HomeCulturaL’Europa senza il Mediterraneo ha perso l’anima. Intervista ad...

L’Europa senza il Mediterraneo ha perso l’anima. Intervista ad Andrea Granelli

di
Massimiliano Cannata

In un’Europa disorientata e stremata dai conflitti che dall’Ucraina al Medio Oriente stanno sconvolgendo gli equilibri geopolitici, Andrea Granelli, esperto di innovazione e leadership già Presidente dell’Archivio Olivetti e CEO di Tin.it, insieme a Elena Granata (Professore di Urbanistica al Politecnico di Milano) in un volume dello scorso anno avanza una proposta controcorrente: l’Europa non può «tornare a essere fortezza», pronta a respingere ed escludere; piuttosto, deve attivare un percorso di recupero dei suoi fondamenti culturali e valoriali, che hanno avuto la loro culla nella storia millenaria della civiltà  Mediterranea.

Il vostro elogio dell’anima mediterranea, in un tempo scosso dalla guerra diffusa, non rischia di cadere nel vuoto?   

Siamo precipitati nel baratro di una paura permanente. Riscoprire l’anima mediterranea ci può permettere di trovare delle risposte, non si tratta di fare un’operazione nostalgica ma di riscoprire le comuni radici, di rafforzare la cultura classica come efficace antidoto alla colonizzazione delle mode superficiali, che hanno annebbiato il nostro pensiero critico, facendoci diventare dei sudditi passivi del pensiero dominante. Quella che stiamo vivendo oggi è una policrisi, una crisi di civiltà – come giustamente la ha definita Edgar Morin– che investe tutti gli àmbiti della vita collettiva: l’economia, il lavoro la società, le relazioni. I tanti errori che abbiamo commesso, di cui continueremo ancora a lungo a pagare le conseguenze sono il prodotto di una cultura centrata sulla crescita assoluta, sulla finanza, su un certo modo di intendere il capitalismo, imperniato sull’ossessione per la performance. Come ci ha insegnato Einstein, non possiamo pensare di risolvere i problemi con non la stessa testa che li ha creati.    

Il Mediterraneo è un «mare che affascina, che contamina e che corrompe», scriveva il grande archeologo Sebastiano Tusa. I Sud del mondo, ignorati dalle grandi oligarchie che guidano le trasformazione della società, hanno una possibilità di farsi sentire? 

Le elités hanno trascurato quest’area geografica perché troppo impegnate a esercitare uno sguardo sul mondo figlio della logica dell’efficienza, della conquista dello sfruttamento, incapaci di andare oltre l’interesse particolare. Del Mediterraneo si sono occupati grandi intellettuali italiani ed europei, da Braudel a Valery, da Morin a Cassano. La metafora del mare è importante perché è un luogo che lega strutture molteplici e diversificate. Le civiltà che bagnano le sue sponde hanno storicamente dimostrato una grande capacità di adattamento alle molteplici morfologie esistenti. Edgar Morin sosteneva che per capire e attingere alla tradizione mediterranea dobbiamo essere capaci di capire l’unità e la diversità degli opposti, dobbiamo saper comprendere la complementarietà e gli antagonismi. Paul Valery, quasi un secolo fa, nel celebre documento in cui propose la nascita a Nizza di un primo centro dedicato allo sviluppo di questa millenaria civiltà parlava del Mare Nostrum come di una «straordinaria macchina» per fare civiltà, connotato dalla «similitudine», cioè da un intreccio generativo di isomorfismi, sostanziato di oggetti e strutture simili, in grado di generare cose diverse. 

«L’Europa non può tornare a essere fortezza». La diversità ci fa paura: l’uomo tecnologico, immerso in un eterno presente senza memoria, è capace di recepire un messaggio così articolato?    

