Lo tzunami Coronavirus dimostra che l’Europa non c’è

Tutti invocano l’Europa: chi lo fa quando non serve, per chiuderla, pensando di poterne fare a meno; altri lo fanno quando serve, lamentandosi che riesce a fare poco o nulla. Pochi sanno veramente, però, che l’Europa non c’è.

Basta vedere la confusione e le scene di questi giorni di fronte ad un problema che definire serio è un eufemismo. Già dalle vicende relative alla nomina della nuova Commissione ne avevamo avuto nuovamente sentore, anzi la certezza, nonostante quanto accaduto prima delle elezioni del nuovo Parlamento Europeo. Della nuova Commissione avevamo denunciato la fragilità e la debolezza, impersonificata dalla sua Presidente, una persona che si sta caratterizzando per una buona retorica ma anche per scarsa autonomia e incisività di azione. Il fatto vero è che ormai da anni la Commissione ha rinunciato a svolgere il suo ruolo propulsivo originale, previsto dai Trattati, ed è come asservita al Consiglio europeo, quindi, in pratica, alle decisioni degli Stati più forti, a cominciare dalla Germania. È una condizione che si sta confermando anche nella situazione attuale. Invece, per il resto? Giudicate voi, sulla base degli ultimi drammatici avvenimenti:

A febbraio, inizia l’attacco del Coronavirus, comparso in Europa in primo luogo in Germania come ammesso tardivamente dagli stessi tedeschi, ma del quale l’Italia è la prima vera vittima. Di fronte alla nostra situazione, la solidarietà dei paesi “fratelli” dell’Unione si è manifestata con il blocco dei voli, la chiusura dei confini (Austria), il rifiuto di inviarci le mascherine protettive (Macron), le restrizioni sulla esportazione dei respiratori (Merkel). E mentre questo avveniva, la Presidente della Commissione Europea era occupata a celebrare i cento giorni della sua nomina, limitandosi a dire con una bella frase ad effetto che “in questo momento siamo tutti italiani”! Forse credendo che le persone malate si possano accontentare e salvarsi facendo affidamento su una tale dichiarazione; come anche le imprese di quei settori economici che già stavano pagando caramente il prezzo di questa crisi imprevista e gravissima.

È un fatto che sia la Presidente della Commissione sia gli Stati dell’Unione hanno cominciato a cambiare orientamento quando non hanno potuto più nascondere che il virus stava colpendo, da tempo, anche le loro realtà nazionali. Forse ancora non sapevano che questa volta avevamo a che fare con un virus “democratico” che non conosce ceti sociali e confini. Di conseguenza, si sono affrettati a dichiarare che “servono risposte comuni”, come da tempo caldamente raccomandato anche dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, cioè che bisogna gestire insieme questo fenomeno e trovare soluzioni condivise nei più diversi àmbiti di intervento: iniziative umanitarie e sanitarie, economiche e sociali. Soluzioni ed aiuti che non ci sono stati per l’Italia, il Paese sinora più colpito, e che tardano ancora a venire. Probabilmente, arriveranno dopo che il picco della diffusione di questo virus sarà stato raggiunto, quando non serviranno più, perché non sarà certamente possibile né resuscitare i morti né le imprese che avranno chiuso i battenti. Si sta ripetendo, tale e quale, il “cliché” dei comportamenti vissuto da Bruxelles, durante la recente grave crisi finanziaria, che ha lasciato la gran parte dei “dossier” sull’Eurozona ancora aperti, nonostante l’accaduto.

