Vincent Van Gogh, i colori che hanno influenzato il mondo. La mostra a Roma

Van Gogh

Sulla parete grande della camera da studente universitario, c’era il quadro che raffigurava quel vaso con 15 girasoli e la scritta blu obliqua Vincent. Era la riproduzione su tela di un mare di giallo. I fiori, i bulbi centrali, il vaso stesso, lo sfondo, il tavolo. Tutto giallo. Colore amato e prediletto da Van Gogh, in svariate declinazioni ed abbinamenti. Un insolito riflesso proveniva dal quadro. Posizionato di fronte alla finestra, catturava la luce e la restituiva moltiplicata, inondando l’ambiente. La scoperta di quella magia non fu immediata. Ci volle tempo. L’attenzione in quegli anni era rivolta a ben altro che a un quadro – oltre tutto riprodotto – di uno sconosciuto. Anche la scelta di comprarlo e appenderlo lì era ispirata a senso pratico. Nessun interesse artistico. Una delle cose che si fanno senza pensarci, quando si mette su casa. Il quadro integrava l’arredamento, fatto di mobili semplici e funzionali, regalando però grazia. Ma la motivazione principale – implicita, s’intende – era il colore: vistoso, visibile. Quel giallo accesso, che, oltre a manifestare luce, sprizzava energia. E donava brillantezza. Magari l’aspetto cromatico avrebbe migliorato l’umore dello studente alle prese con la sua fatica quotidiana. Fu senz’altro così. Inoltre il quadro finì per integrarsi a meraviglia nel paesaggio domestico, diventando anche discreto testimone di svariate avventure, comprese quelle non legate ai libri. Parte dell’immaginario privato.

Nelle collezioni pubbliche italiane sono appena tre i quadri di Van Gogh

Non c’è nulla di strano né di originale, nell’attribuire a dei girasoli un ruolo di spicco nella memoria personale. Fu inevitabile nel tempo constatare che la scelta di arredare la casa con un pugno di girasoli dipinti su tela non aveva nulla di eccentrico. Era persino banale. Accadde di scoprire che, in un numero vasto di appartamenti, abitato da studenti e non, facevano capolino gli stessi girasoli, o altri molto simili, come pure ulteriori opere – riprodotte – dello stesso Van Gogh. Una scelta ricorrente, che ne sminuiva il valore, se qualcosa in quella pittura non avesse finito per sottrarla alla banalizzazione.

In ogni opera di Van Gogh una esplosione di colori, a volte più ombrosi e scuri, a volte più caldi e splendenti

Chi era costui, l’artefice della meraviglia? Come aveva potuto, con la sua opera, sfuggire alla caducità della materia e consegnare doni alla fantasia di noi giovani, che nel frattempo abbiamo fatto strada, diventando adulti e oltre. Ecco intanto, ricordando tante approssimative allocazioni casalinghe, tante altre opere. Un Autoritratto (uno dei 70 circa realizzati tra Parigi e Arles nel Sud della Francia), appuntamento ineludibile dell’artista con sé stesso e il suo volto. La notte stellata, con quel vortice di nuvole e stelle. Il Seminatore, colto nell’ora del tramonto in cui il sole – struggente – regala gli ultimi raggi e non vuole abbandonarci. La natura morta con un piatto di cipolle, che, a dispetto del nome e nell’oggetto, sprigiona vita e conferisce profumo alle cose.

In ogni opera, una esplosione di colori, a volte più ombrosi e scuri, a volte più caldi e splendenti, secondo il ritmo oscillante di una vita travagliata. È stato inevitabile constatarne il significato. Tanto era palese il pregio di quei lavori, senza conoscere la storia dell’arte. Nessun pittore ha alimentato, come Vincent Van Gogh, la fantasia, sconfinando dalle pagine dei libri, e dalle pareti dei musei. Ogni settore della vita collettiva è stato contaminato da un’influenza contagiosa: oltre l’arredamento, la moda, la pubblicità, persino la cultura pop. In Rete è un trionfo di meme, con le immagini più celebri, anche abbinate a quelle di altri artisti. Una mescolanza di soggetti e di stili, dal tenore ironico ma affettuoso, oppure gravidi di inquietudine ma con degli sprazzi di sorprendente letizia.

