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Era Meglio Prima! Oppure no? Saggio breve contro i piagnucolosi e i brontoloni

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Avete due ore di tempo? Che so: un pomeriggio di pioggia; un post-prandiale domenicale; un trasferimento in aereo o treno da riempire. Oppure, vi capita, un po’ spesso, di pensare o, peggio, dire: “prima si stava meglio”, o “come stiamo messi male, povera Italia (invece altrove…)”?
Se sì, siete gli ideali lettori di 73 pagine d’intelligenza francese, tradotta in italiano. Sono incollate dentro una copertina azzurra alla cui base c’è la foto di un quadro che, affiancata al titolo, dice tutto: cinque poveretti che, il capo chino per la fatica, tirano l’aratro in un campo; il titolo: “Contro i bei tempi andati” (quello originale lo abbiamo usato noi in corsivo).
È un saggio breve, forse più una chiacchierata in forma scritta, di un importante filosofo francese, Michel Serres: classe 1930, un volto sempre propenso al sorriso, la solita sfilza di onorificenze che la Francia, paese dalla cultura ben più consapevole della nostra, tributa a chi per mestiere studia e riflette.
Michel Serres è uno che la vecchiaia sembra saperla navigare; leggete l’incipit: «L’incremento verticale della speranza di vita popola il nostro bel paese di gente che, con sciocco pudore, chiamiamo senior. Faccio parte di questi vecchi. Molti, come vedremo, idealizzano la loro gioventù».
In tutto il testo, li chiamerà “vecchi brontoloni”, stigmatizzandone l’atteggiamento dominante in questo scorcio di storia: «Anziani e scorbutici, due popoli che non si escludono a vicenda (…) ricchi e ciarlieri, ormai maggioritari, elettori sempre più decisivi, nel tentativo di esibire il successo della loro esistenza questi dicono a chi a lungo pagherà per questi pensionati: “era meglio una volta”». E di qui la dichiarazione di guerra; «ma, appunto, io a quei tempi c’ero. Posso stilare un bilancio da esperto. Eccolo» – e di lì le 72 pagine di schiaffi ai vecchi brontoloni.
In una trentina di brevissimi paragrafi, Serres edifica l’impalcatura di sostegno della propria tesi, che è questa: per quanto oggi possa sembrarvi incredibile, non era meglio prima. Trenta pezzi di realtà – dai settanta anni senza guerra all’igiene, dalla sessualità, all’incontro pacifico fra culture, fino alla qualità del cibo e della vita; settanta pagine che ci prendono per la mano, ci riportano alla vita dei nostri nonni e ci fanno capire due cose.
La prima: no, non era meglio prima. Oggi siamo più sani, meglio nutriti e vestiti, lavoriamo meno e con fatica preferibile a quella di un tempo, campiamo più a lungo, possiamo vedere il mondo e imparare molte cose – e così via. La seconda: questa crisi esistenziale che noi italiani stiamo vivendo è comune anche ad altri popoli. Se, infatti, nel libro sostituiamo la parola Francia con Italia, nulla cambierà. Le sofferenze della classe media, i timori di annacquamento identitario delle (anziane) comunità nazionali, lo sfaldamento delle strutture economiche e sociali del passato, il senso di smarrimento della Politica che lascia campo a un leaderismo poco avvezzo alla visione positiva del futuro –sono tutti sentimenti dei quali nessun Paese occidentale è monopolista. La cronaca dei gilet gialli suona, insomma, in salsa diversa (e sempre più nera), il medesimo spartito che un anno fa generò il ribaltone politico italiano; quello stesso che oppose il delta del Tamigi alla swinging London con la Brexit e via dicendo.
Questo in breve, il racconto del libro. Due riflessioni di Serres meritano però, a mio avviso, diretta menzione: una riguarda la stupefacente abdicazione culturale europea a vantaggio di quella anglosassone; la seconda il sorprendente tema della concentrazione.
Prima la concentrazione. Leggiamo Serres: «Una volta tutto era concentrato. Gli uomini nelle città, i capolavori nei musei, i libri nelle biblioteche, gli esperimenti nei laboratori, il pubblico al cinema (…). Che si tratti di denaro, di merci o di potere (…) ormai tutto circola in un’immensa rete di distribuzione, in cui ognuno dispone di informazione. Flusso ha battuto stock. Informazione, cioè dolce, ha battuto energia, cioè duro». La concentrazione è un metro del potere: se è elevata, chi la detiene è potente. Dove sta andando, quindi, il potere? Serres sussurra: «Forse nella concentrazione dei dati?».
Ecco, poi, il pensiero sulla servitù culturale: «Per quale sortilegio la dolce Francia (vedi: la bella Italia) ha accettato in ogni dove di essere crocifissa dalle brutali insolenze a ripetizione dei padroni mondiali del denaro? Come mai urbanisti, sindaci, architetti, benché allevati nella contemplazione di sublimi cattedrali e paesaggi divini, hanno dimenticato così presto il gusto raffinato del loro Paese per copiare tanto pedissequamente gli obbrobri americani? (…) Insieme alla lingua e al regno del soldo, abbiamo importato il cattivo gusto». La domanda è pertinente e risuona perenne – fra Jobs Act e orridi centri commerciali, fra policromi multisala e lo scimmiottamento dei modelli di formazione superiore – a ricordarci la fragilità mostrata dalle nostre (supposte) élite di fronte alla globalizzazione US-style.

Permeabilità culturale – oggi all’America, domani, chissà, alla Cina – e concentrazione dei dati – oggi in America, domani, chissà, in Cina – sono latitudine e longitudine del nostro futuro. Chi traccerà la rotta?
Il nostro Godot è l’Unione europea: speriamo che maggio, oltre alle ciliegie, porti notizie incoraggianti.

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