Il sistema internazionale nato nel secondo dopoguerra si sta sgretolando sotto il peso della competizione geopolitica, tecnologica ed energetica. Il diritto internazionale arretra, il multilateralismo si svuota e la geoeconomia diventa il nuovo linguaggio della potenza. Nel passaggio dalla norma alla forza, l’Europa rischia di scivolare da modello di welfare a vera e propria economia di guerra. L’idea che il commercio globale avrebbe “ingentilito i costumi”, il celebre doux commerce di Montesquieu, si è infranta contro la realtà geopolitica contemporanea. Per oltre trent’anni l’Occidente ha coltivato la convinzione che l’espansione dei mercati, l’interdipendenza economica e la progressiva integrazione delle filiere produttive avrebbero ridotto il ricorso alla guerra, sterilizzato le rivalità e trasformato la competizione tra Stati in una gara regolata da norme, istituzioni e convenienze reciproche. Oggi quella promessa appare dissolta. Il sistema internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale mostra crepe sempre più profonde: non scompare, ma arretra; il multilateralismo viene svuotato; le grandi istituzioni globali restano in piedi, ma appaiono sempre più incapaci di prevenire le escalation o di governare le crisi.
L’ordine internazionale non è più regolato in via prevalente da norme condivise, bensì da rapporti di forza
Siamo entrati in una fase storica in cui il disordine non è più una parentesi, ma tende a diventare struttura. Conflitti armati, guerre commerciali, rivalità ideologiche, sanzioni, tensioni etniche, crisi energetiche e competizione tecnologica si intrecciano in un’unica trama. L’ordine internazionale non è più regolato in via prevalente da norme condivise, bensì da rapporti di forza. Non siamo di fronte a una semplice recrudescenza dei conflitti, ma a una trasformazione profonda: la politica di potenza è tornata al centro del sistema mondiale, e con essa è tornata la convinzione che la coercizione possa sostituire la mediazione e che l’uso della forza possa anticipare, accompagnare o addirittura sostituire la diplomazia.
Il diritto internazionale arretra, il multilateralismo si svuota e la geoeconomia diventa il nuovo linguaggio della potenza
In questo contesto si colloca la nuova postura strategica degli Stati Uniti. Parlare di una dottrina formalizzata sarebbe forse eccessivo, ma è difficile non cogliere l’emergere di una prassi riconoscibile: unilateralismo, elasticità nell’uso della forza, riduzione del ruolo delle istituzioni internazionali, subordinazione del diritto agli obiettivi strategici. Gli attacchi contro Stati sovrani, talvolta condotti nel pieno di negoziati diplomatici, non segnalano soltanto una scelta tattica. Rivelano una concezione più ampia, secondo cui la forza non è più extrema ratio, ma strumento ordinario di pressione geopolitica. Si indebolisce così la centralità della Carta delle Nazioni Unite e del principio che limita l’uso della forza ai casi di legittima difesa. Più che una coerente dottrina ideologica, si delinea una postura imperiale flessibile, intermittente, aggressiva, che richiama una versione aggiornata e globalizzata della vecchia logica monroista: il potere decide, il diritto segue.
Le guerre contemporanee si combattono per controllare risorse, infrastrutture, corridoi energetici, piattaforme tecnologiche
Dietro la retorica della sicurezza, dei diritti e della difesa della democrazia, tuttavia, si intravede una matrice più concreta e meno confessabile: la geoeconomia. Le guerre contemporanee non si combattono soltanto per affermare un primato politico o per rovesciare un regime sgradito. Si combattono per controllare risorse, infrastrutture, strozzature logistiche, corridoi energetici, snodi marittimi, piattaforme tecnologiche. Petrolio, gas, terre rare, minerali critici, chip, cavi sottomarini, capacità computazionale ed energia elettrica non sono più semplici variabili economiche: sono diventati fattori di potenza. Il vero campo di battaglia non è solo geografico, ma infrastrutturale. Se nel Novecento contavano soprattutto i confini, nel XXI secolo contano i colli di bottiglia: gli accessi, le filiere, i nodi critici in cui si concentra il controllo del valore.
