Uno Stato da ri-costituire

La frattura tra Sistema e Paese che abbiamo segnalato nei precedenti Rapporti stenta a ricomporsi; anzi, si è allargata nel corso dei mesi e pone nuovi problemi.
La mancata soluzione di ritardi storici, la sottovalutazione delle emergenze; l’assenza di una politica di programmazione dell’impiego delle risorse; l’adozione di misure “una tantum” che producono, al massimo, il ristoro di un pannicello caldo; la propaganda a basso costo, caratterizzano la politica di questi ultimi anni.
I temi della giustizia, della modernizzazione della PA, delle politiche fiscali, della gestione del territorio, delle infrastrutture, della scuola, della sicurezza e tanti altri ancora sono nodi all’origine di un disagio diffuso, che alimenta il pessimismo e il qualunquismo, che delegittima la politica, che frena la capacità di costruzione del futuro, che impedisce la possibilità di mettere a frutto le enormi potenzialità possedute dall’Italia.
In questo contesto i dati e le informazioni che emergono dalle rilevazioni che accompagnano il Rapporto Italia, confermano la progressiva estensione di un sentimento di sfiducia nei confronti del Governo, del Parlamento, della politica.
Si segnala, invece, la tenuta della fiducia nei confronti delle cosiddette Istituzioni di garanzia (Forze Armate, Forze di Polizia) ed emerge un incremento della fiducia verso la Magistratura.
A fronte di queste difficoltà non si tratta di mettere la cosiddetta “pezza a colori” per rattoppare il vestito di Arlecchino che ci siamo cuciti addosso nel corso degli ultimi decenni, ma di metter mano ad una profonda “opera di ricostruzione” materiale e morale nella quale dovrebbero impegnarsi la classe dirigente del Paese in tutte le sue componenti e gli stessi cittadini che, per troppo tempo, hanno fatto del disimpegno una vera e propria scelta di vita.

Elogio della politica
La vulgata generale ci consegna una opinione pubblica nemica della politica, con la convinzione che ormai si possa fare a meno della politica stessa.
Noi oggi vogliamo, invece, parlare della “Politica” e, forse in solitaria controtendenza, parlarne bene.
Ovviamente, dobbiamo essere d’accordo su che cosa si intenda per Politica, ovvero una funzione essenziale e positiva nella costruzione e nella gestione di una società in grado di assicurare quel vivere civile del quale oggi patiamo la fragilità.
Per identificare “questa” Politica, possiamo partire dal suo opposto, da quel surrogato spacciato per politica con cui ci confrontiamo almeno da due decenni e che ultimamente ha assunto il nome di “populismo”.
Badiamo bene: il populismo, anzi i vari populismi, non sono la causa della crisi della politica, ma il loro effetto. È necessario, dunque, indagare a fondo le ragioni strutturali di questa crisi.
Bisogna, inoltre, rifuggire dall’atteggiamento sterilmente consolatorio, secondo cui si stava meglio, quando “c’era lei”, la Politica, e invocarne sic et simpliciter una riesumazione. Riavvolgiamo il nastro, correggiamo gli errori, e tutto tornerà come prima: sviluppo economico sostenuto, avanzamento dei diritti individuali e collettivi, ampliamento del welfare. Non è possibile!
La “retrotopia”, il ritorno a Camelot, l’utopia proiettata nel passato, è una tentazione forte e, soprattutto, ci evita di impegnarci in un compito certamente più arduo: quello di immaginare e costruire un Futuro possibile.
Negli ultimi decenni siamo stati un apripista: negli anni Novanta con i partiti “personali”, e recentemente, per quattordici mesi, siamo stati il primo Paese occidentale che ha mandato al Governo forze integralmente “populiste”.
Siamo stati anticipatori, dunque, di un trend politico che investe buona parte dei paesi occidentali: la Gran Bretagna di Boris Johnson e gli Stati Uniti di Trump, l’Ungheria e gli altri paesi di Visegrád sono attraversati da forti ventate populiste e/o sovraniste. E anche dove le forze politiche tradizionali mantengono le leve del comando, la politica “tradizionale” è sulla difensiva.