Da ultimo, come se non bastasse, mentre l’Italia era ed è in ginocchio, con la gente chiusa nelle abitazioni, una cosa mai avvenuta nemmeno durante l’ultima guerra, arriva la stilettata a tradimento della “grande” Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea, la quale con le sue dichiarazioni ha provocato, il 12 marzo, un gravissimo crollo delle Borse europee, il peggior crollo della storia della Borsa di Milano, al punto da indurre gli stessi servizi segreti italiani, il Copasir, a chiedere l’intervento della Consob per verificare «eventuali atti speculativi in connessione con le dichiarazioni rese dalla Presidente della Bce» (Libero, Economia, 14 marzo 2020). Si approfitta, dunque, della crisi legata ai blocchi per il Coronavirs per favorire scalate estere al patrimonio economico italiano? E la Presidente Lagarde è una persona che non sa quello che fa o lo sa troppo bene? È certo, dopo quanto è successo e i grandi dubbi che il suo intervento ha lasciato, che renderebbe un servizio agli europei che hanno adottato l’Euro se si dimettesse prima di combinare altri guai.
Che cosa dobbiamo pensare di tutto quanto sta accadendo? Anche per me, che pure me lo aspettavo da tempo, sapendo che l’Europa non esiste, si tratta di un comportamento, quello dell’insieme dell’Ue, che ha dell’incredibile! Incredibile, perché in ballo questa volta, non ci sono soltanto l’economia e le imprese, cosa molto grave, ma la vita stessa delle persone. Che cosa ha dentro di sé questa classe dirigente europea? Che cosa conserva nel corpo e nella mente? Al di là dell’egoismo e dell’eterna lotta tra il bene ed il male che contraddistingue l’esistenza dell’uomo, penso che gli attuali rappresentanti dell’Unione mantengano nascosto nel Dna, portandoselo dietro, una carica di egoismo e, al limite, di astio e di odio che li contraddistingue da più di 20 secoli e che, nonostante l’Umanesimo tanto decantato, non riescono ancora a sopire, a cancellare.
Per quanto detto finora, c’è da rimanere basiti di fronte allo sbandamento dell’Unione rispetto a quanto sta avvenendo nei nostri paesi in questo periodo, un fenomeno così grave che sta stravolgendo i nostri modelli di vita e che prospetta come una vera e propria crisi esistenziale. Eppure, è proprio in un periodo come questo che stiamo vivendo che gli europei potrebbero riscoprire la forza della identità e della solidarietà. Non sappiamo ancora dove ci porterà la crisi, a causa degli errori che si stanno commettendo ed a causa delle sue implicanze globali, a cui nessuno sembra voler porre rimedio, tanto meno l’Europa.
Per queste ragioni riteniamo che la risposta europea, se mai ne sarà capace, dovrebbe essere all’altezza della situazione, tale da permetterci di fronteggiare insieme, con interventi realmente condivisi, le emergenze sanitarie, economiche e sociali, per non ripetere gli errori e superare i limiti manifestati anche di fronte alla recente crisi finanziaria. Pertanto è necessario:

1) dare la certezza ai cittadini che l’Unione farà tutto il possibile, non solo a parole, per proteggere la loro salute ed il loro lavoro, in “simbiosi” con gli Stati membri, che non vanno ostacolati, ma aiutati a fare altrettanto, lanciando in tal modo un messaggio di vera solidarietà che rafforzi l’idea di appartenenza e di “comunità”, evitando che questa crisi, particolarmente insidiosa, possa minare definitivamente le fondamenta dell’Europa;

2) emanare misure immediate e molto consistenti, per affrontare lo choc iniziale con azioni di sostegno senza precedenti, che evitino il peggio: sospensione del Piano Stabilità e Crescita (PSC), attivazione di misure straordinarie per l’emergenza umanitaria, occupazionale ed economica, con aiuti diretti alle persone ed alle imprese dei settori più colpiti, attraverso l’emanazione di Eurobond (Buoni europei per la crisi, nell’Eurozona). Si tratta di misure di solidarietà già previste dal Trattato (sia nel preambolo che negli artt. 168, 222, 196, ecc.), ma mai attivate. Non possiamo assolutamente assistere al fatto che l’Italia riesca a raccogliere da sola tra i 15 e 25 miliardi per tutte le sue emergenze, chiedendo il “permesso” a Bruxelles, mentre la Germania, che fino a ieri non sembrava toccata dalla crisi, annuncia un piano di aiuti diretti alle imprese di 550 miliardi, si avete letto bene: cinquecentocinquanta miliardi! Vale sempre la regola “ognuno per sè…”.

3) preparare, invece, provvedimenti “strutturali” attraverso: misure fiscali orientate in comune, una dotazione molto più alta per il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), con una sua “reinterpretazione” rispetto al testo attuale che consenta aiuti diretti ai Paesi in difficoltà senza le condizioni negative previste oggi;

4) un grande sforzo politico ed economico comune, che consenta di attivare, con il concorso delle Istituzioni finanziarie europee (BEI, FEIS, Invest EU) e le risorse provenienti da finanziamenti pubblici e privati, dei piani di investimento, nei Paesi strutturalmente più deboli, di dimensioni molto più consistenti rispetto a quanto sin qui consentito e realizzato nei settori più toccati dalla crisi, in quelli strategici e di maggiore impatto sulla crescita potenziale (infrastrutture materiali ed immateriali, energia, ambiente, tecnologia digitale, sanità ed istruzione, progetti sociali, R&S);

5) una dichiarazione di solidarietà comune, il contrario di ciò che ha fatto la Presidente della BCE, Lagarde, con lo scopo di arginare la speculazione e ridurre/azzerare lo “spread” tra i Paesi dell’Eurozona, una vera e propria assurdità;

6) infine, riteniamo che tale azione combinata, rapida ed efficace, debba essere colta come un’occasione per consolidare e completare l’Eurozona. Un obiettivo che potrebbe essere raggiunto se le scelte fossero fatte e mantenute all’interno di una visione strategica per l’Eurozona e per il suo futuro, che coincide con il futuro dell’Unione, un futuro che riguarda tutti noi, oggi più che mai. Vogliamo pensare che la costruzione di questo futuro, per la quale occorrerebbero molto più coraggio e intelligenza politica, non rimanga solo un auspicio, sebbene diventi sempre più difficile continuare a mantenere la speranza nel contesto europeo che si sta di nuovo profilando.

Carmelo Cedrone è il coordinatore del Laboratorio Europa dell’Eurispes

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