In questa nuova grammatica del potere, la guerra tende a diventare il prolungamento armato della competizione industriale
In questa nuova grammatica del potere, la guerra tende a diventare il prolungamento armato della competizione industriale. Paesi come Iran o Venezuela non sono soltanto avversari politici, ma spazi strategici per la loro dotazione materiale: riserve energetiche, posizionamento geografico, influenza regionale, capacità di condizionare i flussi. Il lessico dei valori continua a occupare il discorso pubblico, ma il motore profondo è spesso un altro: il controllo coercitivo delle risorse e delle reti che tengono insieme l’economia mondiale. In un’epoca in cui la crescita rallenta, l’accesso a risorse scarse e a rendite di posizione diventa decisivo. La forza militare, in questa prospettiva, non corregge il mercato: ne protegge le gerarchie. La competizione globale, infatti, si è spostata sempre più sul terreno tecnologico. Il potere nel XXI secolo non dipende più soltanto dal numero di soldati, dalla consistenza delle flotte o dalla profondità territoriale. Dipende dalla capacità di controllare le infrastrutture del calcolo, dell’energia e della trasmissione dei dati. Chip avanzati, semiconduttori, data center, supercomputer, Intelligenza Artificiale, cloud, reti satellitari e grandi dorsali di telecomunicazione costituiscono la nuova architettura della sovranità. Chi domina questi nodi domina la produzione, la sicurezza, la finanza, l’automazione, la logistica, la guerra. La tecnologia non è più un settore tra gli altri: è il luogo in cui si condensano insieme valore economico, autonomia strategica e potenza militare.
La sfida tra Washington e Pechino non è una normale competizione commerciale ma una contesa sistemica per il controllo delle leve del futuro
È qui che la Cina ha costruito negli ultimi due decenni una parte importante del proprio vantaggio. La sua ascesa non si misura soltanto nel Pil o nell’export, ma nel paziente consolidamento di filiere cruciali, nella capacità di pianificazione industriale, nella centralità conquistata nella lavorazione e raffinazione delle terre rare, nel posizionamento lungo le catene del valore manifatturiero e nella combinazione di mercato, Stato e tecnologia. La sfida tra Washington e Pechino non è dunque una normale competizione commerciale: è una contesa sistemica per il controllo delle leve del futuro. Dati, chip, minerali critici, capacità computazionale ed energia sono i nuovi fondamentali della potenza. Non sorprende allora che i grandi accordi industriali, le restrizioni all’export, i sussidi pubblici, le guerre tariffarie e le alleanze tecnologiche abbiano sostituito buona parte della vecchia retorica della globalizzazione felice.
Washington non difende più il mercato in astratto, ma la propria posizione nella gerarchia mondiale
Gli Stati Uniti restano la principale potenza mondiale, ma non sono più la potenza incontrastata degli anni Novanta. La loro superiorità militare resta vasta, la centralità del dollaro è ancora decisiva, la capacità di attrazione del sistema americano rimane forte; eppure la competizione cinese, le vulnerabilità delle filiere, il peso del debito e la crisi del paradigma globalista hanno imposto una correzione di rotta. Il vecchio libero commercio, celebrato come motore di prosperità universale, viene rimpiazzato da una logica di sicurezza economica nazionale. Tariffe, politiche industriali aggressive, controllo degli investimenti, reshoring, friend-shoring, sanzioni, accordi selettivi sulle tecnologie avanzate: Washington non difende più il mercato in astratto, ma la propria posizione nella gerarchia mondiale. La geoeconomia sostituisce l’economia politica della globalizzazione; la sicurezza diventa il nome nuovo della protezione imperiale.
La guerra assomiglia sempre più alla continuazione del mercato con mezzi coercitivi
Questa trasformazione si accompagna però a un altro elemento decisivo: il vincolo finanziario. La capacità americana di proiettare forza resta enorme, ma non è più illimitata. Il debito pubblico, la contrazione dei margini per lunghe campagne militari e il costo crescente dell’egemonia hanno modificato profondamente le modalità di intervento. Le grandi invasioni del passato cedono il passo a forme di imperialismo più snelle e più indirette: bombardamenti mirati, guerra ibrida, intelligence, destabilizzazione politica, uso delle sanzioni, pressione finanziaria, proxy regionali. È il passaggio da un imperialismo d’occupazione a un imperialismo d’interdizione e condizionamento: non conquistare stabilmente uno spazio, ma impedire che altri lo trasformino in base del proprio rafforzamento. Colpire per rallentare, frammentare, contenere. Anche qui la forza resta centrale, ma si adatta ai limiti materiali del potere. Dentro questo quadro si comprende meglio la lettura della guerra come “scommessa capitalista”. Quando una grande potenza indebitata decide di usare la forza, non agisce mai in un vuoto economico. Cerca un ritorno strategico, diretto o indiretto: controllo delle rotte energetiche, ridisegno degli equilibri regionali, accesso privilegiato alle risorse, presidio dei corridoi commerciali. La guerra, in questo senso, non appare più soltanto come continuazione della politica con altri mezzi; assomiglia sempre più alla continuazione del mercato con mezzi coercitivi. L’uso della forza si iscrive dentro una razionalità economica che considera territori, regimi, mari e infrastrutture come variabili da rimodellare. Non c’è niente di romantico o di etico in questo processo: c’è la nuda materialità della competizione per il controllo dei flussi.
