affermarsi sfruttando gli spazi offerti dalla Rete, e rimodellando la propria identità secondo i dettami imposti dai social. Il maggiore rappresentante di questo tipo di politica è, secondo l’autore, Matteo Salvini, con oltre 3.500.000 di seguaci su Facebook e 900.000 followers su Twitter. Un linguaggio semplice e diretto, capace di far breccia sull’interlocutore e portarlo a condividere e sentirsi partecipe di un determinato sentimento, rappresentano la parte visibile di un lavoro accuratamente costruito e profondo, di un labor limae pazientemente studiato. Avanzando in silenzio dalle retrovie, Salvini è riuscito a spodestare lo storico fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, e la sua arma vincente è stata proprio quella della comunicazione sul web e sui social.

Entrare in uno studio televisivo e leggere i commenti dei propri followers ha rappresentato una strategia vincente, portando la piazza – oramai costituita da individui virtuali, ma allo stesso tempo partecipanti attivi – nel vivo della discussione, mostrando da che parte pendesse l’ago della bilancia. Uno dei cardini fondanti del partito, vale a dire la proposta di una scissione dell’Italia con la conseguente separazione del Meridione dal Nord, è stato messo da parte e dimenticato a favore di un consenso anche meridionale. A seguito delle trasformazioni sociali che sono intervenute nel nostro Paese, la Lega ha rimodellato il proprio programma politico, prendendo spunto dagli umori che circolavano sui social network. Questa è sicuramente stata l’astuzia di Salvini, abile a rimettere insieme i pezzi di un partito ormai sfibrato e prossimo al declino. I social hanno dato voce a chiunque avesse qualcosa da dire, permettendo di aprire innumerevoli spazi di dibattito e discussione che, però, rimangono autoreferenziali. Tutto questo significa che il dibattito politico avviato sui social è solo apparente: niente viene risolto, nessuna decisione presa. Nasce così un nuovo modo di fare politica, mediante l’utilizzo della Rete, caratterizzato da un immobilismo vero e proprio che rappresenta, in realtà, la migliore tattica possibile per un politico di professione. La politica sembra aver smarrito la propria missione originaria, crogiolandosi in questo limbo di indecisione e discussione. Qualunque sia il problema del Paese ciò che conta non è agire, ma parlarne.
Ecco istituita, così, la Dittatura del terzo like, nella quale l’importante è il consenso della massa informe che agisce sui social; nella quale la politica dimentica il senso stesso del suo essere, rimanendo comodamente immobile innanzi ai post, ai like, all’ignoranza – percepita, invece, da chi scrive sui social come partecipazione attiva al dibattito politico-culturale – che può essere comodamente sfruttata a proprio piacimento.

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