Negli stessi giorni in cui il Vaticano ha pubblicato la prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale, l’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano ha diffuso i dati più recenti sulla penetrazione dell’IA nel Sistema Sanitario Nazionale. Una coincidenza temporale emblematica delle contraddizioni che stanno accompagnando lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale: un documento di oltre duecento pagine che richiama i rischi per la dignità umana e del lavoro invocando la centralità dell’essere umano da un lato, e numeri che testimoniano l’adozione già massiccia da parte di medici e cittadini dall’altro, in un contesto in cui si fa spesso ancora fatica a comprendere e governare gli impatti di questa trasformazione.
Nel 2026 il 61% dei medici specialisti e altrettanti medici di famiglia dichiarano di aver utilizzato l’IA nell’ultimo anno
I dati dell’Osservatorio, presentati il 26 maggio scorso durante il convegno “Consolidare il futuro: la Sanità Digitale tra investimenti da valorizzare e nuove sfide dell’AI” parlano di una forte accelerazione nell’impiego dell’IA generativa in ambito sanitario: nel 2026 il 61% dei medici specialisti e altrettanti medici di famiglia (medici di medicina generale-MMG) dichiarano di averla utilizzata nell’ultimo anno, con un balzo enorme rispetto all’anno precedente in cui ci si fermava al 26% per gli specialisti e al 46% fra i MMG, mentre fra gli infermieri la quota è passata dal 19% al 37%. Sul versante dei cittadini l’uso di chatbot IA per cercare informazioni su problemi di salute, farmaci o terapie è più che triplicato, passando dall’11% al 36%. Questa accelerazione è sostenuta anche dall’incremento della spesa in sanità digitaleche, spinta dagli investimenti del PNRR, ha raggiunto i 2,7 miliardi di euro nel 2025, segnando un +9% sull’anno precedente, ma gli addetti ai lavori (33% delle strutture pubbliche) temono una brusca frenata nei finanziamenti dei progetti una volta esaurito l’orizzonte temporale del PNRR.
Nella quasi totalità dei casi, medici e professionisti sanitari utilizzano piattaforme generaliste non specificatamente progettate per uso clinico
Al fattore economico, che già di per sé costituisce un elemento di fragilità del sistema futuro, si aggiungono criticità legate alle competenze, e al fatto che la diffusione capillare non sempre coincide con qualità nell’impiego della tecnologia. Nella quasi totalità dei casi, medici e professionisti sanitari utilizzano piattaforme generaliste (ad es. ChatGPT) non specificatamente progettate per uso clinico, ma impiegate prevalentemente per redigere documenti, cercare informazioni su patologie, orientarsi nella letteratura scientifica o supportare la comunicazione con i pazienti. Solo l’11% delle strutture sanitarie dispone infatti di software clinici integrati nei processi di diagnosi, dato che stride con il 34% di medici specialisti che dichiara di utilizzare già strumenti IA per attività diagnostiche e segnala uno scollamento fra ciò che i professionisti fanno nella pratica quotidiana e ciò che le strutture sanitarie offrono come tecnologie di supporto. L’82% delle strutture sanitarie dichiara di avere una Cartella Clinica Elettronica attiva e il 63% dei medici specialisti la utilizza, mentre l’accesso al Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) coinvolge il 48% degli specialisti, il 67% dei medici di medicina generale e il 30% degli infermieri, ma per entrambi gli strumenti permane un limite nell’integrazione: solo il 30% dei medici specialisti e il 20% degli infermieri accede al FSE tramite strumenti aziendali (Cartella Clinica Elettronica) il che significa che i due sistemi non dialogano automaticamente fra loro e, una parte del patrimonio informativo sul paziente, resta separato dai percorsi di cura implementati dalla struttura o viene integrato in modo poco fluido.
