La Turchia islamica di Erdoğan e il rapporto con l’Europa

La nascita dei movimenti islamici e la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan: dallo sviluppo sul territorio al difficile rapporto con l'Europa.

La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan

Secondo ʿAbd Allāh al-ʿAzzām «Difendere la terra dei musulmani è il più importante dovere di ognuno» e «Questo dovere non si concluderà con la vittoria in Afghanistan; la jihad resterà un obbligo personale finché ogni altra terra appartenuta ai musulmani non ci sarà restituita, cosicché l’Islam torni a regnare; davanti a noi si aprono la Palestina, il Libano, il Ciad, l’Eritrea, la Somalia, le Filippine, la Birmania, lo Yemen del Sud, il Tashkent e l’Andalusia».

Al-ʿAzzām, nel 1979 in Pakistan, organizzò il contrasto all’invasione sovietica dell’Afghanistan e nella città di Peshāwar fondò il movimento dei Mujāhidn finanziato dal Pakistan, dall’Arabia Saudita e dagli USA. Osama bin Laden, nel 1979, si unì alle forze Mujāhidn in Pakistan contro i Sovietici; nel 1984 fondò il Maktab al-Khidamat (MAK) per il reclutamento di stranieri, la ricezione di armi e il finanziamento globale del movimento islamico, e nel 1988 fondò Al-Qaeda, un anno prima della morte per attentato di al-ʿAzzām.

Il MAK è stato il fenomeno precursore e premonitore dell’attività terroristica che ha portato all’11 Settembre.

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La nascita dei movimenti islamici

I movimenti islamici rappresentano il frutto della stagione delle rivoluzioni in Medio Oriente e Maghreb, ma il loro attivismo politico può essere riconnesso sia alla rivoluzione iraniana del 1979, sia alla guerra di opposizione all’invasione sovietica dell’Afghanistan, sebbene si manifestino solo nel 2011.

L’Islamismo – a differenza dell’Islam che è una religione – è una ideologia politico-sociale a carattere totalitario, che poggia la sua visione sul fondamentalismo religioso. Per assicurare il dominio sulla società musulmana si possono seguire tre vie principali: l’attivismo politico, l’attivismo religioso e la violenza terroristica denominata “jihadismo”.

 

Le caratteristiche dell’islamismo

Le due anime all’interno dell’Islamismo – quella riformista e quella rivoluzionaria – mirano entrambe alla costituzione di uno Stato islamico con modalità temporali differenti. Comunque, l’anima rivoluzionaria predica la distruzione delle strutture statuali per imporre il proprio modello.

Gli islamisti hanno esercitato una forte influenza negli Stati teocratici, anche se hanno assunto di recente la direzione di alcuni governi in maniera democratica, come avvenuto in Turchia.

Ciò ha comportato l’effetto collaterale che l’Islamismo oggi possa non essere più percepito con paura dalla comunità internazionale, a tal punto che nel 2011 il Premio Nobel per la Pace è stato assegnato a Tawakkul Karman, militante del partito islamico e conservatore Al-Islah, leader della protesta femminile contro il regime yemenita.

I partiti islamisti si sono inseriti nei governi politici dei paesi soprattutto a partire dagli anni Novanta, legando la dottrina islamista alla democrazia, influenzati dal modello dei Fratelli musulmani, degli sciiti e dei salafiti.

Gli Stati arabi, però, non supportano questi movimenti; allo stesso modo, l’Arabia Saudita, per esempio, sostiene i salafiti, ma si oppone ai Fratelli Musulmani finanziati dal Qatar. In Egitto, di fatto, l’Arabia Saudita ha appoggiato la destituzione dell’islamista Mohamed Morsi.

 

La Turchia di Erdoğan 

La Turchia di Erdoğan invece, è l’esempio più longevo (dal 2002) del successo politico islamista, nonostante la presenza di una Costituzione ispirata alla laicità, con il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo denominato AKP.

