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Guerra in Sudan: epicentro mondiale della sofferenza umana

di
Marco Omizzolo*

La guerra civile in Sudan sottovalutata dai media occidentali è diventata una delle peggiori crisi umanitarie del mondo. Già questo sarebbe sufficiente per sviluppare un senso umano di solidarietà nei riguardi di un popolo che rischia di morire di fame, sete, sotto i colpi mortali di due eserciti e per l’indifferenza generale. I sudanesi hanno tentato di liberarsi da una dittatura militare che per decenni ha governato i loro destini, decidendo della loro morte o del tipo di vita e di dottrina che dovevano invece obbligatoriamente rispettare. Eppure, questa legittima aspettativa di libertà, costata sacrifici e lutti continui, sta facendo precipitare quella stessa popolazione dentro una lotta di potere tra ex alleati militari diventati acerrimi nemici. Si potrebbe dire che i sacrifici condotti hanno permesso, almeno sinora, di far passare i sudanesi dalla brace alla brace, come un grande e drammatico gioco dell’oca in cui a perdere sono sempre i più indifesi.

La guerra civile in Sudan, drammaticamente sottovalutata dai media occidentali, è diventata una delle peggiori crisi umanitarie del mondo

Dal 15 aprile del 2023, infatti, tra combattimenti, stragi, rapine e violenze organizzate contro i civili, il Sudan è precipitato in una guerra civile che può essere definita totale. I combattimenti sono scoppiati a Khartoum, la capitale, ed hanno comportato un’escalation di lotte per il potere che ha avuto come risultato circa 13 milioni di persone sfollate e oltre 150 mila morti. Una quantità di persone enorme, in continua fuga per la vita, nella speranza di essere accolta in qualcuno dei paesi limitrofi o di arrivare in Europa dopo atroci sofferenze. Il Sudan è lo specchio di un conflitto in cui la gente o muore o emigra tra le braccia di trafficanti e organizzazioni criminali transnazionali, nella speranza di arrivare in un luogo sicuro in cui ricostruire una vita che abbia un senso vivere.

In Sudan si parla già di 13 milioni di sfollati, per lo più donne e bambini, e oltre 15 milioni di persone ormai ridotte alla fame

I numeri continuano a urlare una crisi che sembra essere senza fine. Se, infatti, aggiungiamo agli oltre 13 milioni di sfollati anche i rifugiati, per lo più donne e bambini, arriviamo a oltre 15 milioni di persone ormai ridotte alla fame. Gente che mangia un tozzo di pane ogni tre o quattro giorni, e che non riesce ad avere una speranza di vita che sia degna di questo nome. Gli appelli delle organizzazioni internazionali da mesi cadono drammaticamente nel vuoto. E ovviamente il cessate il fuoco, come in molte altre guerre a livello mondiale, semplicemente non è all’ordine del giorno. Solo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, lo scorso 8 marzo, sebbene in una crisi senza precedenti, ha adottato una risoluzione redatta dal Regno Unito che chiedeva la cessazione immediata delle ostilità almeno durante il mese del Ramadan, una risoluzione sostenibile del conflitto attraverso il dialogo, il rispetto del diritto umanitario internazionale e il libero accesso umanitario. Un appello caduto nel vuoto.

Il generale Mohamed Hamdan Dagalo sembra replicare, anche assai bene, i metodi terroristici, anche di natura mediatica, importati dal terrorismo jihadista

Gli scontri sono scoppiati il 15 aprile 2023, e vedono da un lato le forze armate sudanesi (SAF) che posseggono armi avanzate come gli aerei da combattimento e rimangono sostanzialmente fedeli al generale Abdel Fattah al-Burhan, capo della giunta militare del paese. Contro di lui ci sono i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), un insieme di milizie che seguono l’ex signore della guerra, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti (il piccolo Mohamed), noto anche per essere intervenuto con le sue truppe nei conflitti in Yemen e Libia, il quale sembra replicare i metodi terroristici, anche di natura mediatica, importati dal terrorismo jihadista. Due generali che agiscono per la conquista del potere ad ogni costo, compresa la morte di milioni di persone, bambini compresi, lasciando il Sudan in un lago di sangue che sembra infinito.

