Dal bene confiscato alla marmellata biologica: intervista a Paola Perretta

bene confiscato

Sarebbe bello prendere un pezzo di terra e coltivarlo, farci la marmellata, prodotti biologici. Sarebbe bello poter fare qualcosa contro le mafie. Ma come? A questi desideri, domande, risponde la concreta esperienza della cooperativa sociale “Al di Là dei Sogni” sul bene confiscato “Alberto Varone” di Maiano Sessa Aurunca in provincia di Caserta. Coltivare la terra, fino a farne marmellata, sottoli, ha complessi passaggi di realizzazione, di osservanza di regole. Eppure la lotta alle mafie passa proprio attraverso la cura della terra e il cambiamento dei suoi paradigmi cesellati dalla consuetudine. Da questa esperienza nasce la Fattoria dei Sogni, il primo centro di trasformazione di prodotti biologici su un bene confiscato, ormai diventato modello di eccellenza in Italia di riuso sociale di un bene confiscato alle mafie. Non solo cura della terra ma soprattutto cura delle persone fragili attraverso la dignità del lavoro, lavoro etico e sociale. Lavoro che sì punta al profitto, ma senza mai porlo prima delle persone e del loro cammino di vita. Un ulteriore complesso risultato da raggiungere attraverso la decisione che la professionalità nel terzo settore deve essere elemento fondamentale. Dialoghiamo con Paola Perretta che ha ideato e si occupa della produzione biologica della fattoria.

Che cosa rappresenta un centro di trasformazione di prodotti agricoli su un bene confiscato? Quanto è realmente innovativo e soprattutto permette di porre le persone e il lavoro al centro di una comunità?

L’idea di un centro di trasformazione di prodotti agricoli su un bene confiscato è stata sicuramente innovativa e pioneristica se si pensa che siamo stati il primo impianto a nascere su un bene confiscato e oggi possiamo dire con soddisfazione di essere stati di esempio e di sprono per altre cooperative che gestiscono beni confiscati e che stanno per far nascere altri impianti in altre regioni. È chiaro che un centro di trasformazione su un bene confiscato assolve ad una doppia funzione: in primo luogo inverare quella che è realmente la cosiddetta “filiera corta” anzi cortissima, perché trasforma ciò che si coltiva sui terreni e su quelli della rete di cooperative che coltivano sui beni confiscati e/o comuni, oltre ad incontrare il volto di un’Italia agricola fatta ancora (e per fortuna) di piccole e medie aziende che hanno cura dei propri prodotti, che sono, prima che contadini, “custodi” e che vogliono valorizzare, attraverso la trasformazione di quella “cultivar”, i propri territori e la comunità di appartenenza. In secondo luogo, permette di sperimentare nella concretezza il “riuso sociale e produttivo” di un bene confiscato laddove il centro di trasformazione diventa possibilità di inserimento lavorativo per persone che vengono da percorsi di fragilità, diventa il contesto produttivo entro il quale far sperimentare progetti di inclusione, integrazione e, perseguendo quelle che sono le finalità del Budget di Salute, processi di capacitazione tali da restituire nuovi progetti di vita che attengono alla dignità della vita di queste persone e al raggiungimento di uno stato di “salute”. Potremmo dire che un centro di trasformazione su un bene confiscato “trasforma” non solo i prodotti ma anche le persone, ricordando anche il nome del progetto “Il bene che trasforma” che stiamo portando avanti grazie ai fondi del P.O.R. Campania FSE 2014-2020 “Supporto alla gestione dei beni confiscati” che ci ha permesso di implementare da un punto di vista strumentale il centro di trasformazione e di conseguenza, migliorando la produzione, anche gli inserimenti lavorativi di soggetti svantaggiati.

La gestione quotidiana di una filiera di produzione biologica pone delle sfide continue, quali le principali difficoltà e il rapporto con la concorrenza e il mercato?

Scegliere di coltivare biologico nasce da una esigenza prima di tutto comunicativa: era (e lo è ancora) necessario per ridare il giusto appellativo alla nostra terra, quella che gli antichi romani chiamavano “terra felix” per quelle sue caratteristiche di fertilità, rigogliosità e che negli ultimi decenni è passata invece come la “terra dei fuochi”, la “terra della camorra”, “la terra della monnezza”. Inoltre, in un continuum di coerenza, fare “biologico” significa lavorare per la “salute” della terra così come lavoriamo per la salute delle persone; coltivare biologico è inoltre una provocazione e un pungolo sul territorio per dimostrare che si può fare. Naturalmente tante sono le sfide, da quella culturale, perché bisogna in qualche modo “educare” e mettere a conoscenza le persone sulla scelta del biologico, a quella estetica: fare produzione biologica spesso significa non rispettare i canoni estetici del mercato ad esempio quello di una zucchina perfetta, dritta e verde brillante, quasi finta, e quindi superare il motto commerciale “anche l’occhio vuole la sua parte” facendo prevalere, di contro, “conta solo il gusto”. Fino a sfide di ordine produttivo, perché spesso la resa della produzione è nettamente inferiore e questo incide naturalmente sulle economie di scala, sulle previsioni di spesa-ricavi e sul costo finale che naturalmente non può competere sul mercato con il costo di un prodotto espressione di un tipo di agricoltura intensiva e con accorgimenti chimici che ne aumentano la produttività e la resa, fino a sfide che riguardano più propriamente sollecitazioni di azioni politiche capaci di incidere con più attenzione e con più tutela chi si sperimenta in tali produzioni.

