Ambiente

Nella plastica riciclata, Italia a sorpresa fra le migliori d’Europa

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La felpa è di color carta di zucchero, non sapresti dire se di lana leggera o di morbido cotone. Né l’una, né l’altro. È di plastica riciclata. Ci sono volute 27 bottiglie di acqua minerale per produrla, trasformate prima in scaglie, poi in filato, poi in tessuto. E questo bikini proviene da sei bottiglie, questo costume intero da dieci, questa trapunta matrimoniale da 67. «Sono soltanto alcuni esempi di che cosa si possa fare con la plastica riciclata – sottolinea Antonello Ciotti, (nella foto) presidente del Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica – e l’Italia in questa attività è messa assai bene. Raccogliamo oltre 1 milione di tonnellate e ricicliamo il 43 per cento della plastica sul piano nazionale, un po’ meglio della Svizzera, e con una gamma più vasta di Francia e Germania, che si limitano alle bottiglie. Solo i Paesi del Nord Europa, come Svezia e Norvegia, fanno meglio, perché usano la plastica per il teleriscaldamento, ma da noi i termovalorizzatori sono all’indice».

Il Corepla è un consorzio privato, esiste da una ventina d’anni, ha il suo stato maggiore a Milano e una sede più piccola a Roma. Gli “imballaggi in plastica”, di cui si occupa, non sono altro che i contenitori dei prodotti: nella stragrande maggioranza le bottiglie e bottigliette dell’acqua minerale e delle bibite, assieme alle vaschette e alle pellicole che custodiscono gli alimenti. Non fanno parte della sua attività altri tipi di plastica, come ad esempio quella dei giocattoli, che inevitabilmente finisce in discarica. È una direttiva europea a imporre questa attività, recepita in Italia nel 1997 dal cosiddetto “decreto Ronchi” sui rifiuti.
Un’attività che può essere assai remunerativa per i Comuni o loro delegati, come vedremo. Il ciclo funziona così: le varie aziende municipalizzate raccolgono la plastica da imballaggi, la fanno selezionare e la cedono al Corepla al prezzo di 300 euro a tonnellata. Il Corepla la riceve, la ricicla e la mette pubblicamente all’asta, con la partecipazione di operatori industriali italiani ed europei. Indumenti soprattutto sportivi e materiali isolanti per l’edilizia sono soltanto alcuni usi, ma quello assolutamente prevalente è il riciclo delle vecchie bottiglie in nuove bottiglie. «In Italia quasi due bottiglie su tre vengono riciclate» assicura il presidente del Corepla, Consorzio a cui debbono versare un contributo tutte le industrie che producono o utilizzano questi prodotti.
Nel 2017 la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica ha registrato un incremento dell’11 per cento nel nostro Paese, con una media di 17,7 chili per abitante raccolti. Il giro d’affari complessivo del riciclo sfiora il miliardo di euro (per l’esattezza, siamo a 962 milioni, secondo una ricerca di Althesys realizzata per Corepla proprio quest’anno). Gli addetti all’intero settore sono 5.806, il risparmio che il riciclo consente, in termini di consumo energetico, è di 417 milioni di euro. Ma qual è la quota complessiva che i Comuni o loro delegati incassano, per aver consegnato gli imballaggi al Corepla? Secca e immediata la risposta del presidente Ciotti: «310 milioni di euro».
Grazie a questo tesoretto, alcuni Comuni sono riusciti a sanare il bilancio delle aziende municipalizzate dei rifiuti. Il vicesindaco di Napoli, Raffaele Del Giudice, ha recentemente confidato al Presidente del Corepla che è così che Asia, l’azienda dei rifiuti partenopea, è tornata con i conti a posto. Oristano ha potuto abbassare recentemente la tassa sui rifiuti (Tari) del 15 per cento, e tanti altri sono gli esempi virtuosi, da Albano Laziale a Molfetta. Ma perché Napoli sì e Roma no? Perché la Capitale manca scandalosamente all’appello? Per una ragione sconsolante: non può fruire nella quantità auspicata di impianti di prima selezione della plastica, operazione necessaria per poter vendere il prodotto al Corepla.
C’è un solo impianto, quello di Latina, del tutto insufficiente. Non sono stati concessi permessi di costruzione di altri impianti e, a quanto pare, non si stanno facendo avanti possibili imprenditori in un settore che pure promette di essere remunerativo. Così, una buona parte della plastica raccolta nella Capitale finisce in discarica, un’altra viene lavorata in Regioni diverse dal Lazio.
Assai interessante, infine, è la classifica della raccolta per Regione, perché scalza gerarchie che sono consolidate in tanti altri settori d’impresa e nella gestione dei servizi. In testa, infatti, c’è la Valle d’Aosta con 24,9 chili per abitante, appena una spanna avanti alla Sardegna, con 24,8 chili. V’è però una ragione segreta che spiega il perché queste due Regioni strappino performance pro capite così importanti, di oltre sette chili superiori alla media nazionale: hanno pochi abitanti e molti turisti che, nei loro giorni di vacanza, consumano bottiglie e bottigliette. Questo, senza nulla togliere alla capacità di raccolta differenziata dei valdostani e dei sardi.
Al terzo gradino del podio il Veneto, con 24 chili per abitante. L’Emilia Romagna è quinta, la Lombardia appena settima, il Piemonte nono, deludente il Trentino Alto Adige, che pure dovrebbe avvantaggiarsi dei turisti oltreché della sua riconosciuta efficienza: occupa infatti il decimo posto, con 17,6 chili pro capite, dato praticamente pari alla media nazionale. Ma la vera novità positiva è la Campania, sesta, che sfiora i 20 chili per abitante, e che occupa il terzo posto assoluto quanto a tonnellaggio totale di raccolta. Fanalino di coda è invece la Sicilia, come del resto ha denunciato su questo magazine due settimane fa Saverio Romano, responsabile Mezzogiorno dell’Eurispes (La Sicilia, Cenerentola della differenziata…). La raccolta degli imballaggi in plastica è di appena 7 chili e mezzo per abitante, nemmeno la metà della media regionale. «Deve moltiplicare gli sforzi e guardare avanti – è l’esortazione finale di Antonello Ciotti –. In fondo, rispetto al 2016 il tonnellaggio della plastica è aumentato del 50 per cento. E poi anche qui ci sono Comuni virtuosi: Marsala e Aci Castello toccano 22 chilogrammi per abitante, tre volte la media regionale, e Acireale e Capo d’Orlando sono arrivati a 19. Insomma, si può fare».

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