Inchiostro pandemico. Pensare la scrittura nei giorni del Covid

scrittura

Si scrive per dire al mondo che esistiamo. Sarebbe questa per Jean-Paul Sartre la scomoda verità nella quale ogni scrittore dovrebbe riconoscere il senso della sua più profonda e meno confessabile vocazione. Nell’inchiostro che dà colore alla pagina bianca, nello slancio che porta a condividere con gli altri – i lettori, in questo caso – pensieri ed esperienze di cui siamo i legittimi proprietari, la scrittura diventerebbe trasgressione dell’intimità e, per dirla ancora una volta con il Sartre di Qu’est-ce-que la litterature?, un modo per esprimere “il bisogno di sentirci essenziali nei confronti del mondo”.[1]

La scrittura diventa enorme quantità di testi riversata nel mare magnum dei Social

Che la scrittura, nei mesi in cui l’emergenza sanitaria ha confinato l’esistenza di centinaia di milioni di uomini negli angusti perimetri delle proprie case, sia stata anche questo, se non soprattutto questo, è difficilmente contestabile. Lo dimostrano i dati dell’editoria, che documentano una confortante crescita dei lettori e il lancio di titoli e autori nuovi. Cresciuto il numero dei lettori, è meccanicamente lievitato anche quello di chi scrive. Non tutto quello che è stato scritto nei giorni del lockdown ha assunto, tuttavia, il formato di un prodotto editoriale vero e proprio, ma quel che è certo e che rimarrà depositato a lungo nella memoria della rete è l’enorme quantità di testi che si è riversata nel mare magnum dei Social.

Schiacciati dalla drammatica incombenza di dare tempo al tempo

Il primo bisogno è stato quello di sapere il più possibile sul virus che ha rivoltato come un calzino  l’agenda della nostra quotidianità. In tanti ne hanno scritto, chi con l’autorevolezza che va quasi sempre riconosciuta agli addetti ai mestieri (virologi, infettivologi, epidemiologi, storici della medicina, statistici) e chi, invece, con la non sempre ben fondata pretesa di poter dire qualcosa di utile e interessante. È stato un collettivo esercizio autobiografico che ha avuto come risultato la prevedibile, ma comunque spiazzante, scoperta che, in fin dei conti, messe davanti allo specchio di una comune desolazione, le vite di tutti tendono a prendere la stessa forma o a somigliarsi più di quanto avremmo mai pensato. È in momenti come questi che, come ricorda Pier Aldo Rovatti, il “vuoto” diventa un inquietante elemento esperienziale e il vissuto soggettivo assume un’importanza preliminare.[2] D’altronde, duole ammetterlo, ma è vero che ci si prende cura di sé soprattutto quando si è costretti a farlo, e allora si assume la decisione di intervenire sul tempo con il poco tempo che è ancora disponibile. Schiacciati – verrebbe da dire – dalla drammatica incombenza di dare tempo al tempo.

La scrittura come una terapeutica evasione dalle strettoie del quotidiano

Scrivere un diario ed elaborare sotto forma di scrittura il disagio del distanziamento e dell’isolamento è stato un modo per non limitarsi a contare i giorni che passavano e per liberare pensieri e riflessioni dalla morsa di un intimismo troppo soffocante. Una terapeutica evasione dalle strettoie del quotidiano per evitare, là dove è stato possibile, che l’isolamento coatto si trasformasse in solitudine. E così, spinto da eventi che mai avremmo voluto fronteggiare, il tempo presente è diventato l’occasione per bilanci mai fatti e arditi aggiustamenti di rotta. L’occasione opportuna, seppure indesiderata, ha scritto Paolo Giordano, per non “permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano”.[3]

Prima o poi riprenderemo il discorso delle nostre esistenze là dove lo abbiamo dovuto interrompere

Quello in cui Giordano ha raccolto i suoi pensieri è uno dei tanti instant book che hanno visto la luce nei primi mesi dell’epidemia. Il formato editoriale di una pubblicazione che aspira a una commestibilità immediata, avere una presa diretta sul presente e, nel contempo, non avanzare pretese di varia natura, anche commerciale, sul futuro (un libro, insomma, da leggere e consumare entro un tempo massimo e, per così dire, “a scadenza”) deve essere apparso a molti lettori una buona e rassicurante garanzia: prima o poi, tutto questo finirà; prima o poi, riprenderemo il discorso delle nostre esistenze là dove lo abbiamo dovuto interrompere. Prima o poi, la pandemia sarà solo un triste e sbiadito ricordo da affidare a poche istantanee che, come le vecchie polaroid, usurate dal tempo, finiranno con lo scolorarsi.

Le testimonianze di quel che è accaduto non mancheranno

Eppure, ci ricorderebbe Duccio Demetrio, «Quanto più abbiamo vissuto intensamente, nel dolore o nel piacere, eventi e circostanze, tanto più questi diventeranno ricordi indelebili e intermittenti. Affioreranno nelle situazioni più impensate, ma con regolarità e una certa continuità».[4] Per capire se sarà veramente così, occorrerà davvero dare del tempo al tempo e fare dell’attesa un esercizio di tonificante distensione. Le testimonianze di quel che è accaduto non mancheranno, perché chi ha visto la peste, questa volta, l’ha voluta ritrarre, filmare e pensare, non demandandone la memoria ai soli professionisti della scrittura. Ritorneranno alla mente le immagini dei camion militari che a Bergamo, in una notte di fine inverno, hanno mestamente traslato centinaia di salme in direzione dei cimiteri di altre città. E sarà difficile rimuovere dalla memoria anche l’immagine del papa che, in totale solitudine, celebra la Pasqua in una spettrale e deserta piazza San Pietro. E ci saranno anche le nostre piccole memorie del quotidiano, mai così concordi nel raccontare tutte la stessa verità. 

[1] Sartre, Che cosa è la letteratura?, il Saggiatore, Milano 1976, 75.

[2] Pier Aldo Rovatti, In virus veritas, il Saggiatore, Milano 2020.

[3] Paolo Giordano, Nel contagio, Einaudi, Torino 2020.

[4] Duccio Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1995, p. 21.

 

 

 

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