Arnett e la precarietà sociale: “Come ci si rivolge al volto dell’Altro?”

Arnett precarietà

Arnett: il disprezzo che oscura la precarietà

“Come ci si rivolge al volto dell’Altro?”: è questa la domanda da cui parte Ronald C. Arnett*, professore di Etica della Comunicazione all’Università Duquesne di Pittsburgh (Usa), per formulare la sua analisi sul tema della precarietà sociale nel Rapporto 2022 della Rete europea di ricerca SUPI. La crisi pandemica infatti ha portato alla luce una realtà di continuo disprezzo in termini di etica e giustizia nei confronti degli altri; un fenomeno che colpisce maggiormente i lavoratori il cui volto rimane invisibile ai più, pur essendo essi in prima linea nella produzione dei beni, in quanto i lavoratori sono spesso immersi in una situazione di precarietà non riconosciuta.

Eclissare il volto dell’altro

La domanda di Arnett si collega alla visione che già nel secolo scorso fu definita dal filosofo francese di origini lituane Emmanuel Lévinas (1906-1995), secondo il quale la precarietà avrebbe costituito uno dei principali fenomeni sociali della nostra epoca; e ciò a causa del progressivo venir meno dell’etica che consente agli individui di collegare gli incontri impersonali con il “volto dell’Altro” alla assunzione di precise responsabilità che Lévinas riassume nella frase “Io sono ilcustode di mio fratello”. «Per Lévinas – sottolinea Arnett – ci sono due modalità fondamentali di omissione delle responsabilità: in primo luogo, si può riconoscere, rispondere e limitarsi ad assistere soltanto coloro che ci sono vicini e familiari. In secondo luogo, si può ignorare completamente il volto dell’Altro, cioè la realtà della persona che manifesta la propria presenza immediata». Nella società attuale, gli individui abbandonano troppo spesso questa assunzione di responsabilità nei confronti dell’Altro; manifestano, all’opposto, come un’ossessione a favore della distanza tra gli ambienti sociali, al predominio di un ambiente sull’altro, mettendo così in discussione le basi della vita sociale. Per Arnett, infatti, «trascurare il volto impersonale dell’Altro, i segnali che provengono dagli altri, si traduce in pratica in un disprezzo dei valori etici e di giustizia; è il segno di questa fase storica». Ed è proprio sull’eclissare il volto dell’Altro che si basa il fenomeno della precarietà, che trova spazio grazie alla superficialità e all’irresponsabilità dei comportamenti sociali oggi predominanti.

La definizione del fenomeno della precarietà

Per Arnett, la precarietà sociale che cresce in questo periodo storico è una nuova manifestazione della banalità del male. Secondo la definizione dell’antropologo americano Sharryn Kasmir, pubblicata sulla Cambridge Encyclopedia of Anthropology (2018) la precarietà è “un concetto a più filamenti” che include i più diversi aspetti del mondo del lavoro e di insicurezza nelle condizioni di vita. Il fenomeno è legato al modello del capitalismo contemporaneo, che non tiene in considerazione le differenze tra gli individui appartenenti alle diverse classi e gruppi sociali; a un modello economico liberista che ha dimenticato la fondamentale lezione di Adam Smith secondo cui il capitale sociale avrebbe dovuto crescere contemporaneamente all’accumulazione del capitale economico. Come aveva già fatto il sociologo francese Pierre Bordieu, che per primo definì il fenomeno della precarietà sociale nel 1998, anche Kasmir pone in particolare l’accento sugli aspetti negativi della diffusione del lavoro temporaneo e informale, nelle sue miriadi manifestazioni, «diventato la modalità di sussistenza predominante tra la fine del ventesimo e l’inizio del ventunesimo secolo. La precarietà è il risultato del fatto di rendere i lavoratori part-time partecipi del rischio di impresa in un ambiente disattento alla loro voce, preoccupazioni e osservazioni critiche. Ora, ignorare il precariato porta direttamente a formulare una previsione di disordini politici e sociali». Siamo, dunque, di fronte ad un fenomeno che vive al di fuori dell’ambito costruttivo della solidarietà, elemento che sarebbe fondamentale per le relazioni sociali; l’individualismo su cui si fonda l’attuale modello di economia liberista rende difficile la costruzione dei legami tra le persone e lascia il precariato nella sua invisibilità.