Indebolire Teheran significa non solo colpire un nemico, ma creare le condizioni di una stabilità coercitiva funzionale a un grande disegno geo-economico
Il progetto IMEC, il corridoio destinato a collegare India, Medio Oriente ed Europa, illumina perfettamente questa logica. Non è una semplice infrastruttura commerciale, ma un disegno geopolitico: una rotta pensata per offrire un’alternativa alla Belt and Road Initiative cinese, per saldare alleanze, per riorientare interdipendenze, per stabilizzare sotto tutela un’area cruciale. In questo contesto, l’Iran non è soltanto un avversario ideologico o regionale: è un ostacolo strutturale. Per posizione geografica, proiezione regionale e capacità di interferenza può compromettere la sicurezza del corridoio e quindi l’efficacia del progetto. Indebolire Teheran significa, da questo punto di vista, non solo colpire un nemico, ma creare le condizioni di una stabilità coercitiva funzionale a un grande disegno geo-economico.
Nel contesto del multilateralismo, Bruxelles non è riuscita a costruire un’iniziativa diplomatica capace di incidere sugli equilibri della guerra
Se gli Stati Uniti ridefiniscono la propria postura e la Cina consolida una visione di lungo periodo, l’Europa appare invece il soggetto più disorientato del sistema. L’Unione europea fatica a pensarsi come attore geopolitico autonomo. Oscilla tra fedeltà atlantica, velleità di autonomia strategica e assenza di una reale unità politica. Il conflitto russo-ucraino ha mostrato in modo impietoso questa fragilità: Bruxelles non è riuscita a costruire un’iniziativa diplomatica capace di incidere sugli equilibri della guerra, ma ha accelerato sul terreno del riarmo. Il passaggio da welfare a warfare non è soltanto uno slogan efficace. È la fotografia di un mutamento profondo: dalla centralità del modello sociale europeo alla priorità militare; dalla promessa di protezione sociale alla disciplina della sicurezza; dalla coesione alla deterrenza. Il paradosso è che l’Europa aumenta la spesa militare senza aver ancora costruito una testa politica comune capace di decidere per che cosa, con quali obiettivi e in nome di quale interesse strategico debba armarsi. Mentre Stati Uniti e Cina giocano una partita di lunga durata su tecnologia, risorse e filiere, il continente rischia di subire le mosse altrui, trasformando il riarmo in una risposta riflessa più che in una scelta razionale. L’aumento della spesa, il protagonismo dell’industria della difesa, il riarmo tedesco, la pressione atlantica, la subordinazione delle priorità europee all’agenda strategica di Washington: tutto questo definisce una terra di mezzo pericolosa, in cui si finanzia la sicurezza senza aver definito la politica.
Quando tornano nel discorso pubblico i rifugi antiatomici, la leva, l’educazione militare, stiamo assistendo a una interiorizzazione culturale del conflitto
Questa trasformazione, inoltre, non riguarda solo gli apparati militari. Investe progressivamente l’immaginario collettivo e la forma della democrazia europea. Quando tornano nel discorso pubblico i rifugi antiatomici, la leva, l’educazione militare, la protezione civile in chiave bellica, l’adattamento degli ospedali a scenari di guerra, non siamo di fronte a semplici misure preventive. Stiamo assistendo a una interiorizzazione culturale del conflitto. Le società vengono abituate a pensarsi dentro un orizzonte di minaccia permanente. La militarizzazione non è solo un fatto di arsenali; è una pedagogia della paura. Riconfigura il rapporto tra cittadini e istituzioni, sposta l’equilibrio tra libertà e sicurezza, normalizza l’emergenza. Il rischio è che le democrazie liberali si trasformino gradualmente in democrazie di sicurezza, in cui il diritto cede terreno all’urgenza e la politica si abitua a governare attraverso l’anticipazione del pericolo.
Più armi non significano automaticamente più sicurezza; spesso significano più diffidenza, più tensione, meno margini per la diplomazia
Qui riemerge un classico della teoria delle relazioni internazionali: il paradosso della sicurezza. Ogni Stato che si arma per sentirsi più protetto genera inquietudine negli altri, i quali reagiscono aumentando a loro volta le proprie capacità militari. Nasce così una spirale in cui ciascuno si percepisce sulla difensiva, mentre tutti contribuiscono ad accrescere l’instabilità generale. La corsa agli armamenti è precisamente questo: la somma di scelte razionali dal punto di vista dei singoli attori che produce un esito collettivo irrazionale. Più armi non significano automaticamente più sicurezza; spesso significano più diffidenza, più tensione, meno margini per la diplomazia e dunque una maggiore probabilità di guerra. La sicurezza, in altre parole, è un bene indivisibile: nessuno può costruirla stabilmente contro tutti gli altri.
