L’Italia della ricostruzione dopo la pandemia

ricostruzione dopo la pandemia

La ricostruzione dopo la pandemia. Esiste un filo rosso che lega il discorso del Presidente Sergio Mattarella pronunciato in occasione della festa della Repubblica, la posizione ufficiale assunta dal Governatore Ignazio Visco, espressa nelle considerazioni finali, le riflessioni con cui Mario Draghi ha commentato l’approvazione del PNRR in Parlamento e il tema centrale del 33° Rapporto Italia. Questo filo si chiama ri-costruzione.

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L’Italia della ricostruzione dopo la pandemia, Mattarella: ripartire dai valori

Per il Presidente Mattarella si dovrà cominciare dai valori, soprattutto dagli uomini che li incarnano ogni giorno e dai giovani che sono la proiezione del nostro sguardo troppo schiacciato sul presente. «La Repubblica – ha ricordato il Capo dello stato – è fatta dalla storia degli italiani e della loro libertà. È la storia del lavoro, motore della trasformazione del nostro Paese. È la storia della ricostruzione, delle fatiche, dei sacrifici, spesso delle sofferenze, di tanti che si trasferirono da Sud a Nord, dalle campagne alle città, animando uno straordinario periodo di sviluppo. È la storia del formarsi e del crescere di una comunità (…) L’Italia è stata ricostruita dalle macerie. La Costituzione ha indicato alla Repubblica la strada da percorrere (…) l’idea fondante della Repubblica è la una Costituzione viva, che si invera ogni giorno nei comportamenti, nelle scelte, nell’assunzione di responsabilità dei suoi cittadini, a tutti i livelli e in qualunque ruolo (…)».

Non ci può essere ricostruzione senza un progetto Paese, senza mettere a posto i fondamenti del contratto sociale: libertà, eguaglianza, pari opportunità, perché «la democrazia è qualcosa di più di un insieme di regole: è un continuo processo in cui si cerca la composizione possibile delle aspirazioni e dei propositi, nella consapevolezza della centralità delle persone, più importanti degli interessi».

Se da questo ragionamento appare dunque evidente che non ci può essere progresso senza diritti, per la cui conquista hanno lottato intere generazioni, bisogna ribadire che non ci può essere libertà senza un lavoro dignitoso. Su questo particolare con lucidità è intervenuto il Governatore di Bankitalia. «L’espansione del Pil potrebbe superare il 4%, l’attività produttiva si sta rafforzando, una ripresa robusta della domanda nella seconda metà dell’anno sarà dunque prevedibile. Un buon proseguimento della campagna vaccinale e un avvio del PNRR sono le condizioni perché questo possa avvenire».

La luce positiva di speranza che arriva da queste parole non deve illuderci però: per voltare pagina e avviare la ri-costruzione, appunto, bisognerà ricordarsi che il cammino non sarà scontato, né tanto meno agevole, perché la sfida più ardua rimane il lavoro. «Veniamo dalla recessione più grave dalla fine del secondo conflitto mondiale. Il prodotto globale ha registrato una caduta del 3,3 per cento, con dei riflessi che hanno accentuato la disparità tra aree produttive, contesti territoriali e settori industriali. La frenata del 9 per cento del commercio internazionale ha interrotto processi e filiere produttive ridisegnando di fatto l’orizzonte organizzativo delle imprese e il loro stesso modo di competere in un mondo che appare stravolto dall’emergenza».

 

La nuova concertazione

In un quadro socialmente fragile ma voglioso di afferrare la ripartenza, che segna questa tarda primavera italiana, non ci sarà dunque da stupirsi se le maggiori preoccupazioni si concentrano sullo sblocco dei licenziamenti. Il tavolo di una “nuova concertazione” che vede governo e sindacati pronti a riprendere il dialogo sarà certamente utile per affrontare i mesi a venire. Ma non sarà solo una questione di “reddito, lavoro, benessere”. Il premier Draghi nel corso della presentazione ufficiale del Recovery Plan in Parlamento ha parlato di «valori civili, di sentimenti della nostra comunità nazionale che nessun numero, nessuna tabella potranno mai rappresentare». In questa fase della storia è in gioco il destino dell’Italia. La ri-costruzione, se guardata sotto questo profilo, assume una valenza ancora più ampia e articolata, come emerge a tutto tondo nel Rapporto Italia di quest’anno.