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Arnett e gli indicatori della precarietà

Secondo l’analisi di Arnett, la precarietà sociale si manifesta principalmente attraverso tre diversi indicatori:

  1. Ansia e incertezza: diversi articoli pubblicati in Usa su The New York Times e su The Guardian nel 2020 e 2021 hanno sottolineato come il fenomeno della precarietà abbia registrato una grande diffusione durante la pandemia anche all’interno di gruppi sociali storicamente sicuri. L’improvvisa insicurezza economica ha generato dolore e incertezza, soprattutto nel mondo del lavoro. Il grande numero di licenziamenti che c’è stato, per esempio, negli Stati Uniti, ha avuto un grandissimo impatto sul morale dei lavoratori e sui livelli di produttività e ha comportato anche un peggioramento delle condizioni lavorative. «Questo fragile mercato del lavoro modella l’esistenza precaria delle persone, introducendo un senso di pericolo e paura laddove in precedenza l’azione era guidata dalla stabilità della routine e da un senso di sicurezza» scrive Arnett, aggiungendo anche che «il movimento di progresso legato al capitalismo si basa in modo sempre più accentuato sulla sostituzione dei singoli lavoratori con le macchine».
  2. Rischio fisico e inadeguate condizioni di lavoro: sul The Guardian è stato riportato che le condizioni di sfruttamento di lavoro rappresentavano già un disastro prima della pandemia e che nella nuova situazione si sono ulteriormente esacerbate. I lavoratori hanno segnalato fenomeni come la negazione della retribuzione, l’insufficienza dei salari, l’inadeguatezza delle condizioni di lavoro e continui abusi da parte dei datori di lavoro. Il New York Times, in un articolo del giornalista Adam Satariano (2020), ha voluto analizzare i software di monitoraggio utilizzati dalle aziende per valutare il lavoro da casa dei dipendenti. Il risultato dell’indagine ha fatto emergere che quando manca la fiducia reciproca emergono sempre dei fenomeni di ribellione; inoltre che in questo momento storico si stanno molto accentuando e diffondendo le più diverse forme di controllo e, al limite, di abuso professionale.
  3. Abuso salariale, sindacalizzazione e disparità economica: con il Covid-19, molti lavoratori già mal pagati si sono trovati senza compensazione. I datori di lavoro, che durante il Covid puntavano ad una applicazione minima degli standard lavorativi si sono scontrati con le richieste dei lavoratori che invece chiedevano delle condizioni lavorative e salariali migliori per affrontare il periodo di crisi. Il ridimensionamento delle ore di lavoro e dei salari durante la pandemia ha inoltre colpito i gruppi sociali che erano già vulnerabili, peggiorando pesantemente la disparità economica già esistente. Negli Stati Uniti infatti, dove trenta anni fa il 5% dei gruppi sociali più ricchi controllava la metà della ricchezza nazionale, questa quota è aumentata fino al livello di due terzi, una situazione che richiederebbe una profonda riforma del lavoro.

I poveri di ieri e di oggi

«Le disparità crescenti nel mondo nella distribuzione della ricchezza, che sono tra le cause principali della diffusione del precariato, creano un pericoloso accumulo di tensioni che potrebbe anche sfociare in movimenti di protesta e fenomeni di vera e propria ribellione sociale e politica» conclude Ronald Arnett e richiama un precedente storico significativo: la Comune di Parigi del 1871, una esperienza che ebbe origine da una ribellione anarchica, sostenuta dai gruppi sociali più poveri i quali si opponevano alla ricchezza della borghesia. Il ricordo della Comune e dell’agenda di governo dei comunardi è stato a lungo ignorato in Francia ma attualmente questi eventi vengono riscoperti e sono oggetto di un rinnovato interesse dato che, dopo più di 150 anni, i poveri di allora sono rimasti i poveri di oggi e le richieste del passato non sono così diverse da quelle odierne. «Oggi – evidenza Arnett – la serie di proteste che si susseguono una dopo l’altra sui problemi di genere, di razza, di solidarietà, di disparità economica, sta chiamando la comunità umana a prestare attenzione al senso di responsabilità per l’Altro». Forse, in questo modo, si potrà recuperare quel senso di solidarietà e di etica con cui sarà possibile contrastare il precariato sempre più diffuso.

Leggi l’articolo in inglese

*Ronald C. Arnett, Professore, Etica della Comunicazione, Università Duquesne, Pittsburgh – USA. Direttore, Pennsylvania Communication Association. Riferimento: Rete Europea SUPI sulla Precarietà Sociale 2022 (Berlino-Roma).  

**Ida Nicotera, Dipartimento Internazionale dell’Eurispes. 

 

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