La radio non è in crisi, ha tanta storia e moltissimo futuro

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È l’essenza del progresso e dell’evoluzione: il nuovo soppianta il “vecchio”, lo sostituisce condannandolo all’oblio; ma ogni regola ha le sue eccezioni. Come nel caso della radio, in cui il “vecchio” prende quel che di buono ha il nuovo, lo assimila, lo plasma a suo uso e consumo e, rinnovandosi, non solo sopravvive, ma trova nuovo vigore, vitalità e successo.

È nel ricordo di ognuno di noi, dei nostri risvegli… i nostri padri la portavano con sé al mattino, nel tragitto dal letto al bagno alla cucina, per non perdere il fatidico notiziario. Era la famosa radiolina, con due tasti e due rotelline, volume e sintonia; e poi, costante presenza nei nostri tragitti, l’autoradio, prima fissa, poi estraibile e poi di nuovo fissa, e a nulla è valsa l’introduzione delle musicassette, dei cd, e delle porte usb. La radio ancora oggi c’è sempre nelle nostre auto. E chi di noi, da adolescente, non l’ha avuta almeno una volta in regalo? Chi non si è emancipato sulle onde delle radio libere, aspettando la canzone preferita da rubare schiacciando il tasto Rec del registratore annesso e sperando, spesso invano, che la pubblicità non la disturbasse troppo? E non serve andare ancora più indietro oltre la nostra memoria, sappiamo bene del suo ruolo negli anni a cavallo della guerra e a seguire, la radio era la sola porta sul mondo, da ascoltare e guardare, totem e stargate delle case e delle vite di tutti noi.

Tanta storia e moltissimo futuro

Era il 1924 quando le prime trasmissioni esordivano in Italia, in un periodo in cui si sarebbe investito molto verso questa direzione, grazie alla sua capacità di arrivare a tutti, in una fase storica in cui la politica di Mussolini cercava un mezzo chiaro e diretto per la sua propaganda. Ma la radio è servita anche per far arrivare, in tempi di guerra, le notizie degli “alleati”, grazie alle onde elettromagnetiche che sono sempre riuscite a superare confini e “imposizioni”.

Dalla propaganda di regime alle radio libere degli anni ’70

Nel 1954, a trent’anni dal suo esordio in Italia, sembrava che dovesse arrivare la prima crisi della radio. Nasceva in quel periodo la Tv che, secondo alcuni, l’avrebbe soppiantata grazie all’immagine. Non è stato così, tanto che negli anni ’60 sono arrivate le prime emittenti estere in lingua italiana che spezzavano parzialmente il monopolio Rai (pensiamo a Radio Monte Carlo e Radio Capodistria che grazie alle onde medie venivano ricevute in buona parte del territorio italiano), fino alla metà degli anni ’70 quando – tramite l’FM – sono arrivate le prime emittenti private, le cosiddette “radio libere” che si sono gradualmente evolute, sino a creare l’attuale sistema radiofonico italiano, con una ventina di reti nazionali e centinaia di voci locali.

Smart speaker, ultima frontiera della comunicazione

Oggi il termine “radio” significa tante cose. C’è chi ancora la ascolta via etere in FM, in AM e in DAB+, chi la considera compagna dei propri viaggi in auto, chi la ascolta in streaming dal computer o via app da smartphone e tablet, chi la sintonizza dalla tv tramite digitale terrestre o via satellite. E non tutti l’ascoltano in tempo reale, perché sempre più la radio sta diventando un mezzo seguito tramite podcast, di fatto quindi “on demand”, senza avere vincoli temporali nel dover sintonizzare un determinato programma in una determinata ora. Infine, negli ultimi mesi hanno avuto un’impennata gli smart speaker, che rappresentano l’ultima frontiera della comunicazione. Dispositivi dal design futuristico e con potenzialità illimitate, altoparlanti intelligenti che stanno ormai dominando il mercato della domotica, e che amplificano enormemente il facile accesso e l’utilizzo delle emittenti radiofoniche.

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L’intelligenza artificiale non è nata specificamente per la radio, ma è inevitabile il fatto che la radio se ne stia sempre più appropriando, cogliendo tutte le opportunità che può offrire. Oggi è notevole l’impegno volto alla costituzione di piattaforme in grado di aggregare centinaia di emittenti nazionali, locali e web, con lo sviluppo di competenze che permettono alle varie radio di essere ascoltate tramite smart speaker, chiedendo ad esempio ad Alexa di trasmettere la propria emittente preferita o il genere che interessa. Altro campo di sperimentazione e sviluppo è quello delle radiocronache, ovvero della possibilità di ascoltare le partite della nostra squadra del cuore semplicemente chiedendo della partita stessa. Alla ricerca della radio che la trasmette ci pensa l’intelligenza artificiale.