Il nodo più critico nella sanità digitale riguarda le competenze dei professionisti sanitari in àmbito di IA
Ma il nodo più critico riguarda le competenze dei professionisti sanitari in àmbito IA, esplorate dall’Osservatorio su quattro ambiti complementari. La prima area, definita AI Knowledge, riguarda le conoscenze di base sull’Intelligenza Artificiale: la competenza più diffusa fra i medici specialisti è la consapevolezza che l’IA generativa possa incorrere in “allucinazioni” – ovvero nella produzione di informazioni plausibili ma inesatte – indicata dal 32% dei rispondenti, ma ciò implica anche che circa 7 medici su 10 rischiano di usare i chatbot senza sapere che le informazioni ricevute possono essere molto distanti dalla realtà. Questa scarsa consapevolezza è aggravata dalla conoscenza ancor meno diffusa del concetto di Explainable AI (principio secondo cui un sistema di Intelligenza Artificiale dovrebbe essere in grado di rendere comprensibile il ragionamento che ha portato a un determinato risultato) e delle sue implicazioni regolatorie, ferma ad appena l’8%. La seconda area, le AI Abilities, misura le competenze legate all’utilizzo pratico: i medici si dimostrano più capaci nel valutare se l’utilizzo dell’IA sia appropriato nel singolo caso clinico (29%), ma molto meno nel riconoscere contenuti manipolati o generati artificialmente (17%). La terza dimensione, gli AI Behaviours, esplora le attitudini rispetto ai temi etici e deontologici: quasi la metà dei medici (49%) è consapevole che il controllo degli output prodotti dall’IA rientra nelle proprie responsabilità professionali, ma solo il 17% si sente adeguatamente preparato a spiegare al paziente che l’IA può essere utilizzata come supporto alle decisioni cliniche che lo riguardano. Infine, l’area dell’AI Leadership, che considera le competenze legate alla gestione di progetti di IA all’interno delle strutture, è la meno sviluppata: soltanto il 15% possiede competenze in materia di gestione del cambiamento organizzativo legato all’IA. Il dato di sintesi è il più eloquente: solo il 2% dei medici specialisti mostra competenze buone o ottime su tutti e quattro gli ambiti considerati, e appena un terzo ha preso parte a programmi di formazione dedicati al tema. Per un settore in cui l’errore non è un semplice problema di produttività ma può tradursi in un danno clinico irreversibile, questo scarto fra entusiasmo nell’adozione e preparazione nell’uso pesa più di qualsiasi retorica sull’innovazione.
Tra i cittadini prevalgono le ricerche orientate all’autodiagnosi e cresce l’uso per comprendere meglio esami e risultati di laboratorio
Non meno preoccupanti sono gli usi che ne fanno i cittadini: in generale prevalgono le ricerche orientate all’autodiagnosi e fra i pazienti cresce l’uso per comprendere meglio esami e risultati di laboratorio. Il rischio, come ha evidenziato Emanuele Lettieri, responsabile scientifico dell’Osservatorio, è che la diffusione dell’IA generativa comporti rischi superiori rispetto al fenomeno del cosiddetto Dr. Google. I cittadini ricevono risposte chiare, personalizzate e percepite come affidabili e questo può tradursi in decisioni sulla salute prese in autonomia e senza il necessario supporto di un medico. Si impone dunque una riflessione seria sul tema dell’alleanza terapeutica fra cittadino-paziente e professionisti sanitari in un’epoca in cui l’IA si inserisce prepotentemente in questa relazione delicata e fondamentale.
Leone XIV individua nell’IA una nuova “questione sociale” capace di incidere sul lavoro, sulla comunicazione, sulla guerra e sulla visione stessa dell’uomo
L’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026 nel 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, offre una cornice di riflessione che trascende il piano strettamente sanitario ma lo include profondamente. Se Leone XIII affrontava le disumanizzazioni della rivoluzione industriale invocando la mediazione fra capitale e lavoro, Leone XIV individua nell’Intelligenza Artificiale una nuova “questione sociale” capace di incidere sul lavoro, sulla comunicazione, sulla guerra e sulla visione stessa dell’uomo. Il richiamo al “disarmo” dell’IA, inteso come la necessità di sottrarla alla logica della competizione militare, economica e cognitiva, contiene un’intuizione che nella sanità assume un significato particolarmente concreto: la tecnologia non deve diventare un fattore di ulteriore disuguaglianza fra chi ha accesso a cure di qualità e chi ne è escluso o fra chi possiede le competenze per navigare il mondo digitale e chi resta ai margini. E, seppur con preoccupazioni e premesse differenti, da questa impostazione non si discostano molto le parole di Chiara Sgarbossa, direttrice dell’Osservatorio Sanità Digitale, nel ricordare che la diffusione di questi strumenti «richiede un approccio guidato da responsabilità e da un giusto senso di urgenza perché questi strumenti stanno entrando rapidamente nella quotidianità di professionisti e cittadini».
Il sistema investe 2,7 miliardi di euro in sanità digitale mentre un terzo delle sue strutture pubbliche teme già il ridimensionamento dei progetti avviati
L’Italia è stato il primo Paese europeo a dotarsi di una legge specifica sull’uso dell’IA in àmbito sanitario, ma è anche quello in cui il 98% dei medici specialisti non possiede competenze adeguate per utilizzarla in modo consapevole; è un sistema che investe 2,7 miliardi di euro in sanità digitale mentre un terzo delle sue strutture pubbliche teme già il ridimensionamento dei progetti avviati. Senza intervenire su queste contraddizioni l’IA – nella sanità come in tutti gli altri àmbiti – non sarà né “disarmata”, né governata con responsabilità.
*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes.