In mostra a Roma 50 opere del pittore per i 170 anni dalla nascita

Ora che il pittore è in mostra a Roma, al Palazzo Bonaparte (dall’8 ottobre) per i 170 anni dalla nascita, con una raccolta di circa 50 opere, tra le più illustri, si prospetta, per ciascuno di noi e per il pubblico tutto, un appuntamento epocale. Il percorso espositivo ha un filo conduttore cronologico, facendo riferimento ai luoghi dove il pittore visse (Olanda, Parigi, e poi Arles, fino St. Remy e Auvers-Sur-Oise), e permette di ripercorrere la tormentata vita dell’autore sino all’esplosione del colpo di pistola che la interruppe ad appena 37 anni. Nelle collezioni pubbliche italiane, sono appena tre i quadri di Van Gogh. Gli altri sono altrove, soprattutto nel paese natale, l’Olanda, e poi l’America, l’Inghilterra, la Francia. Ma il motivo che sopravanza ogni altro è che vedere con i propri occhi i quadri suscita un’emozione senza confronto, altro che le infinite riproduzioni che hanno accompagnato la vita nostra e di tanti. Che pure hanno il merito di aver sollecitato l’attenzione e incuriosito.
Le opere del pittore provengono tutte dal Kroller-Muller Museum di Otterlo in Olanda, una delle più estese collezioni. E sono associate a quelle di altri grandi (Picasso, con la Madrilena; Renoir, con Il caffè, infine l’amato Gauguin, che lui aveva immaginato di ospitare nella sua casa – gialla, ovvio – di Arles, con un raro Atiti, un bambino franco-tahitiano sul letto di morte). Un’eco della risonanza eccezionale dell’autore è data dal fatto che, nei primi giorni, 70mila persone hanno chiesto di vederla, il programma prosegue sino a marzo 2023.

Il paradosso di un artista che fu incompreso in vita e poi riprodotto all’inverosimile

Di fronte al clamoroso successo, si registra il paradosso di un artista che fu incompreso in vita e che poi è stato riprodotto all’inverosimile e suscita ovunque entusiasmi. In una lettera al fratello Theo del 1888 lamentava che «i miei quadri non si vendono», confidando poi nel futuro: «la gente vedrà che valgono più del costo dei colori e della mia sussistenza». Così poco? Il riconoscimento, tardivo, è venuto con il tempo, è andato crescendo in maniera esponenziale sull’onda della letteratura popolare e del cinema. È diventato ora venerazione e culto. In tante figure da lui ritratte (i raccoglitori di patate, i tessitori, i boscaioli, le casalinghe), e ora esposte a Roma, emerge una dolcezza goffa, un’espressività del volto che rivela la fatica del lavoro, inteso come destino: il lavoro della terra nella sua severità è oggetto di uno studio quasi sacrale per svelarne la verità. «Sento che il mio lavoro sta nel cuore del popolo, così devo tenermi vicino alla terra, per poter afferrare la vita nella sua profondità», spiegava sempre al fratello Theo. Ma è nell’accurata ricerca del colore, sulla scia impressionista, che Van Gogh conquista un linguaggio immediato e vibrante. Gli permette la massima libertà nella scelta dei soggetti e delle situazioni da ritrarre, gli offre il modo di usare un tratto pittorico dal significato metafisico nel quale rispecchiarsi a pieno, coerente all’identità di uomo e artista. Le pennellate dense e i colori stratificati danno vitalità alla materia, fanno emergere personaggi ed emozioni dalla fisicità dei quadri.

Nei Girasoli un riflesso delle ansie e dei desideri di Van Gogh

Il colore giallo, anche mescolato od abbinato ad altri, presente ovunque, non solo nei Girasoli, è un’esplosione di luce. Espressione della forza vitale della natura. E dei sentimenti, come l’amore e l’amicizia, che alimentano, sostengono, danno forza. Certi eccessi cromatici, presenti nelle pennellate grasse, rivelano la fascinazione per il simbolo di vita che è il sole, attraente perché utile a contrastare il disagio interiore e il male di vivere. In quei Girasoli, che hanno stregato tanti dalla giovinezza, c’è persino un riflesso delle ansie e dei desideri dell’artista, affascinato da un fiore che, girando la corolla nella direzione del sole e seguendolo, vive nella ricerca della fonte di sopravvivenza e di nutrimento. In gioventù non sapevamo perché ne fossimo tanto conquistati, ma quei fiori raccontavano anche il desiderio di ciascuno di riconoscersi in un simbolo di vita. Che è anche, un po’, metafora della felicità.

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