Il paradigma della sicurezza cooperativa viene evocato dallo spirito di Helsinki del 1975
A questa deriva oppositiva andrebbe contrapposto il paradigma della sicurezza cooperativa, evocato dallo spirito di Helsinki del 1975. Quel modello partiva da una premessa oggi quasi dimenticata: la stabilità non nasce dalla semplice accumulazione di deterrenza, ma da accordi, riconoscimento reciproco, diplomazia persistente, gestione politica dei conflitti. Tornare a Helsinki non significa inseguire nostalgie o riproporre meccanicamente formule del passato. Significa recuperare una grammatica della distensione, una consapevolezza elementare: la pace non è un cedimento morale, ma una strategia razionale di governo della complessità. Se la sicurezza oppositiva alimenta il riarmo e quindi il “paradosso della sicurezza”, la sicurezza cooperativa tenta invece di spezzare la spirale, costruendo condizioni di fiducia, previsione e limite reciproco.
In Europa la condanna inflessibile di alcune aggressioni e la tolleranza verso altre produce una frattura tra principi proclamati e pratiche effettive
La crisi dell’Occidente, tuttavia, non è soltanto strategica. È anche morale e politica. Il doppio standard con cui vengono giudicate guerre, occupazioni e violazioni del diritto internazionale erode la credibilità di un blocco che per decenni ha preteso di incarnare legalità, diritti e universalismo. La condanna inflessibile di alcune aggressioni e la tolleranza verso altre produce una frattura tra principi proclamati e pratiche effettive. A ciò si aggiunge l’indebolimento delle corti internazionali, la delegittimazione degli organismi di garanzia e la crescente torsione oligarchica delle democrazie occidentali, sempre più esposte al peso del potere economico, finanziario e tecnologico. L’Occidente appare così meno come una civiltà normativa e più come un sistema di interessi che applica le regole in modo selettivo, invocandole quando servono e aggirandole quando ostacolano.
BRICS, Shanghai Cooperation Organization e altre piattaforme del multilateralismo diventano il laboratorio di un ordine internazionale meno centrato sull’asse euro-atlantico
Nel frattempo il resto del mondo accelera i propri processi di coordinamento. BRICS, Shanghai Cooperation Organization e altre piattaforme multilaterali diventano il laboratorio di un ordine internazionale meno centrato sull’asse euro-atlantico. Non si tratta ancora di un’alternativa compiuta, coerente e priva di contraddizioni. Ma la tendenza è chiara: il Sud globale cerca margini di autonomia, reti commerciali alternative, strumenti finanziari meno dipendenti dall’Occidente, spazi diplomatici non subordinati a Washington. Il multipolarismo emergente non è per definizione più giusto, ma riflette un fatto materiale difficilmente contestabile: la distribuzione del potere mondiale si sta riequilibrando e i vecchi centri non possono più pretendere di parlare a nome dell’universale. Per questo è fuorviante leggere il presente come una nuova Guerra fredda. In quella configurazione esisteva almeno una struttura relativamente stabile di blocchi, deterrenza e regole implicite. Oggi quella stabilità non c’è. Siamo piuttosto in un interregno: il vecchio ordine liberale non è del tutto morto, ma non governa più; il nuovo ordine multipolare non è ancora nato in forma compiuta. In mezzo si allargano le zone grigie, proliferano i conflitti per procura, si moltiplicano le guerre economiche, si irrigidiscono i nazionalismi tecnologici, si militarizzano gli scambi e si politicizzano le interdipendenze. È il disordine mondiale della transizione, in cui la norma perde terreno e la forza torna a presentarsi come regolatore ultimo dei rapporti internazionali.
Se la guerra diventa il braccio armato della geoeconomia, allora non siamo soltanto davanti a una crisi dell’ordine internazionale
La domanda che ne consegue è insieme politica e civile. Quale mondo stiamo costruendo, mentre crediamo di difenderci? Se il passaggio da welfare a warfare diventa il nuovo orizzonte delle democrazie europee, se la competizione per dati, chip, energia e corridoi sostituisce la promessa del commercio pacificatore, se la guerra diventa il braccio armato della geoeconomia, allora non siamo soltanto davanti a una crisi dell’ordine internazionale. Siamo davanti a una crisi dell’idea stessa di civiltà politica che l’Occidente ha raccontato di rappresentare. In questo scenario la sfida non consiste nel rimpiangere ingenuamente il passato, ma nel comprendere che non esiste sicurezza duratura fuori da un equilibrio condiviso. La sicurezza è un bene indivisibile. Ogni strategia che pretenda di costruirla unicamente attraverso il riarmo, l’umiliazione dell’avversario, la chiusura dei mercati e il dominio coercitivo delle risorse finisce per produrre l’effetto opposto: più instabilità, più frammentazione, più guerra. Il punto decisivo, allora, non è più chiedersi quale ordine liberale stiamo perdendo. È chiedersi se saremo capaci di impedire che il mondo dopo l’ordine liberale sia semplicemente il mondo della forza senza la norma.

