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Geopolitica delle narrazioni e riformismo erosivo: la strategia globale della Cina

di
Gabriele Cicerchia

Nel sistema internazionale contemporaneo il potere non si esercita solo attraverso eserciti, basi militari o sanzioni economiche. Accanto alla dimensione della forza e a quella della ricchezza in termini di Pil, si è progressivamente affermata una terza dimensione: la capacità di orientare la percezione della realtà internazionale. In altre parole, la capacità di attribuire significato agli eventi. La geopolitica del XXI secolo è sempre più una geopolitica delle narrazioni. Non basta controllare territori, rotte commerciali o tecnologie strategiche; occorre influenzare il modo in cui il mondo interpreta ciò che accade. È in questo spazio, spesso invisibile ma decisivo, che si sviluppa una parte crescente della competizione tra Stati Uniti e Cina.

La geopolitica del XXI secolo è sempre più una geopolitica delle narrazioni

Per oltre trent’anni, dopo la fine della Guerra fredda, l’Occidente ha goduto di una posizione quasi monopolistica nella definizione del linguaggio della politica internazionale. I principali media globali, gran parte del sistema accademico e numerose istituzioni multilaterali hanno contribuito a diffondere una narrazione relativamente coerente dell’ordine mondiale: quella dell’integrazione economica, della globalizzazione liberale e della progressiva universalizzazione di determinati standard politici. In questa cornice interpretativa l’ordine internazionale liberale è stato spesso presentato non come una costruzione storica e geopolitica possibile, ma come l’esito naturale del progresso politico ed economico globale. La stessa terminologia della politica internazionale – democrazia, governance globale, diritti umani, comunità internazionale – è stata progressivamente incorporata in una grammatica politica che rifletteva in larga misura l’esperienza occidentale. È proprio questa apparente neutralità che oggi viene messa in discussione da potenze emergenti come la Cina. Pechino considera il sistema informativo globale non soltanto uno spazio di comunicazione, ma un vero e proprio terreno di competizione strategica. Se il linguaggio attraverso cui il mondo interpreta la politica internazionale è prodotto prevalentemente in Occidente, allora quel linguaggio diventa esso stesso uno strumento di potere.

Pechino considera il sistema informativo globale non soltanto uno spazio di comunicazione ma un vero e proprio terreno di competizione strategica

Più che una strategia rivoluzionaria, quella cinese può essere definita una forma di riformismo erosivo dell’ordine internazionale. Pechino non punta a demolire il sistema nato nel secondo dopoguerra, ma a modificarne progressivamente le strutture e le regole erodendo l’egemonia occidentale nelle istituzioni, nelle reti economiche e nello spazio informativo globale. Negli ultimi due decenni la leadership cinese ha sviluppato una riflessione sempre più articolata su questo squilibrio. Nel dibattito accademico e politico interno alla Repubblica Popolare si è consolidata l’idea che la Cina debba rafforzare la propria capacità di comunicazione internazionale per riequilibrare l’architettura narrativa del sistema globale. Questa strategia si fonda su una combinazione di elaborazione teorica, costruzione istituzionale e pratica comunicativa. Università, centri di ricerca e think tank hanno avviato un ampio dibattito sulla reinterpretazione di concetti come soft-power e diplomazia pubblica. Categorie nate nel contesto occidentale vengono progressivamente rielaborate alla luce della tradizione politica cinese e integrate in una visione più ampia della competizione globale.

La Cina ha costruito una rete articolata di strumenti di comunicazione internazionale: media globali, piattaforme digitali, istituti culturali e programmi di cooperazione 

Parallelamente, Pechino ha costruito una rete sempre più articolata di strumenti di comunicazione internazionale. Media globali, piattaforme digitali, istituti culturali e programmi di cooperazione accademica costituiscono i nodi di un’infrastruttura narrativa destinata a rafforzare la presenza cinese nello spazio informativo mondiale. L’obiettivo non è soltanto migliorare l’immagine della Cina, ma ridurre l’asimmetria informativa che caratterizza il sistema globale.