Lo scontro militare tra i due eserciti sarebbe scoppiato dopo settimane di crescenti tensioni sulla prevista integrazione delle RSF nell’esercito regolare. L’integrazione era stata un elemento chiave dei colloqui per finalizzare un accordo che avrebbe riportato il paese al governo civile (raggiunto nel dicembre 2022 a seguito delle forti pressioni nazionali e internazionali) e per porre fine alla crisi politico-economica innescata da un colpo di stato militare nell’ottobre 2011. Una quadratura che però non è andata a buon fine.

Lo scontro militare tra i due eserciti sarebbe scoppiato dopo settimane di crescenti tensioni sulla prevista integrazione delle RSF nell’esercito regolare

La RSF, infatti, fondata dall’ex presidente dittatore Omar al-Bashir, al potere per 30 anni e ora in attesa di giudizio da parte della Corte dell’Aia per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, nasce come milizia araba contro-insurrezionale. Al-Bashir, detenuto nella prigione di Kobar dall’aprile del 2019, voleva reprimere una ribellione nella regione del Darfur iniziata più di 20 anni fa a causa dell’emarginazione politica ed economica della popolazione locale. Assetato di sangue, questo imprinting criminale caratterizza ancora la RSF, che non manca di compiere atrocità di ogni genere.

L’esternalizzazione e militarizzazione delle frontiere europee aveva lo scopo quello di fermare, con l’ausilio delle forze militari e paramilitari, i profughi che fuggivano dagli stessi

Inizialmente conosciuta come Janjaweed (“Diavoli a cavallo”), la RSF divenne nota anche grazie agli accordi sottoscritti a Roma il 28 novembre del 2014, presso l’NH Midas Hotel, nell’ambito della Conferenza Ministeriale di lancio del Processo di Khartoum (EU-Horn of Africa Migration Route Initiative – HoAMRI), presieduta dal Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni e dal Ministro dell’Interno Angelino Alfano. Alla conferenza parteciperanno i rappresentanti di 40 paesi provenienti da Europa, Corno d’Africa e Africa mediterranea, insieme al Servizio Europeo di Azione Esterna, alla Commissione Europea, alla Commissione dell’Unione Africana e a ben 7 Organizzazioni regionali. Un accordo internazionale che è stato un passo fondamentale nel processo di esternalizzazione e militarizzazione delle frontiere europee avente come scopo quello di fermare, con l’ausilio delle forze militari e paramilitari dei paesi di origine e transito africani, i profughi che fuggivano dagli stessi, condannandoli a sofferenze, sparizioni e tragedie che peseranno per sempre sulla coscienza dell’Unione europea.

La ratio di fondo era la strumentale confusione tra profughi in fuga per la vita e quella di clandestini da arrestare in ogni modo, comprese le sparizioni forzate, le torture e i respingimenti verso i loro paesi natali, condannandoli spesso alla morte. L’iniziativa, in sinergia con OIM e UNHCR, si è svolta in collaborazione con Etiopia, Eritrea, Sudan, Sud Sudan, Somalia, Gibuti e Kenya, Unione Africana nonché con Libia, Egitto e Tunisia in quanto principali paesi di transito. Gran parte sono paesi che violano sistematicamente i diritti umani e violano il diritto internazionale con riferimento proprio ai diritti dei profughi. Tra questi va sottolineata la presenza proprio del Sudan.

Dalla primavera del 2023 la situazione in Sudan è andata deteriorandosi mediante una escalation militare che non ha mancato di colpire la popolazione locale

Al-Bashir, anche grazie a questi accordi, trasformò il gruppo terroristico jihadista in una forza paramilitare semi-organizzata, assegnando ai suoi leader gradi militari e armi al fine di schierarli per reprimere la ribellione nel sud del Darfur. Dalla primavera del 2023, con sporadici tentativi falliti di cessate il fuoco (negoziati attraverso la Piattaforma Jeddah sponsorizzata dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti), la situazione in Sudan è andata deteriorandosi mediante una escalation militare che non ha mancato di colpire, senza alcuna pietà, la popolazione locale, reprimendo nel sangue le proteste popolari e gli scioperi al punto che alcune azioni di guerra sarebbero state condotte volutamente all’interno di aree urbane densamente popolate.