Credo che la tendenza a dimenticare il passato ha delle radici molto complesse, politiche, psicologiche, teologiche. Basta richiamare una riflessione potente di André Gide, che nel suo Trattato di Narciso scriveva «tutto è stato già detto, ma poiché nessuno ascolta bisogna ricominciare». La similitudine ci fa capire che i fattori umani non si possono fotocopiare, l’identità è uno scudo che schiaccia, perché nella contaminazione con l’altro genera creatività, cresce accettando la sospensione come apertura alla ricerca e all’imprevedibile. Il tema è stato affrontato ampiamente da Freud che aveva messo in luce come la similitudine può generare quello che chiamava “narcisismo delle piccole differenze”. Una sorta di ipersensibilità ai dettagli, alla differenziazione, che devono tradursi in ricchezza, non in motivo di conflitto. 

Santuario del passato e laboratorio del presente, quale sarà il destino di questa immensa pianura liquida di fronte al nuovo grande esodo dell’età contemporanea? 

Stiamo andando verso nuovi equilibri, difficili da prevedere. Ricordiamoci che l’acqua è per sua natura generativa, ci dà la vita, ci nutre ci protegge. Dà gusto alla nostra esistenza (pensiamo alle saline), ci trasporta, ci connette, ci purifica. È un phármakon, nella duplice accezione greca di farmaco e veleno: senza acqua non c’è vita, troppa acqua produce morte. Insomma, è un’entità straordinariamente sfaccettata e potente, considerata una divinità in molte culture antiche, che richiede rispetto e competenza, cose molto diverse dal negazionismo con cui stiamo affrontando i disastri del clima e i gravi scompensi metereologici che abbiamo in larga parte causato con la nostra ignoranza.

Stiamo sperimentando l’assenza di leadership adeguate al livello di complessità del presente. Il Mediterraneo è un approdo possibile? 

Parlerei di “guida mediterranea”, termine che va oltre il concetto di leader, che fa pensare a un uomo solo al comando, acriticamente ossequiato dai seguaci. La guida presuppone un’attività molto articolata, che si relaziona con gli altri e che fa crescere il team. Pur essendo al timone, la guida si preoccupa degli altri e li conduce verso territori inesplorati. È il primo e anche l’ultimo baluardo pronto a proteggere le persone più fragili. Si lega alla squadra e ne condivide il successo, ma se qualcuno cade essa è trascinato nel fallimento. Sa quando tacere, quando fermarsi, sa che ogni decisione ha un peso umano, simbolico, ecologico, non si limita a controllare il pianificato: discerne, prende decisioni, sa valutare anche le dimensioni etiche di fatti ed eventi. 

Quello mediterraneo, dunque, è un modello di leadership plurale, relazionale, inquieto, attento alla dimensione reale del mondo, non solo a quella algoritmica dei dati. È capace di abitare l’ambiguità, la complessità, il meticciato, e ne completa le abilità per arrivare a una sintesi alta delle esperienze umane. Si nutre della métis, di quella intelligenza “femminile” che non ha nulla a che fare con la forza di Achille; ci riporta piuttosto all’intelligenza mimetica di Ulisse, sottile, fluida, una forma di astuzia che sfugge alla gabbia delle opposizioni nette e per questo è in grado di generare senso anche nei momenti delicati, nei passaggi liminari, quando le cose cambiano. 

Un nuovo paradigma energetico può aprire l’Europa al Mediterraneo, lo sostengono molti studiosi. Qual è il suo parere in merito? 

Spostare il baricentro sui paesi e le civiltà che si affacciano sul nostro mare potrebbe essere una strategia interessante da cui ripartire per la definizione e la comprensione di modelli produttivi alternativi. Il Mediterraneo e i paesi che lo circondano sono ricchi di fonti energetiche, non penso solo al petrolio del mondo arabo, il gas, il sole, il vento, mare. Le popolazioni che hanno vissuto per secoli nei deserti hanno imparato a convivere con livelli estremi di difficoltà ambientale e hanno molto da insegnarci.