La Cina cerca di presentarsi non come una potenza revisionista aggressiva, ma come un attore stabilizzatore 

La strategia cinese implica anche la costruzione di una contro-narrazione geopolitica. Pechino tende a rappresentare il sistema internazionale come uno spazio sempre più multipolare, nel quale il principio di sovranità statale e quello di non interferenza dovrebbero prevalere su modelli universalistici di governance politica. In questa prospettiva, la Cina cerca di presentarsi non come una potenza revisionista aggressiva, ma come un attore stabilizzatore che promuove sviluppo economico, cooperazione infrastrutturale e pluralità di modelli politici. Iniziative come la Belt and Road non sono soltanto progetti economici o logistici: sono anche strumenti di costruzione narrativa attraverso cui Pechino propone una rappresentazione alternativa della globalizzazione.

Di fronte alla crescente instabilità internazionale, Pechino continua a ribadire rispetto della sovranità statale, non interferenza negli affari interni e rifiuto dell’uso della forza

Il multipolarismo promosso dalla Cina non implica necessariamente la distruzione dell’ordine internazionale esistente. Pechino cerca di costruire istituzioni parallele, rafforzare le reti economiche del Sud globale e ampliare lo spazio di autonomia strategica dei paesi emergenti. Organizzazioni come i BRICS o la Shanghai Cooperation Organisation non rappresentano alleanze militari nel senso tradizionale del termine. Sono piattaforme di cooperazione economica e politica che mirano a riequilibrare la distribuzione del potere internazionale. Di fronte alla crescente instabilità internazionale, Pechino continua a ribadire alcuni principi ricorrenti della propria diplomazia: rispetto della sovranità statale, non interferenza negli affari interni e rifiuto dell’uso della forza come strumento ordinario delle relazioni internazionali. Anche nel caso dell’Iran la posizione cinese è stata quella di condannare l’escalation militare e richiamare il rispetto del diritto internazionale, senza tuttavia assumere un ruolo diretto di difesa di Teheran. Questo atteggiamento riflette una caratteristica strutturale della strategia cinese: Pechino evita di costruire alleanze militari rigide e preferisce sviluppare reti di cooperazione economica e diplomatica più flessibili.

Il confronto tra Washington e Pechino si gioca sempre più sul terreno tecnologico, industriale e geoeconomico

Per la leadership cinese l’Iran rappresenta certamente un partner rilevante, soprattutto dal punto di vista energetico e geoeconomico. Tuttavia, esso non costituisce un interesse vitale. Molto più cruciale è il mantenimento di una relazione stabile con gli Stati Uniti, pilastro centrale dell’attuale architettura economica globale. Per questo la Cina non sembra puntare a uno scontro frontale con Washington. L’obiettivo appare piuttosto quello di evitare una nuova Guerra fredda e, soprattutto, un disaccoppiamento totale tra le due economie. Il tempo rappresenta una variabile fondamentale nella strategia cinese. Molti osservatori hanno sottolineato la continuità tra l’approccio attuale e la linea elaborata negli anni Ottanta da Deng Xiaoping, sintetizzata nella formula «nascondere le proprie capacità e aspettare il momento opportuno». L’accumulazione di potere economico, tecnologico e industriale rimane il cardine della politica estera cinese. La rivalità tra Stati Uniti e Cina non assomiglia dunque alla Guerra fredda del Novecento. Non esistono blocchi ideologici rigidamente contrapposti né una separazione netta tra le due economie. Al contrario, le catene globali del valore continuano a intrecciare profondamente i due sistemi. Per questo molti analisti parlano oggi di una competizione sistemica asimmetrica. Il confronto tra Washington e Pechino si gioca sempre più sul terreno tecnologico, industriale e geoeconomico: semiconduttori, infrastrutture digitali, standard tecnologici e controllo delle filiere strategiche rappresentano i nuovi campi di battaglia della potenza.

