Il rapporto tra giovani e gioco d’azzardo è uno dei temi più discussi e insieme più fraintesi del dibattito pubblico italiano, spesso raccontato attraverso dati letti in modo impreciso e allarmi non sempre supportati dai numeri reali. Fabio Felici, Direttore responsabile di Agimeg – agenzia di stampa specializzata nel settore del gioco pubblico – fa chiarezza sul reale coinvolgimento dei minori nel gioco legale, sulle tutele previste dal sistema online e sulle misure che potrebbero rafforzare la prevenzione, senza tralasciare altri nodi centrali della materia: dalla differenza tra raccolta e spesa reale al peso della normativa frammentata tra Comuni e Regioni.
Direttore Felici, potrebbe offrirci una panoramica sul fenomeno del gioco d’azzardo in Italia e sul suo mercato? In particolare, qual è la differenza tra la spesa contabilizzata (la cosiddetta raccolta) e la spesa reale?
Premesso che il termine “azzardo” mi infastidisce un po’, in quanto gli viene data una connotazione negativa, e quindi preferisco chiamarlo “gioco legale”; la differenza tra raccolta e spesa è, secondo me, lo snodo cruciale per un’equilibrata valutazione del fenomeno. Tutti gli attacchi mediatici e politici a cui è sottoposto il gioco legale da anni, si basano sulla raccolta ed è questo un clamoroso errore tecnico. Il tutto è spiegabile con un semplice esempio. Supponiamo di acquistare un Gratta e Vinci da 5 euro, lo grattiamo e scopriamo di aver vinto 5 euro. Non li incassiamo e ci facciamo dare un altro biglietto dello stesso valore. Rigiochiamo e vinciamo ancora 5 euro. Riprendiamo un altro biglietto dello stesso importo e stavolta perdiamo. Per la raccolta abbiamo speso 15 euro, ma dalle nostre tasche sono effettivamente usciti 5 euro. Senza quelle vincite non avremmo acquistato altri biglietti e quindi la raccolta non sarebbe stata la stessa. E questo esempio si può fare con qualsiasi tipo di gioco. Per questo, quando si esamina il fenomeno del gioco legale, bisognerebbe tenere conto solo della spesa reale e non della raccolta. Leggo in giro di dati sulla spesa pro capite, in alcuni comuni, con cifre elevatissime perché si fa il rapporto tra raccolta e popolazione, mentre bisognerebbe mettere a confronto la spesa con i residenti. In generale, la spesa media pro capite per il gioco in Italia equivale a un caffè al giorno.
In linea generale, qual è il livello di coinvolgimento dei giovani nel gioco d’azzardo nel nostro Paese? Sappiamo che consentire ai minori di giocare è illegale, eppure alcuni giovanissimi lo fanno. Quali sono i dati in vostro possesso su questo fenomeno?
Se per giovani intendiamo i minorenni bisogna ricordare che far giocare un under 18 è un reato. I giovani maggiorenni, nel pieno rispetto delle regole, giocano principalmente alle scommesse sportive perché è un concorso legato soprattutto al gioco del calcio, lo sport più seguito in assoluto nel nostro Paese. Tornando, invece, ai minori, gli unici dati ufficiali sono quelli riportati dal “Libro Blu” dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che si basano sui controlli effettuati dalle Forze dell’ordine. In un anno sono meno di 100 le violazioni accertate per quanto riguarda il gioco minorile. Da questo numero si evince un fenomeno circoscritto ma, anche volendo ipotizzare che ci siano altre situazioni di gioco minorile non rilevate, il problema va riportato nelle giuste dimensioni. Bisogna anche ricordare che nel piano operativo dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per il 2023 (ultimo dato disponibile) sono stati previsti 12.000 controlli finalizzati al contrasto del gioco minorile.
Quando si legge di un boom del gioco minorile, nella maggior parte dei casi si tratta di ricerche molto circoscritte e con campioni limitati, non equilibrati e quindi con poca attendibilità. Voglio anche ricordare che per aprire un conto gioco, necessario per poter giocare online, bisogna presentare il proprio codice fiscale e un documento di identità, proprio per evitare l’accesso ai minori. Se poi un genitore dà questi documenti ad un figlio minorenne o gli dà accesso alle proprie credenziali, il problema è di tipo familiare e non dell’offerta del gioco.
Oggi metà della spesa nel gioco avviene online. Cosa cambia in termini di controlli, sicurezza e rischi quando si passa al gioco in Rete?