Il Darfur è un’area abitata da circa 9 milioni di persone ed è il centro del conflitto in corso perché rappresenta la storica roccaforte del leader di RSF Hemedti

Il Darfur, è utile ricordarlo, è un’area abitata da circa 9 milioni di persone ed è il centro del conflitto in corso perché rappresenta la storica roccaforte del leader di RSF Hemedti che per anni ha terrorizzato le comunità locali. Numerose sono ad esempio, le prove incontrovertibili che dimostrano stragi continue operate da RSF contro le comunità dei Masalit, ormai decimate. La crisi umanitaria cresce su storiche radici di forte conflitto etnico, di contrasti decennali tra la parte araba della popolazione e il resto della popolazione africana e per il controllo armato delle risorse del paese.

Thomas Fletcher, sottosegretario generale per gli affari umanitari Onu, ha definito il Sudan “epicentro mondiale della sofferenza umana”

Tutto questo fa di questa regione, come afferma Thomas Fletcher, sottosegretario generale per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza dell’Onu, “epicentro mondiale della sofferenza umana”. Parole durissime che non sembrano dipingere una realtà esagerata rispetto ai drammi che sta vivendo la popolazione. Lo stesso Fletcher ha pubblicamente denunciato esecuzioni a carattere etnico, stupri collettivi, rapimenti a scopo di estorsione e sparizione di bambini. Non sono solo accuse generiche, ma il frutto di una dettagliata analisi e di numerose ricerche condotte dalle Nazioni unite presenti sul posto e sostenute da immagini satellitari condotte dall’università di Yale che non lasciano spazio a dubbi o a perplessità. Ciò è così urgente che anche la Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta sugli atti criminali commessi in particolare dalle Fsr che «ai sensi dello statuto di Roma potrebbero configurare dei crimini di guerra dei crimini contro l’umanità».

I costi di questa strage, che comprendono i pagamenti dei salari dei combattenti, dei mercenari e lobbisti vari, secondo gli esperti dell’Onu, sarebbero sostenuti da una “complessa rete finanziaria, organizzata dalle RSF prima e durante la guerra” per mezzo delle enormi ricchezze accumulate con l’estrazione e la commercializzazione, spesso illegale, dell’oro, business gestito da una cinquantina di compagnie controllate per la maggior parte dalla famiglia e dagli associati del suo comandante Dagalo che non mancano di praticare la schiavitù.

L’Unicef afferma che alcune comunità in Sudan sono sull’orlo della carestia: mancano cibo, acqua e medicine, la benzina scarseggia

Il conflitto, dunque, ha gettato il Sudan in “uno dei peggiori incubi umanitari della storia recente”, secondo Edem Wosornu, direttore delle operazioni presso l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), che potrebbe innescare la più grande crisi alimentare del mondo. L’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia, afferma che alcune comunità in Sudan sono sull’orlo della carestia: mancano cibo, acqua e medicine, la benzina scarseggia, le comunicazioni e l’elettricità sono ridotte e a fasi alterne, i prezzi di prodotti primari sono saliti alle stelle. Senza contare i danni alle infrastrutture, il collasso degli ospedali e del sistema bancario. È in corso anche la peggiore crisi di sfollati del mondo, con oltre 2 milioni di persone fuggite nei paesi vicini per sfuggire ai combattimenti, comportando una pericolosa pressione su Chad e Sud Sudan (ma anche su Egitto, Etiopia, Libia e Repubblica Centroafricana).

Funzionari del WFP avvertono che in tutta la regione quasi 28 milioni di persone affrontano una grave insicurezza alimentare

La mancanza di fondi in Sud Sudan significa che 3 milioni di persone gravemente affamate non stanno ricevendo assistenza dal Programma alimentare mondiale (WFP) delle Nazioni Unite, anche a causa dei tagli radicali voluti, in questo settore, dall’attuale amministrazione americana. Nel 2023, circa 7,7 milioni di persone del Sud Sudan – ovvero due terzi della popolazione – hanno dovuto affrontare livelli estremi di fame. In Chad, una simile carenza di fondi significa che sarà necessario porre fine al sostegno a tutti gli 1,2 milioni di rifugiati all’interno del paese ad aprile. Funzionari del WFP avvertono che in tutta la regione, quasi 28 milioni di persone affrontano una grave insicurezza alimentare, di cui 18 milioni in Sudan (10 milioni in più rispetto a questo periodo l’anno scorso), 7 milioni in Sud Sudan e quasi 3 milioni in Chad.