Il controllo delle narrazioni contribuisce a definire la legittimità delle regole che governano il sistema globale

In questo contesto la dimensione narrativa assume un ruolo crescente. Il controllo delle narrazioni contribuisce a definire la legittimità delle regole che governano il sistema globale. Come osservava Antonio Gramsci, l’egemonia si consolida quando un ordine politico riesce a presentarsi come naturale e universalmente legittimo. Anche nelle relazioni internazionali il potere si manifesta nella capacità di stabilire il quadro interpretativo entro cui gli eventi vengono compresi.

La competizione narrativa tra Occidente e Cina trova uno dei suoi terreni più concreti nel Sud globale, in particolare in Africa e in America Latina. È qui che la strategia comunicativa di Pechino produce alcuni dei suoi effetti più visibili, innestandosi su una memoria storica segnata dal colonialismo, dal debito e dalle politiche di aggiustamento strutturale promosse dalle istituzioni finanziarie internazionali. Negli ultimi due decenni la Cina ha progressivamente eroso il cosiddetto Washington Consensus, il paradigma economico promosso da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale fondato su liberalizzazioni, privatizzazioni e riforme istituzionali spesso percepite come imposte dall’esterno. La narrativa cinese si presenta invece in modo diverso: Pechino sostiene di offrire infrastrutture, investimenti e tecnologia senza pretendere trasformazioni politiche o istituzionali. Per molti governi africani o latinoamericani questo approccio viene percepito come una forma di emancipazione dal paternalismo occidentale. In questa prospettiva lo sviluppo economico diventa il primo dei diritti fondamentali.

In Africa aziende come StarTimes forniscono servizi televisivi satellitari a basso costo, diffondendo pacchetti di canali cinesi tradotti in lingue locali

La guerra narrativa non si combatte soltanto attraverso i messaggi politici, ma anche attraverso le infrastrutture dell’informazione. In Africa aziende come StarTimes forniscono servizi televisivi satellitari a basso costo, diffondendo pacchetti di canali cinesi tradotti in lingue locali. Parallelamente, migliaia di giornalisti provenienti dal Sud globale vengono invitati ogni anno in Cina per programmi di formazione e cooperazione professionale. Un ruolo crescente è svolto anche dalla cosiddetta Digital Silk Road. Attraverso aziende tecnologiche come Huawei e ZTE, la Cina contribuisce alla costruzione delle infrastrutture digitali in numerosi paesi africani e asiatici, esportando al tempo stesso un modello di sovranità digitale fondato su un maggiore controllo statale dello spazio informativo.

La forza della Cina nel Sud globale deriva dalla capacità di mettere in discussione la legittimità dell’ordine internazionale

In America Latina la strategia cinese si inserisce invece in una lunga tradizione di diffidenza verso l’egemonia statunitense. In diversi paesi della regione Pechino è ormai diventata il principale partner commerciale e, attraverso strumenti finanziari come gli swap valutari, offre alternative che permettono di ridurre la dipendenza dal dollaro. La forza della Cina nel Sud globale non risiede nel tentativo di esportare il comunismo o di convertire ideologicamente queste società. Il suo successo narrativo deriva piuttosto dalla capacità di mettere in discussione la legittimità dell’ordine internazionale a guida americana, presentandolo come ipocrita e ormai superato. Se questa traiettoria dovesse consolidarsi, la trasformazione dell’ordine globale potrebbe non avvenire attraverso una rottura improvvisa o una guerra tra grandi potenze. Potrebbe invece manifestarsi come un lento slittamento degli equilibri economici, tecnologici e simbolici del sistema internazionale.

Più che distruggere l’ordine mondiale costruito nel secondo dopoguerra, la Cina sembra volerlo riscrivere gradualmente

Più che distruggere l’ordine mondiale costruito nel secondo dopoguerra, la Cina sembra volerlo riscrivere gradualmente. Nel XXI secolo il potere non consiste soltanto nel controllare territori, rotte commerciali o mercati finanziari, bensì nel controllare le narrazioni attraverso cui il mondo interpreta sé stesso.

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