L’AKP è retto da Recep Tayyip Erdoğan e nel suo programma non sono previste rivoluzioni, ma trasformazioni graduali. Dall’assunzione del potere ha portato avanti una moralizzazione dei costumi turchi e un riorientamento della politica estera verso i paesi arabi e medio-orientali.

Per l’Occidente è importante interrogarsi sulla compatibilità tra la creazione di uno Stato islamico e i valori della democrazia e della libertà. La Turchia sembra oggi capace di amalgamare i meccanismi e le strutture della globalizzazione e ha rinvigorito il Direttorato degli Affari Religiosi comunemente chiamato “Diyanet” (Diyanet İşleri Başkanlığı).

Diyanet è diventato un potere nel potere con l’ascesa di Recep Tayyip Erdoğan a capo del governo. Nel periodo fra il 2006 e il 2015 il bilancio di Diyanet è stato incrementato (quadruplicato, 2 Mld di $) con raddoppio del personale impiegato (150mila); nel 2012 ha aperto un proprio canale televisivo (Diyanet TV) ricevuto in 145 paesi.

A partire dal 2010, l’agenzia Diyanet è stata trasformata da uno strumento di controllo della laicità ad un mezzo per la promozione globale dell’Islam turco e del neo-ottomanesimo. Il cambio di rotta si è manifestato con la diffusione dei copricapi islamici e delle questioni riproduttive e sessuali.

 

La situazione post 2016 

Dal 2016, dopo il fallito golpe, Diyanet ha perso ogni tipo di autonomia dall’AKP e con una riforma dell’agenzia ora sta promuovendo l’esportazione e la promozione globale dell’Islam turco e quindi di derivazione ottomana.

Oggi Diyanet forma gli imam, ha costruito oltre 100 moschee nel mondo, preconfeziona i sermoni del venerdì, emette Fatwā ed eroga welfare; è in continuo contatto con l’Intelligence Nazionale (MIT – Millî İstihbarat Teşkilatı) ed è divenuto importante per attrarre voti elettorali per Erdoğan e quindi per il nazionalismo islamico, come confermato dalle tendenze di voto delle diaspore turche in Europa.

Diyanet si è molto diffusa soprattutto in Europa ed ora rappresenta un punto di riferimento di tutta la comunità musulmana. In Belgio controlla 70 moschee su 300; in Danimarca ne gestisce 27; in Francia ne controlla 270 con circa 50 imam; in Germania ha fondato il DIBIT – l’Unione turco-islamica – finanziando 900 moschee sulle 3mila totali; nei Paesi Bassi si prende cura di circa 150 moschee sulle 475 presenti; nei Balcani ha aperto moschee ovunque (Albania, Kosovo, Bosnia ed Erzegovina) ad eccezione della Slovenia e della Bulgaria, dove ha tentato la radicalizzazione religiosa nei ghetti Rom.

 

Il difficile rapporto tra la Turchia di Erdoğan e l’Europa

La Turchia di Atatürk, laica ed europea, è scomparsa, ed è riemersa la Turchia islamica. Al suo posto, oggi, troviamo un regime islamista guidato da Erdoğan che, secondo l’OSCE, non ha rispettato gli standard internazionali sul processo di voto in occasione del Referendum del 2017, che ha fatto arrestare gli oppositori politici e non garantisce i diritti umani e civili della popolazione.

Il Parlamento europeo ha richiesto ripetutamente alla Turchia di Erdoğan il ripristinino della democrazia e dei diritti.

La creazione di uno Stato islamico non garantisce, quindi, uno stato di democrazia. L’Unione europea e i suoi membri devono ben riflettere sulla diffusione in atto della “Turchia islamica” attraverso la Diyanet nelle diaspore turche in Europa: tale diffusione (Diyanet-Sermoni-Servizi Segreti) potrebbe indebolire i livelli di democrazia e libertà nell’Occidente stesso.

 

*Pasquale Preziosa, Presidente dell’Osservatorio Eurispes sulla Sicurezza.

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