La Pirelli “cinese” e l’Italia che non c’è

Alle prime notizie sulla Pirelli “cinese”, da più parti si è eretto il consueto muro di lamentazioni e di accuse generiche all’inadeguatezza che il Paese dimostra nel mantenere la titolarità dei “campioni nazionali”. E’ interessante notare che sia tra i politici che nei media il livello delle contestazioni è risultato inversamente proporzionale alle competenze. Scarse le considerazioni sulle specificità del “caso” Pirelli, una multinazionale che già opera a livello globale e che compete con colossi industriali e finanziari a loro volta globalizzati. Non è con le lenti del tifo calcistico che si possono analizzare le dinamiche dei grandi gruppi. Ma nei giorni successivi le nebbie del chiacchiericcio sciovinista si sono diradate a stanno lasciando il posto alle “competenze”. Così e da più parti si è segnalato che il Gruppo Pirelli è comunque destinato ad essere scalato, visto che il pacchetto di controllo attualmente in mano di una cordata italo-russa risulta assai limitato. C’è poi da valutare l’ulteriore apertura allo sterminato mercato cinese che potrebbe aumentare il range di presenza e influenza del brand Pirelli. Ci sono le assicurazioni – parziali ma non fittizie – della permanenza del centro di ricerca e sviluppo in Italia, oltre alla conferma alla guida del nuovo gruppo cino-russo-italiano del managment italiano e di Tronchetti-Provera.

Ma anche se quello della Pirelli controllata da ChemChina non è probabilmente il caso più allarmante, esistono problemi e questioni più generali che interrogano gli evidenti limiti nell’azione dei campioni dell’imprenditoria e della finanza nostrani, e quelli che derivano da una politica industriale nazionale totalmente assente.

Che l’acciaio di Piombino stia per finire in mano degli algerini; che la più che “sbandierata” compagnia di bandiera venga rilanciata dagli arabi dell’Etihad; che la Fiat si stia assestando dopo un decennio di crisi drammatica grazie all’operazione Chrysler (un caso di efficace internazionalizzazione una volta tanto non subita); che la storica Edison sia stata, per così dire “nazionalizzata”, sì, ma dalla Francia; che i sacrari del made in Italy nei settori più diversi, da Bulgari a Parmalat, da Krizia a Guzzi, da Ducati a Indesit e all’immobiliare (vedi i grattacieli Milanesi di Porta Nuova finiti nelle mani del fondo sovrano del Qatar) siano stati acquisiti da investitori esteri: tutti questi sono segnali di una capitalismo nazionale intrinsecamente limitato nelle risorse oltre che nelle capacità e nelle volontà di rilancio, ma anche dell’assenza di un “centro” in grado di leggere con le lenti tricolori e nell’interesse del Paese le dinamiche industriali e finanziarie internazionali.

Qualche cosa si sta muovendo, in controtendenza con il passato: l’attenzione, tardiva ma essenziale, allo sviluppo della larga banda, il salvataggio della ex Lucchini pilotato dal governo e, soprattutto, la “forzatura” dell’intervento pubblico, diretto su Terni e indiretto su Taranto. In questi (rari) casi la politica si è comportata come fanno i maggiori governi europei che, di riffe o di raffe, trovano sempre lo strumento per far valere l’interesse nazionale anche contro le regole europee sugli aiuti di stato.

Ma quale deve essere il ruolo del pubblico? In primo luogo lo stato avrebbe il dovere di sostenere un ecosistema adeguato allo sviluppo industriale stimolando la ricerca di base, adeguando le infrastrutture, semplificando le procedure che appesantiscono l’attività imprenditoriale, realizzando uno politica fiscale orientata allo sviluppo, tagliando i tempi e le afasie della giustizia civile. Ma oltre a ciò – e la strada da percorrere è assai lunga – dovrebbe essere in grado di intervenire sui dossier più rilevanti anche con strumenti diretti, si per prevenire rischi di impoverimento del tessuto industriale, sia per avere un ruolo, magari “a tempo”, nella salvaguardia dei gangli vitali da attacchi ostili o strategicamente rischiosi. Strumenti leggeri ma efficaci in buona parte da inventare, accarezzando le asperità delle regole europee e i vincoli di Basilea sul sistema bancario. Ma, certo, dormiremmo tutti sonni più tranquilli se lo Stato fosse in grado di intervenire alla bisogna quando è a rischio qualche concreto interesse nazionale o perché no, europeo.

La presa d’atto della politica industriale italiana “fatta a Pechino”, provocazione recente di un Romano Prodi assai critico per l’assenza presso il ministero dello sviluppo di un vero presidio sul sistema industriale dl Paese, necessità dunque di qualche contromisura. Nessuna chiusura agli investimenti stranieri – fino a ieri assolutamente carenti quanto invocati – ma si diffonde la rivalutazione dell’azione svolta “a macchia di leopardo” – a seconda delle diverse fasi – da un soggetto pubblico come l’Iri che ha di fatto guidato e determinato le politiche industriali tra le due guerre e – con molti meriti – negli anni del boom.

Nostalgia per le automobili e i panettoni di Stato, per il sistema clientelare generato dalle tante imprese create o salvate non seguendo i dettami di una corretta visione economica?. Certamente no, ma quelli che fino a qualche anno fa erano raccontati come gli anni bui del Capitalismo di Stato, un incubo, insomma, oggi per molti analisti acquisiscono altre tonalità e appaiono meno tetri. Sarà forse perché Obama ha portato il paese più liberal per eccellenza a salvare l’auto di Detroit; sarà perché i monetaristi e i neocon non sono più la maggioranza tra le fila degli economisti; sarà perché è oramai consapevolezza diffusa che il deficit di politica “fa male” alla società quanto all’economia. Ma in prospettiva la necessità di qualche limitato ed efficace intervento pubblico in economia acquista sempre più proseliti. L’importante è decidere e dotarsi, in fretta, dei minimi strumenti adeguati al compito, in maniera tale da evitare un altro rischio: quello che l’intervento pubblico da “incubo” divenga solo un miraggio.

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