I qanāt arabo-persiani, utilizzati per intercettare e canalizzare l’acqua nel sottosuolo desertico e in luoghi con alti livelli di evaporazione, ne sono un esempio e hanno trovato applicazione anche a Palermo. Altri esempi sono le “stanze dello scirocco” delle case del nostro Mezzogiorno o le torri del vento iraniane, che funzionano come scambiatori di calore usando l’altezza e la differenza di temperatura tra basso e alto. Pensiamo a Matera, che ha realizzato sotto la piazza centrale il cosiddetto “palombaro lungo”, una monumentale cisterna ipogea per l’approvvigionamento idrico.

Dico tutto questo per ribadire che guardare al Mediterraneo, alla sua storia e alle sue architetture può essere decisivo nell’epoca del cambiamento climatico, della crisi energetica e della drammatica scarsità d’acqua. 

I valori e le pratiche che la civiltà classica ci ha trasmesso oggi appaiono merce rara, non crede?  

È la sapienza il punto chiave, molto più della conoscenza codificabile in chiave algoritmica. La sapienza mediterranea ha come enzima l’intelligenza metica, laterale e intuitiva, incarnata dalla dea Atena. La civetta ne era l’animale simbolo, poiché vede le cose prima che accadano con i suoi grandi occhi e le percepisce in anticipo grazie a un eccezionale udito. L’analisi introspettiva che essa rappresenta suggerisce di guardare oltre, per discernere la differenza tra la realtà e le apparenze. Complementare alla sapienza è la bellezza, valore che la arricchisce e la completa e che ha un incidenza significativa anche sul terreno produttivo. La bellezza ci migliora la vita, rende le cose variegate, crea eccellenza e gusto, migliora la dimensione e i luoghi del lavoro. Bellezza e bontà, estetica ed etica – come ci ha insegnato Platone – sono strettamente legate. 

Vi sono le competenze, poi, altro tema spinoso e purtroppo molto trascurato…

Innovazione centrata sull’uomo, arte e valore della bellezza (aspetti fondativi e anche competitivi), arte della parola e del pensiero critico, valore del tempo qualitativo  (il kairós dei greci, che non si misura con il cronometro), cura e design dei luoghi (che non sono meri contenitori funzionali ma hanno un genius proprio): sono queste le competenze di cui avremmo bisogno, magari provando a disimparare gli slogan e i percorsi promossi dalle business school a trazione anglosassone, che hanno una esasperata matrice tecno-finanziaria.

Ricordiamoci che abbiamo dei limiti e non possiamo fare tutto, che dobbiamo tenere conto del contributo del genere femminile, potente e creativo. I luoghi non sono intercambiabili, non basta fare scelte di outsourcing guardando alla riduzione dei costi; c’è qualcosa di più da considerare.

La cornice storica in sui si inserisce l’agire aziendale non può essere ignorata, lo stiamo cominciando a comprendere sul tema energetico. Non è sufficiente scegliere ciò che è più conveniente senza preoccuparsi delle implicazioni geopolitiche e degli impatti ambientali che comporta l’utilizzo di certe tecnologie rispetto ad altre. Ritengo che sia pericoloso, oltre che ingenuo, pensare che i cambiamenti siano improvvisi. La grande storia del Mediterraneo ci ricorda che l’innovazione – quella che rimane permanentemente e che fa evolvere le civiltà – deve essere sempre costruita nell’alveo della tradizione. Non credo nell’innovazione distruptive, che abbaglia come i fuochi d’artificio senza tuttavia sedimentarsi nelle cose e nelle persone. 

Infine, vorrei fare un appello: torniamo a studiare con metodo le civiltà che hanno fondato e caratterizzato il Mediterraneo per millenni. È un esercizio che ci potrà aiutare a capire meglio i nostro punti di forza e i nostri limiti, l’importanza della relazione, dell’amalgama che compone le diversità, riaffermando la centralità dell’uomo che non intende sottomettersi alla cieca potenza della tecnica, come la recente enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone ha perfettamente spiegato al mondo intero.  

Per rimanere aggiornato sulle nostre ultime notizie iscriviti alla nostra newsletter inserendo il tuo indirizzo email: