Attualità

Immigrati e omosessuali, emarginati due volte, che sognano la libertà

Libertà è il documentario d’esordio di Savino Carbone, prodotto da Cooperativa Quarantadue – fondata a seguito di un bando promosso dalla Regione Puglia per gli under 35 – e dal Centro Documentazione e Ricerca legato alla marginalità Möbius. Il progetto è nato dalla volontà di approfondire alcune grandi tematiche legate alle minoranze sociali e a contesti di marginalità. Si tratta del primo lavoro prodotto dalla Cooperativa Quarantadue il quale manifesta, da un lato, il forte legame con la terra d’origine pugliese – nello specifico con la città di Bari dalla quale deriva il suo titolo –, dall’altro, la volontà di raccontare le dinamiche che animano le comunità più escluse. Savino Carbone ci racconta la storia di due giovani costretti a scappare dal loro paese di origine – Senegal e Nigeria – perché omosessuali. È un tipo di emarginazione doppia quella a cui sono sottoposti queste persone, non solo come migranti, ma anche come omosessuali, tanto che il protagonista maschile si sente obbligato a chiedere di non essere ripreso in volto. Una serie di tematiche si intersecano e si sovrappongono a quella dell’omosessualità e dell’immigrazione, come ad esempio quella del bracciantato – nel caso del protagonista – oppure quella della lontananza fra la comunità lesbica italiana e quella straniera, separate da una distanza culturale che si traduce, per la protagonista, in isolamento. Nessuno pone barriere fra queste due comunità, ma la divergenza – raccontata nel documentario – è quella che naturalmente si crea quando in Italia vige un clima, come nel 2019, di un razzismo ufficializzato, un “razzismo di Stato”, per così dire, messo in atto attraverso politiche di accoglienza sbagliate. E allora, che cosa significa “libertà”? Abbiamo chiesto al regista, Savino Carbone, di spiegarci il vero significato di questo interrogativo.

Libertà rappresenta il suo documentario di esordio. Ha deciso di affrontare un tema per molti aspetti difficile e di grande attualità, visto il clima generale di insofferenza verso il migrante che si respira in questo periodo. Com’è nata questa volontà di conciliare l’omosessualità all’immigrazione?
Volevo raccontare, sin dal 2018, una storia legata prettamente all’immigrazione, ma con una prospettiva diversa, più originale. Con l’avvento del Governo 5S-Lega, con i vari decreti Sicurezza, l’urgenza è diventata più importante. A fine 2018, abbiamo deciso di occuparci dei migranti LGBT, tuttavia non sapendo e non conoscendo minimante il contesto in cui nascevano e maturavano queste realtà. Per noi è stata una sorpresa venire a contatto con queste forme di lotta LGBT, perché la comunità LGBT occidentale, con la quale ci interfacciamo tutti quanti, è di gran lunga differente dalla comunità LGBT migrante che non ha piena coscienza di sé, perché nei paesi africani dei quali parlo nel mio lavoro non c’è alcun dibattito sul tema.

I protagonisti del suo documentario sono stati perseguitati o dalla società o dalla polizia. Qual è la situazione negli Stati d’origine di questi ragazzi?
La situazione è drammatica. In Nigeria sono proibiti i matrimoni tra persone dello stesso sesso; l’unica forma di matrimonio riconosciuta è quella tra uomo e donna. Diversi Stati della Nigeria del Nord adottano la legge islamica, la cosiddetta Sharia, criminalizzando le attività sessuali tra persone dello stesso sesso. Il massimo della condanna per gli uomini omosessuali è la pena di morte, mentre per le donne sono previste la fustigazione o la carcerazione. I membri della comunità LGBT subiscono trattamenti discriminatori e violenti come arresti arbitrari, ricatti, abusi fisici e psicologici da parte della polizia. Altri metodi possono essere il rapimento, l’estorsione, le molestie, le aggressioni sessuali. Anche in Senegal le leggi contro l’omosessualità sono crudeli: chiunque commetta un “atto improprio o innaturale” con una persona dello stesso sesso viene punito con la carcerazione (da 1 a 5 anni) e costretto a pagare una multa che può variare da 100.000 a 1.500.000 franchi. Se l’atto viene commesso da una persona sotto i 21 anni, viene sempre applicato il massimo della pena. Entrambi sono considerati fra i paesi più omofobi al mondo.

Siete riusciti a capire quali siano i numeri – per quanto difficilmente reperibili o attendibili – del fenomeno? Quanti sono i migranti omosessuali? E quali sono le condizioni di queste minoranze nel paese di origine?
Se si leggono i report di Amnesty International o dell’ILGA – International Lesbian and Gay Association – i numeri non sono molto chiari. Fondamentalmente perché si basano solamente sul numero di pratiche di richiesta di asilo per omosessuali riconosciuti; in realtà, si pensa che i numeri effettivi siano di gran lunga più alti. Sono statistiche molto suscettibili, dal momento che esiste tutto un sommerso che non rientra nel computo; molti, ad esempio, mentono in fase di audizione per la richiesta di protezione internazionale semplicemente perché le commissioni non hanno né gli strumenti giuridici né, bisogna aggiungere, quelli intellettuali per analizzare e comprendere bene queste situazioni. Poi, una cosa è scappare per una situazione ben precisa, un’altra è scappare per amore. E in queste situazioni si nascondono anche dei tentativi di aggirare la commissione, perché è facile che alcune persone mentano sul loro status sessuale al fine di veder riconosciuta la protezione. Purtroppo, accade anche questo. Secondo il Report on Human Rights Violations based on Realor Perceived Sexual Orientation and Gender Identity in Nigeria, realizzato dal TIERs (The Initiative for Equal Rights) del 2017, il 91% dei nigeriani non crede che le persone siano nate “omosessuali”; l’83% non sarebbe disposto ad accettare che un membro della famiglia sia omosessuale; il 90% supporta il Same-Sex Marriage Prohibition Act, e ritiene che la Nigeria sarebbe un paese migliore senza omosessuali; il 56% sostiene che bisognerebbe negare agli omosessuali l’accesso ai servizi pubblici.

Libertà è il titolo del suo lavoro. Ma Libertà è anche il nome di un quartiere di Bari che diventa, nel documentario, il simbolo di questi migranti che per amore hanno lasciato tutto. Perché ha voluto creare questa connessione per niente casuale?
Sì, la connessione non è casuale. Non è casuale perché Libertà è diventato in questi anni un po’ il quartiere simbolo della Bari urbanizzata che accoglie i migranti. È un quartiere antico, che ha una certa storia alle spalle, ma che con il tempo ha cominciato ad ospitare famiglie a basso reddito e, quindi, negli ultimi anni molte famiglie migranti. Per intenderci, è un po’ come lo Zen di Palermo. Un quartiere in decadenza, abitato da molte fasce deboli. Tutto questo si è tradotto, soprattutto nell’ultimo periodo, in un sentimento di insofferenza, molto spesso alimentato dalla stampa, la quale ha rappresentato Libertà come un quartiere gretto, come un quartiere in mano alla criminalità organizzata straniera. È il quartiere che ha, ad esempio, visitato Salvini da Ministro, in cui ha fatto la sua passerella. Il nome del quartiere è straordinario, mi piaceva giocare su questo legame.

Come state promuovendo la diffusione del documentario?
Il documentario è stato preso in carico da Premier Film, una casa di distribuzione festivaliera, che sta curando la distribuzione nei festival a partire da gennaio 2020. Fino ad ora abbiamo avuto due selezioni, una al Festival di Chennai in India, per la quale siamo molto contenti dal momento che in India, negli ultimi anni, c’è un dibattito molto importante su questo tipo di tematiche – anche perché l’omosessualità è stata depenalizzata solamente da qualche anno. Siamo stati poi selezionati per il Film Festival LGBT Boyohboy di Parigi che si terrà ad ottobre. Ovviamente, in questo periodo gli eventi si sono congelati a causa del Coronavirus e siamo in attesa di sapere quando e dove sarà la “prima” italiana. Ci hanno assicurato che molti festival si stanno attrezzando per proseguire con edizioni in streaming e sicuramente, a breve, il documentario sarà disponibile sul Web. Mi ha aiutato molto la sezione barese di Arcigay, quindi vorrei mettere il mio documentario a disposizione delle varie associazioni che lavorano con queste realtà. Può essere un prodotto importante e utile.

Qual è un’immagine, un ricordo che questo lavoro le ha lasciato e che porterà sempre con lei?
Sicuramente la cosa bella è che con questi ragazzi continuo costantemente a sentirmi. Non dico il ricordo più bello, ma lascio qualcosa che nel documentario si può intuire ma che non è stato detto chiaramente. Il protagonista, nel corso delle settimane in cui siamo stati insieme per le riprese, mi ha più volte detto di voler – cito testualmente – «smettere di essere omosessuale», perché l’omosessualità gli ha portato solamente sofferenza, disagio, allontanamento, morte (nel caso del suo compagno). Questa per me è la grande sconfitta dell’Occidente che accoglie, dell’Occidente che è la culla del diritto moderno come lo conosciamo tutti. Se una persona arriva a rinnegare se stesso, arriva a pensare di dover distruggere una parte importantissima di sé, vuol dire che abbiamo, in un certo, senso fallito. Egli mi ha detto espressamente che, una volta che riceverà i documenti, proverà a farsi una famiglia e a lasciare l’omosessualità come il ricordo di un passato che non gli apparterrà più. Questa è la situazione psicologica nella quale vivono questi migranti; arrivano a pensare alla loro sessualità come un “vezzo sbagliato” del loro essere.

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