Dove si ascolta la radio oggi

Dalle proiezioni elaborate partendo dal campione dell’indagine annuale Radio TER (che può contare su 90 mila intervistati) si stima che siano 35 milioni gli italiani che abitualmente ascoltano la radio ogni giorno. Significativo è che ben 19 milioni si sintonizzano solo fuori dalle mura domestiche, mentre 7 milioni solo in casa (gli altri 8 milioni ascoltano sia a casa a che fuori casa). L’automobile è in assoluto l’ambiente “extra domestico” preferito da 24 milioni di italiani, ma tra i luoghi per l’ascolto della radio troviamo anche il posto di lavoro (per 3,5 milioni di italiani), i negozi (245 mila), i supermercati e i centri commerciali (212 mila). Curiosa la differenza di genere: se gli uomini rappresentano il 70% delle persone che ascoltano la radio sul luogo di lavoro, il dato si inverte nei negozi, nei supermercati e centri commerciali, dove invece il 70% è di sesso femminile. Infine le professioni: la maggioranza delle persone che ascoltano la radio nel luogo di lavoro sono nelle categorie “operai, commesso, agricoltore”; “impiegato, insegnante” e “artigiano, commerciante”.

In auto, in casa, a lavoro: 35 milioni di italiani la ascoltano quotidianamente

La radio, di fatto, non conosce crisi. Il suo appeal, il suo fascino restano immutati. La ascoltiamo in macchina andando al lavoro, per ascoltare le news mentre siamo in giro o la sera rientrando a casa. Durante la pandemia ha fatto molta concorrenza alla televisione tra tutti i lavoratori in smart working. Numerosi studi internazionali hanno dimostrato che la radio si concilia perfettamente con lo svolgimento di altre attività. La televisione assorbe e distrae, mentre si può ascoltare la radio, per esempio, mentre si sta cucinando o stirando.

Ogni ascoltatore in media ascolta la radio per 211 minuti al giorno

Ogni ascoltatore in media ascolta la radio per 211 minuti al giorno. Nel primo trimestre del 2020 gli ascoltatori erano 6 milioni 87 mila, nel terzo trimestre sono diventati 6 milioni 436 mila. Un aumento del 5,7%. La radio aiuta a concentrarsi, è considerata una fonte di informazione affidabile e soprattutto fonte di aggiornamento sulla realtà locale. Se al Tg siamo inondati di informazioni da tutto il mondo, manca, e la ritroviamo principalmente solo in radio, la notizia della cittadina o del quartiere di appartenenza. Questi i fattori della forza intrinseca della radio.

Musica, non più scouting ma approfondimento

La nascita delle piattaforme di streaming (Spotify ed affini) hanno permesso all’utenza di non dover attendere un bel disco alla radio e di poter scegliere autonomamente cosa e quando ascoltare la musica migliore. Questo la radio, ovviamente, l’ha capito, e sa che la gente se sceglierà di ascoltare quella emittente sarà perché quella stessa stazione ha contenuti più interessanti. Questa presa d’atto da parte della radio ha fatto sì che il campionato della radiofonia si decidesse solo sulla base di una buona o cattiva conduzione, di programmi accattivanti, di notizie servite con una tempestività quasi maniacale da redazioni sempre più agguerrite a mettere il microfono sotto al naso dell’intervistato del momento. Tale processo ha determinato un allineamento totale dal punto di vista della scelta della musica alla radio. Le radio non hanno più lo scopo propositivo, lo scouting artistico che negli anni ’90 apparteneva di diritto alla radio stessa; la radio propone oggi approfondimenti, segue l’onda e si candida al ruolo di approfondimento musicale, coinvolgendo gli artisti e facendo soprattutto “intrattenimento e costume”.

Una offerta musicale necessariamente generalista

Da anni ormai il successo di un artista non lo si misura più sulla base dei dischi venduti, quanto piuttosto sulla base degli ascolti che le sue canzoni riescono a generare. Questa anticamera al successo generata da Spotify e affini viene poi raccolta dalla radio la quale sfrutta le piattaforme di streaming per capire quali canzoni predilige il suo target di riferimento. Quando la radio fa la spesa su Spotify, contribuisce alla consacrazione dell’artista rendendo partecipe anche un pubblico più nazional-popolare. Ciò ha portato le radio ad uniformarsi nella proposta musicale, diventando necessariamente generalista per avere grandi numeri d’ascolto e quindi attraente per il mercato pubblicitario. La musica scelta da una radio è uniformata alle altre emittenti, per cui se c’è qualcosa che non va, andrà certamente ricercato nella conduzione e nella qualità dei programmi.

La radio forse è diventata meno d’avanguardia e più noiosa? È una compagna con la quale conviviamo da secoli, che in fondo si ama perché fa parte della nostra vita e resterà in quel posto nel cuore fino alla fine dei nostri giorni.

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