“Le forme del silenzio” è una sfida a questa età del caos che stiamo attraversando, connotata dalla mescolanza di modernità tecnologica e uso primitivo della forza. I fiori, soggetto protagonista delle tele di Gabriella De Vito, sono simboli della fragilità e della caducità dell’esistenza. L’arte non è un canone rigido, ma un bisogno dello spirito, uno strumento attraverso cui rivendicare un àmbito autonomo per la riflessione. «Dipingendo – commenta l’autrice – pensavo cosa saremmo noi senza stelle e senza fiori. Il mondo sarebbe triste, i prati senza colore, gli uomini senza sorriso dispersi in un atomo opaco, sotto un pianto di stelle… I fiori mi fanno ridere… fiori e stelle devono incontrarsi». Ma può avere forme il silenzio quando in realtà per secoli le abbiamo cercate nello spazio? L’interrogativo va oltre il senso comune, ha una radice teoretica, che si apre alle contraddizioni del tempo di oggi. Il silenzio è quello della natura ferita da uno sviluppo senza regole, dell’individuo rimasto afono di fronte alla manifestazione della violenza diffusa, della guerra che si arricchisce di tanti attributi (ibrida, tecnologica, preventiva asimmetrica) mentre la pace si spoglia di ogni valenza semantica.
Come la pipa di Magritte, i fiori di Gabriella De Vito esistono prima dell’interpretazione pittorica
La scelta è il quadro che esprime meglio il tormento interiore della civiltà che deve decidere tra la vita e la morte, perché non c’è più tempo. La linea di cesura segnata dal blu di un cielo creato con degli stuzzicadenti e il rosso che si identifica con la striscia di Gaza è emblematica di una condizione che oscilla tra il rosso dei fiori che può essere sangue, ma che può assumere le forme e il colore di un cuore, che dà fiato alla speranza. Sulle macerie dei conflitti hanno camminato tanti bambini con scarpette di plastica, riprodotte in un quadro che ha un titolo forte, (In)visibile. Bisogna andare oltre la tecnica riproduttiva per interpretarlo. «L’arte – scrive l’architetto Margherita Petranzan in una nota critica – non è una fotografia del reale, porta con sé una fitta trama di connessioni. Come la pipa di Magritte, i fiori di Gabriella De Vito esistono prima dell’interpretazione pittorica, fluttuano nello spazio in attesa di essere nominati, resi disegno. L’opera, quella vera sfida il limitato tempo dell’uomo, si erge come monito di potenza e di trasgressioni infinite, vive in una dimensione di “spazio vuoto”, in un limbo senza tempo, nella solitudine del fenomeno che esiste solo se la parola lo designa, l’occhio lo guarda, il pensiero lo pensa».
I fiori, soggetto protagonista delle tele di Gabriella De Vito, sono simboli della fragilità e della caducità dell’esistenza
I dipinti non hanno la finalità di impressionare il fruitore, vogliono attivare un processo di autocoscienza, di consapevolezza che ci fa essere testimoni della crisi alla ricerca di un orientamento. La scelta del fiore è una scelta di flusso, di mutazione, di un’immanenza che cambia. L’oggetto naturale ha un’anima, che guarda la volta cosmica interrogando l’individuo rimane sbigottito in una oscillazione di senso. Il risultato di tanta ricerca conduce a pensare che l’arte è gettata nel mondo è un disperato rifugio della parola, un luogo di “eccezione”. «Il suo interno – scrive Massimo Cacciari – è quello del sepolcro, lì si custodisce, dove il linguaggio continua a pensare e la vita continua a fare naufragio. Se la possibilità dell’eccezione sta nel sepolcro, è anche vero che qui da sempre si raccoglie l’esistenza… Soltanto qui c’è ancora speranza, che non sia consolazione o fuga, ornamento o illusoria armonia».