Sono state emesse anche alcune condanne a morte per lapidazione a due donne, perché ritenute colpevoli di adulterio

Ma al peggio non c’è mai fine. Sono infatti pervenute numerose segnalazioni di forze armate che utilizzano lo stupro come arma di guerra. È questa una delle atrocità peggiori commesse contro le donne della regione. Come se non bastasse, sono state emesse anche alcune condanne a morte per lapidazione a due donne, perché ritenute colpevoli di adulterio. Le sentenze sono state emesse da due Tribunali dell’ex protettorato anglo-egiziano ed hanno riguardato una 32enne, madre di 9 figli, condannata per adulterio alla pena capitale il 16 dicembre 2025 dalla Corte penale Alhaj Yousef dell’East Nile, nello Stato di Khartoum. Il caso è stato avviato dal marito, che l’ha accusata di aver dato alla luce un figlio che non era biologicamente suo. Secondo quanto riferito, la donna sarebbe stata costretta a confessare e non sarebbe stata informata dei suoi diritti, nonostante la gravità dell’incriminazione. Il tribunale ha basato la sua condanna esclusivamente sulla “ammissione di colpevolezza”, l’unica prova a carico della povera mamma. Il Tribunale di Alrouirs, nella regione del Nilo Azzurro, ha invece emanato la stessa sentenza a un’altra signora, mamma di una bimba di otto anni, ancora in seguito all’accusa di adulterio avanzata in via esclusiva dal marito nel 2019. Attualmente entrambe le condannate sono state trasferite nella galera femminile di Omdurman, città gemella di Khartoum, sull’altra sponda del Nilo, in attesa dell’Appello o dell’eventuale Grazia che potrebbe arrivare da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e de facto capo di Stato del paese. Finora, però, il Consiglio non ha rilasciato nessuna dichiarazione in merito.

Il conflitto ha anche portato alla chiusura di un gran numero di scuole: in Sudan 19 milioni di bambini non frequentano la scuola

Il conflitto ha anche portato alla chiusura di un gran numero di scuole, con un numero totale di bambini che in Sudan non frequentano la scuola che raggiunge i 19 milioni (il 68% dei sudanesi ha meno di trent’anni, il 41% ne ha meno di 15). Soprattutto, la mancanza di cibo e acqua potabile sta portando il Sudan ad una “catastrofe generazionale”.

Anche i paesi limitrofi al Sudan vivono una fase assai complicata: Etiopia, Chad e Sud Sudan sono stati colpiti da sconvolgimenti politici e guerre civili

Anche i paesi limitrofi al Sudan vivono una fase complicata. Etiopia, Chad e Sud Sudan, infatti, sono stati colpiti da sconvolgimenti politici e guerre civili. I rapporti del Sudan con l’Etiopia, in particolare, sono tesi a causa di questioni quali la nuova diga etiopica sul Nilo (la diga del Rinascimento) e i terreni agricoli contesi lungo il loro confine. Come ricorda l’esperto Alex De Waal, la guerra del Sudan è anche un vortice di conflitti transnazionali e rivalità globali che minacciano di incendiare in maniera più ampia l’intera regione. Russia, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e, più recentemente, Iran sono tra le potenze in lotta per l’influenza in Sudan. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avevano visto il tentativo del Sudan di passare a un governo a guida civile come un’opportunità per respingere l’influenza dell’integralismo islamico e dei Fratelli Musulmani nella regione. Insieme agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna formano il “Quad”, che ha sponsorizzato la mediazione in Sudan insieme alle Nazioni Unite e all’Unione Africana.

Russia, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e, più recentemente, Iran sono tra le potenze in lotta per l’influenza in Sudan

Lo stallo in cui si trova la situazione, la crisi globale in corso coi relativi conflitti, in particolare dell’Onu, e il conflitto in corso in Sudan non lasciano trasparire speranze di pace, almeno a breve. Uno stallo che lascia il campo libero a eserciti senza scrupoli. Sembra avere ragione, ancora una volta, Bertold Brecht che con la sua meravigliosa poesia La guerra che verrà non è la prima (1939) faceva notare che mentre le guerre scoppiano e si diffondono «a morire è la povera gente».

*Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore dell’Eurispes.

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