Come dicevo poc’anzi, il gioco online in Italia è tra i più sicuri in assoluto, tanto da essere preso a modello da diversi Stati europei. Oltre alle barriere d’accesso rappresentate proprio dalla certificazione dell’età maggiorenne per aprire un conto gioco, ci sono altre opzioni a tutela del giocatore. Per esempio, le impostazioni dei limiti di spesa, vale a dire che un giocatore può stabilire inizialmente quanto vuole spendere, per esempio, in un mese. Se, preso dal vortice del gioco, volesse cambiare questo limite, non potrà farlo immediatamente ma occorrerà aspettare dei giorni, in maniera tale da evitare interventi di tipo compulsivo. Inoltre, è previsto anche un regime di autoesclusione (temporanea o permanente). Vale a dire che un giocatore può decidere di escludersi dal gioco online per un periodo di tempo e anche in questo caso di tratta di un parametro non modificabile immediatamente e quindi efficace per prevenire comportamenti sbagliati, frutto di alterazioni del momento. In tutto questo, bisogna anche sottolineare che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ogni mese oscura decine di siti di gioco illegali e oggi la black list conta già oltre gli 11.000 siti inaccessibili perché illegali.
Qualche anno fa, Agimeg ha realizzato un’indagine sulle dipendenze in Italia. Quali sono stati i risultati più significativi emersi?
Qualche tempo fa, abbiamo effettuato una ricerca sulle dipendenze in Italia. I dati presentati dall’Istituto superiore di sanità nella più approfondita ricerca sul gioco in Italia, indicavano in 1,5 milioni i giocatori problematici. Dato, questo, che pone il gioco all’ottavo posto tra le dipendenze in Italia. La principale dipendenza in Italia è quella da fumo, seguita da alcool e Social Network. Seguono, in questa graduatoria, la droga (ma il dato potrebbe essere più alto visto che, trattandosi di un fenomeno illegale, esiste una parte non rilevabile) e gli smartphone. In sesta e settima posizione due dipendenze forse poco conosciute, ma che di fatto coinvolgono oltre 4 milioni di persone: si tratta della dipendenza da shopping e della dipendenza da sesso. Il gioco è in ultima posizione in questa graduatoria. Secondo il Rapporto sul gioco dell’Istituto superiore di sanità, sono 18 milioni gli italiani adulti che giocano, 1,5 milioni i problematici. C’è da sottolineare che una persona può far parte di più categorie di dipendenza e quindi i soggetti colpiti dalle dipendenze evidenziate non sono la sommatoria dei valori proposti.
Va anche ricordato che le percentuali di mortalità nelle ultime tre dipendenze della classifica (shopping, sesso e gioco) sono praticamente inesistenti o bassissime. La percentuale si alza relativamente alle dipendenze da Social Network (eventi tragici riconducibili all’utilizzo di strumenti come Facebook) ed ancora di più per ciò che concerne lo smartphone (basti pensare alle morti per incidente dovuti all’utilizzo dei cellulari in auto). Fumo, alcool e droga provocano decine di migliaia di decessi all’anno.
| Dipendenza | Persone | Fonte |
| Fumo | 10.300.000 | Istat |
| Alcool | 8.265.000 | Istat |
| Social network | 6.300.000 | Sos Il Telefono Azzurro Onlus |
| Droga | 4.000.000 | La Stampa |
| Smartphone | 3.400.000 | Sos Il Telefono Azzurro Onlus |
| Shopping Compulsivo | 2.750.000 | Il Giornale |
| Sesso | 1.500.000 | La Repubblica |
| Gioco | 1.500.000 | ISS |
In Italia, il caos normativo sul gioco deriva anche dalla regolazione frammentata tra Regioni e Comuni. Perché questa iper-regolazione è problematica e come può favorire le condotte criminali?
Quello della normativa a “macchia di leopardo” in Italia è un problema che impatta in maniera importante su tutto il settore del gioco legale. Ci sono alcune Regioni che hanno imposto dei regolamenti al limite del proibizionismo. Ne è un esempio l’Emilia Romagna, che ha imposto il divieto di sale giochi, sale scommesse, installazioni di apparecchi da gioco, ecc. a meno di 500 metri dai cosiddetti luoghi sensibili come scuole, chiese, impianti sportivi e strutture sanitarie. Questo tipo di intervento ha fatto sì che i negozi di gioco venissero espulsi dalle città, spazi che sono diventati una vera e propria manna per chi offre gioco illegale. In altre Regioni ci sono, invece, politiche meno restrittive.
Questo fa sì, per esempio, che in due Comuni che si trovano a poca distanza l’uno dall’altro ma che appartengono a due Regioni diverse, le aziende di gioco vengano trattate in maniera totalmente differente. C’è da sottolineare che in alcuni Comuni il cosiddetto “distanziometro” dai luoghi sensibili sfiora il ridicolo in quanto prevede anche il divieto di strutture di gioco da cimiteri, bancomat, compro oro, palestre, ecc. Il riordino del gioco fisico è uno dei temi attualmente in discussione dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, il Mef e la Conferenza Stato-Regioni. Mettere insieme tutti questi interessi non è semplice, tant’è che ancora oggi non si è arrivati a una soluzione condivisa.