Il populismo, infatti, è stato ed è la risposta che in Occidente si è data alla crisi di un modello che sembra aver esaurito il suo ciclo. Il risultato si rintraccia nell’endemica crisi di identità e nell’impoverimento dei ceti medi, che hanno a loro volta generato e generano una diffusa percezione di insicurezza e l’impossibilità di immaginare un futuro migliore dell’oggi e di quello di ieri.
Infine, o se vogliamo, alla base di tutto, c’è stato e c’è uno sviluppo scientifico-tecnologico vorticoso che sembra rispondere solo a se stesso.
Tutto ciò crea una crisi di identità nella dimensione socio-politica, che produce una politica senza progetto e senza progetto la politica non può che divenire uno strumento per raggiungere obiettivi carrieristici personali.
I gruppi dirigenti sono oramai un orpello: ciò che conta è il leader che comunica direttamente con la “sua” base politica.
Ma se il populismo è efficace nel dare voce “in presa diretta” alle tensioni che accompagnano le tante questioni irrisolte, nello stesso tempo si mostra incapace di indicare possibili soluzioni.
Abbiamo riflettuto, all’interno del Rapporto Italia, sul perché la politica – sia quella tradizionale sia quella dei “populisti” – è in crisi.
Riconoscere la crisi è un punto di partenza, consapevoli che si deve comunque partire dalla presa d’atto che non esistono democrazie senza politica e senza partiti.
Politica e partiti sono la stanza di compensazione, il luogo della mediazione tra le esigenze, i bisogni, le attese del corpo sociale e le pretese spesso brutali della cosiddetta razionalità capitalistica e, più in generale, delle dinamiche di potere.
Senza questo luogo di mediazione diventeremo tutti ostaggi e servi di una finanza senza patria, senza bandiera, e senza responsabilità.
Non si tratta di far “ripartire” la Politica del passato, quella che comunque ha prodotto risultati preziosi, ma di intuire e stimolare il processo di gestazione di nuove visioni della Politica.
Questa è senz’altro un’operazione complessa, che richiederebbe l’impegno diretto di forze intellettuali disperse o impigrite. Un’operazione che comprenda un rinnovato ancoraggio alla dimensione etica e alla responsabilità da parte delle classi dirigenti.
L’impresa sarebbe quella di riuscire a collegare etica e politica.
Si dirà che non si fa politica con la morale ma, come avrebbe detto Malraux, nemmeno senza.
Un altro elemento è essenziale: i cittadini nella loro sfera privata dovrebbero ammettere, riconoscere che compromessi al ribasso, distorsioni, ripiegamenti individualisti, miope utilitarismo e, perché no, indulgenza verso l’illegalità, non sono e non sono state caratteristiche della sola classe dirigente e della casta della politica.
La società civile, insomma, non può riservarsi il solo ruolo di giudice; deve accettare a volte anche quello dell’imputato.
Tuttavia, non si tratta di elevare a sistema e rappresentare sulla pubblica piazza la triade confessione-pentimento-perdono: Savonarola e i suoi imitatori hanno fatto il loro tempo e prodotto abbastanza danni, e non abbiamo bisogno di purghe, vecchie e nuove.
Ma, certo, non è produttivo che la “colpa” sia sempre degli altri, che in politica “noi” siamo sempre nel giusto mentre gli altri sbagliano, che noi siamo puri e gli altri impuri. Un po’ più di sana e diffusa autocritica e un po’ meno di demonizzazione dell’avversario, permetterebbero di affrontare i problemi con maggiore realismo e buon senso. Senza dimenticare che, come il recente passato insegna, la demonizzazione va sempre a vantaggio del demonizzato.
D’altra parte, occorre trarre insegnamento dalla storia, perché se non si fanno i conti con la propria storia c’è il rischio che questa si ripeta, anche perché molti dei vizi della Prima Repubblica “sono ancora vivi e lottano insieme a noi”.
Insomma, smettiamola di farci del male da soli. La politica è un dovere, un impegno che deve vederci tutti partecipi.