Il modello della Fattoria dei Sogni è un modello replicabile per altre realtà del Sud Italia, anche se non sono un bene confiscato? Possono incidere sull’economia dei territori modelli similari, o rappresentano un’eccezione?

Il modello Fattoria dei sogni è replicabile in qualsiasi altra regione italiana, inoltre ci sono già bellissimi esempi di fattorie sociali sparse in giro per l’Italia ma è evidente che la peculiarità della Fattoria dei sogni è proprio quella di essere su un bene confiscato e questo ne diventa il valore aggiunto. Questa specificità ci porta ad essere, infatti, una fattoria aperta a tutti, una fattoria di tutti perché “bene comune”. Non si tratta di rispondere semplicemente ad una formula aziendale ma di incarnare la propria mission che vede strettamente intrecciate e correlate tematiche sovrapponibili come l’agricoltura biologica, l’integrazione, l’inclusione, l’inserimento lavorativo, la legalità, la giustizia e l’economia sociale e che possono essere sperimentate proprio perché vissute in un contesto dove il bene confiscato in quanto simbolo si incarna in percorsi di restituzione di dignità di vita non solo delle persone ma anche degli stessi territori e delle stesse comunità. In questo senso non si può non vedere come modelli di questo tipo generino un impatto sociale ed economico non solo di tipo qualitativo ma anche quantitativo, ed è chiaro che se ciò viene riconosciuto non può essere e non deve essere questo modello un’eccezione ma si devono mettere in essere azioni corali di visioni politiche e civili in grado di fornire strumenti e risorse tali da incidere su tutto il territorio nazionale.

Quando si parla si dignità del lavoro, soprattutto nella filiera agricola, sembra che si punti ad una sorta di ideale non applicabile nella realtà. 

Questo rimane vero se vogliamo che restino inalterate le regole della distribuzione e della commercializzazione e soprattutto se non si verificano due condizioni imprescindibili e correlate le une alle altre: da un lato la crescita di organiche e continuative politiche incentive e di tutela per quelle esperienze che promuovono percorsi virtuosi di filiera agricola, mi riferisco a quelle esperienze non solo di grandi dimensioni ma anche a tutte quelle piccole e medie realtà che spesso rimangono fuori dai fondi, dai bandi, dalle agevolazioni, dall’altro la crescita di consumatori sempre più informati, critici e capaci di scegliere i prodotti a scaffale non più dal punto di vista della convenienza economica (resa possibile solo perché fatta a danno e a sfruttamento dell’anello più debole dell’intera catena produttiva) ma anche della convenienza etica che ha sempre, seppur non immediatamente visibile, una convenienza economica che incide su servizi essenziali della società. Un esempio concreto di ciò che sto dicendo è il modello del Budget di salute che attraverso la realizzazione di un progetto terapeutico riabilitativo individualizzato (P.T.R.I.) avvia processi di riconversione della spesa pubblica in progetti di investimento sulla persona fragile in termini di capacitazione e autonomia, tale che nell’arco di qualche anno essa possa essere inserita lavorativamente, ad esempio nella filiera agricola, e che diventi perciò da soggetto passivo, a carico del servizio socio-sanitario, a soggetto attivo, lavoratore e contribuente, con un evidente risparmio di soldi pubblici.  

Da un bene confiscato, a un consorzio, a una rete di beni confiscati nel Sud Italia, una produzione che tende ad essere una filiera strutturata di lavoro, economia sociale e comunità organizzate. Quali saranno i prossimi obiettivi in tutti questi campi appena elencati?

In un cammino ci si incontra e ci si riconosce, questo è quello che abbiamo fatto come cooperative che gestiscono beni confiscati in Campania, che promuovono agricoltura sociale, inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e che si sono riunite sotto il nome del Consorzio “Nuova Cooperazione Organizzata” – NCO. In questi anni abbiamo sviluppato e implementato da un punto di vista imprenditoriale le nostre realtà, potenziando i nostri punti forti, riducendo le criticità imprenditoriali con la formazione, la conoscenza, la ricerca di know how adeguati nei più diversi settori della filiera produttiva agricola: da quella della trasformazione di ortofrutta al vino, all’olio, al pomodoro e oggi vogliamo trasferire e condividere questa nostra esperienza anche ad altri soggetti che si occupano di beni confiscati o sono in procinto di gestirli. Il primo step è partire da un percorso altamente formativo, grazie anche al progetto “NCO – Nuove Comunità Organizzate”, realizzato con il supporto dell’Unione europea, Programma Operativo Nazionale “Legalità” 2014-2020, Fondo Sociale Europeo e Fondo europeo di Sviluppo regionale, grazie all’“Avviso Pubblico per l’avvio di iniziative a sostegno delle imprese sociali impegnate nella gestione dei beni confiscati alla criminalità” indetto dal Ministero dell’interno, che ci ha dato la possibilità di mettere insieme, sostenere e rafforzare le competenze delle imprese sociali che gestiscono beni confiscati alla criminalità organizzata in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia. Secondo passaggio sarà quello di arrivare ad una vera e propria rete di soggetti del terzo settore, formati e professionalizzati, capace di incidere su macro aree territoriali, di poter supportare e sopportare un mercato altamente concorrenziale e creare dei veri e propri distretti di economia sociale.

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