«Dobbiamo svegliarci dal torpore e reagire tornando ad esercitare un pensiero lungo», il monito del Presidente Gian Maria Fara sprona la coscienza delle classi dirigenti, ma anche dei cittadini. «Molto dipenderà dalla qualità della progettazione con la quale accompagneremo le scelte da sottoporre a Bruxelles. Nel corso degli anni abbiamo dimostrato come fosse questo il nostro punto debole e come la debolezza, proprio sulla fase di progettazione, ci abbia costretti a rinunciare ad una larga porzione di finanziamenti europei. È noto a tutti come l’Italia, non riuscendo ad utilizzare parte dei fondi messi a disposizione attraverso le diverse misure, sia stata forse la principale finanziatrice di quei paesi “virtuosi” che invece erano riusciti a spendere sino all’ultimo euro delle risorse assegnate». Cambiare passo vuol dire mettere in campo competenza, responsabilità, ma anche visione e senso del futuro. «Un Paese imbrigliato, in ostaggio di una burocrazia asfissiante, di un sistema di regole di impronta feudale». Neanche la divisione può pagare, per questo la destinazione delle risorse ai diversi territori e, nel nostro caso, al Sud per il quale il Recovery potrebbe essere l’ultima carta di riscatto possibile, rimane un aspetto essenziale. Solo un’Italia finalmente coesa, unita dalle Alpi a Lampedusa potrà esercitare un ruolo nella comunità internazionale e nel contesto dell’Unione europea.

Superata l’emergenza, bisognerà scuotersi in fretta, avvertendo il preciso dovere di continuare a cercare la verità, rispettando la memoria, che «occorre coltivare per evitare di ripetere errori fatti in passato e che oggi ancora paghiamo. Il rischio è quello di una società senza identità nel momento storico in cui questa è più necessaria poiché proprio la cura e l’affermazione della identità rappresentano la risposta al disagio imposto dalla globalizzazione. Non siamo tutti uguali – prosegue l’analisi di Gian Maria Fara – non veniamo tutti dalla stessa storia e dalle stesse culture. Coltivare la memoria significa soprattutto accettare la realtà per come si è, nel tempo, formata senza infingimenti o aggiustamenti di comodo». Il delicato rapporto tra memoria e futuro toccherà ai giovani rinsaldarlo (su questo le riflessioni di Mattarella convergono con quelle espresse dal Presidente dell’Eurispes), loro dovranno riscrivere la storia, perché niente sarà più come prima. Neanche il capitalismo sarà più lo stesso. Allontaniamo l’avidità e l’ignoranza, sono i valori che fanno economia, dobbiamo comprenderlo in fretta se vogliamo uscire dal tunnel.

 

Il tempo del debito è finito

La “ri-costruzione” auspicata da Draghi ha a che fare con la consapevolezza che “Il tempo del debito è finito”, una consapevolezza contro corrente se guardiamo agli ulteriori interventi sul bilancio, resi necessari dall’attuazione delle riforme di sistema che l’Europa ci chiede, che faranno lievitare la nostra scopertura finanziaria bel oltre i 221 miliardi stanziati dal Recovery.

L’affermazione, spiazzante per i più, si spiega nel quadro di un salto culturale, che deve portarci a travalicare la gabbia dell’austerità che in questi anni ha chiuso i popoli che abitano il Continente, togliendo respiro al progetto di una “casa comune” europea. «Il denaro – ha scritto Carlo Sini, tra i massimi pensatori della contemporaneità – rende l’esistenza umana schiava di una “scrittura”, cioè di un impegno che bisognerà “onorare” indipendentemente dai casi della vita e del destino; ma bisogna aggiungere che proprio il denaro è nel contempo il fattore di massima liberazione del gruppo umano dal bisogno economico immediato e dalla miseria, se usato correttamente».

Esiste, ha ragione il filosofo, un “debito buono” che genera “profitto buono”, quello che dovremo impegnare da ora in avanti per la crescita e gli investimenti. Ma il debito non ha solo una misurabilità finanziaria, che implica un impegno risarcitorio, esiste un “deficit morale” quello che abbiamo contratto rispetto alle generazioni future, che pesa come un macigno su ciascuno di noi. Sarà questo il banco di prova su cui andranno valutate la tenuta e la coerenza del nuovo “Piano Marshall”, su cui si addensano, oggi, le speranze che ognuno di noi legittimamente sta coltivando.

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