La politica come servizio in favore della collettività. Perché solo la partecipazione e il controllo dei cittadini possono contribuire a ricollegare etica e politica ed avviare un percorso virtuoso. Questa non è una posizione spiritualista o religiosa, ma una profonda necessità di fronte alla caduta dei valori, alla consunzione dei punti di riferimento ai quali ci siamo ispirati nei decenni passati.
Oggi siamo costretti a navigare nel mare aperto della complessità e non ci sono più le ideologie a guidarci. Siamo costretti di volta in volta ad interrogarci su ciò che è giusto o su ciò che è ingiusto, su ciò che è saggio o su ciò che è insensato, su ciò che è utile o su ciò che è dannoso per noi stessi e per la comunità alla quale apparteniamo.
L’etica è un metodo che guida l’azione e poggia su un concetto che deve essere ripristinato: quello della responsabilità. Quindi, l’etica come luogo di rifondazione della politica e della ricostruzione del rapporto con l’altro da sé.
Ma soprattutto, ricollegare etica e politica significa ricostruire il rapporto tra politica e valori e abbandonare la pretesa che tutto sia consentito per il raggiungimento del consenso e del potere.
Non è vero che il fine giustifica il mezzo, per dirla con Machiavelli. Non si possono conseguire buoni fini se si impiegano cattivi mezzi. Per dirla con San Tommaso.
I cattivi mezzi che la politica utilizza consistono, tra l’altro, nella distorsione a fini strumentali del racconto della realtà, nella falsificazione dei fatti e dei dati, nella diffusione di notizie e di informazioni che possono orientare o disorientare la pubblica opinione o proporre o varare misure che prospettano immediati vantaggi e, spesso, sono nefaste nella prospettiva.
Alcune di queste finte verità affliggono il nostro Paese da decenni e si sono consolidate in quella parte dell’immaginario collettivo meno avvertito, provocando danni enormi sul piano politico, economico e sociale.

Una cura “ri-costituente”
All’inizio delle nostre riflessioni, abbiamo, per così dire, “annunciato” di voler parlare bene della politica, e addirittura bene dei partiti politici, nella previsione che necessariamente dovrà rinascere una stagione della Politica con la P maiuscola.
La Prima Repubblica aveva la sua Costituzione, quella entrata in vigore il primo gennaio 1948, mentre nei decenni successivi né la Commissione Bozzi ai tempi di De Mita e Craxi, né la Bicamerale di D’Alema, né i tentativi di Berlusconi e di Renzi, sono riusciti ad aggiornarla.
Nel 2001 con la Riforma del Titolo V, si è riusciti, addirittura, a peggiorarla. Stiamo parlando, ovviamente, della Seconda parte della Costituzione, non dei Princìpi generali che è bene rimangano quelli indicati dai Padri Costituenti.
Da più di un ventennio ci si confronta con la mancata crescita del Paese che è divenuta strutturale, con l’imbarbarimento del clima del pubblico dibattito, con la sterile litigiosità amplificati da un sistema dei media che si nutre più di elementi distruttivi che costruttivi.
Ciò che ci divide lo conosciamo bene, e spesso le contrapposizioni appaiono il fine stesso dell’azione politica. Ciò che ci unisce, invece, è latitante. Un latitante che nessuno vuole concretamente ricercare.
In sintesi, la politica è “latitante” proprio perché essa, che dovrebbe essere il luogo del confronto e della mediazione, non viene vissuta con questo obiettivo. Per riportarla al centro dell’attività dello Stato, e perché ritorni ad ispirarne l’azione, la Politica deve fare una cura “ri-costituente”, cioè deve affrontare una nuova fase costituente.
Recentemente, timidamente è rilanciata l’idea di una Assemblea che riformi la seconda parte della Costituzione.
Il senso di questa iniziativa dovrebbe essere: mettiamo insieme le piccole e grandi minoranze del Paese, ricerchiamo i massimi comuni denominatori, con l’avvertenza che il tempo è scarso e che siamo già in ritardo.
Una nuova Costituente, dunque.
In questo modo si darebbe un segnale al Paese: stiamo lavorando, tutti insieme per voi. E i cittadini, con ogni probabilità, sarebbero disponibili a dare credito al tentativo. E questo sarebbe il segnale del superamento di una politica bellicista che sa distruggere, ma non è in grado di costruire.

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