Secondo lei, esiste un problema di qualità giornalistica quando si parla di gioco d’azzardo? Se sì, da cosa dipende?
Purtroppo sì e lo dico con molto dispiacere, facendo parte, da oltre 40 anni, della categoria. La qualità degli articoli sul settore del gioco pubblico è scaduta nel corso degli anni. Molti colleghi, per fortuna non tutti, hanno affrontato il tema in maniera superficiale, senza approfondirne i vari aspetti sociali, economici, occupazionali, ecc. Questo ha portato al fiorire di luoghi comuni che purtroppo talvolta hanno impattato in maniera negativa anche sulle scelte politiche. Con la mia agenzia cerchiamo di aiutare i colleghi a redigere articoli e servizi equilibrati, corretti e che tengano conto di tutti gli attori coinvolti.
I recenti casi di giocatori professionisti coinvolti nel gambling (Fagioli, Tonali, ecc.) hanno riacceso il dibattito sul disagio giovanile. Cosa ne pensa? C’è una ricerca di senso che spinge verso percorsi illegali?
Più che di disagio giovanile, nei giocatori professionisti coinvolti nel calcio scommesse parlerei di giovani “annoiati” da una vita professionale agiata. Nel loro caso non si scommetteva certamente per soldi (hanno stipendi milionari). Questi calciatori scommettevano sul circuito illegale per evitare di essere rintracciati o scoperti, visto che la loro professione prevede il divieto di scommettere. Ovviamente, sul circuito illegale non ci sono controlli, nessuna sicurezza e tutela per il giocatore e spesso sono in mano alla criminalità organizzata. Insomma, hanno provocato un danno a sé stessi, allo Stato e anche al gioco legale, che è stato tirato in ballo senza avere colpe.
Economia depressa, bassa istruzione e gioco d’azzardo: i dati confermano che le aree più disagiate siano terreno fertile per la diffusione del gambling…
Si tratta di un falso mito. A parte i giocatori milionari di cui abbiamo parlato, una recente ricerca che ha coinvolto psicologi e psicoterapeuti, ha evidenziato come il 36% dei giocatori problematici non abbia problemi economici, il 18% invece ne abbia, mentre il 46% non si riconosce in pieno in una delle due definizioni. Il gioco problematico è quindi traversale e non posizionato solo sulla fascia economicamente più debole. Anche l’abbinamento del disturbo da gioco patologico e livello di istruzione non corrisponde alla realtà. La relazione con una istruzione di basso livello è confermata da studi che indicano nel diploma di scuola superiore il titolo di studio più diffuso tra i giocatori problematici.
Esistono iniziative di responsabilità sociale promosse dagli operatori del mercato del gioco? Se sì, quali sono e che impatto hanno?
Sono diverse le iniziative di responsabilità sociale introdotte dagli operatori di gioco legale. Per esempio, il recupero di aree abbandonate e spesso in mano alla criminalità. Recentemente, è stato costruito un centro sportivo all’interno del carcere di Secondigliano per permettere ai detenuti di praticare sport. Ma ci sono anche iniziative dedicate allo sviluppo digitale, all’inclusione, alla tutela del patrimonio artistico e culturale. E poi iniziative come il sostegno alla Fondazione ANT per l’assistenza domiciliare oncologica gratuita e della prevenzione, programmi di formazione e mentorship che mirano a sviluppare competenze digitali nei giovani ed in particolare nelle donne e progetti di Diversity & Inclusion. Per non parlare poi del sostegno economico a sostegno di zone e popolazioni colpite da calamità come nel caso del terremoto dell’Aquila o delle devastanti alluvioni in Emilia Romagna.
Se dovesse suggerire al legislatore misure concrete per contrastare la devianza giovanile legata al gioco d’azzardo, quali proporrebbe?
Il fenomeno del gioco giovanile, al di là della sua diffusione, va trattato comunque con attenzione, facendo distinzione tra l’offerta di gioco “terrestre” e quella online. Se per quest’ultima abbiamo già visto che ci sono barriere d’ingresso ben strutturate, per quanto riguarda il gioco terrestre si potrebbero prevedere degli interventi mirati. Per esempio, fare informazione, anche a livello scolastico, su come affrontare il gioco in maniera sana. Istituire corsi di formazione per il personale delle agenzie e sale giochi, ricordando sempre che è un reato far giocare un minorenne. In questa maniera si darebbero strumenti più efficaci al personale per intervenire in modo corretto, anche attraverso la prevenzione.
Infine, personalmente inasprirei le pene per chi permette ad un minorenne di giocare. Oltre a una multa salata, sarei per una immediata chiusura della sala per un periodo congruo di tempo e, in caso di recidività, per una chiusura definitiva dell’attività.
*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore e ricercatore dell’Eurispes

