Che festa è davvero il 2 giugno? La nascita della Repubblica

La scelta repubblicana e la Costituzione democratica sono le basi della ricostruzione dopo la guerra e il fascismo. Ma il Paese deve saper affrontare le sfide del tempo, facendosi carico della precarietà del presente, delle angosce così diffuse, dell’urgenza di dare risposte a problemi impellenti. Il compito centrale? Ritrovare il sentimento di fiducia e di coesione sociale.

Che festa è davvero il 2 giugno? La nascita della Repubblica

Che festa è davvero il 2 giugno? Una generazione spese la gioventù nella guerra mondiale e nella lotta al fascismo, poi andò al referendum istituzionale, scelse la Repubblica, votò per dare forma al nascente Stato democratico: una nuova stagione per il Paese, forse la più preziosa, ricca di germogli e frutti.

Il 2 giugno è data che unisce il passato al futuro, che collega gli sforzi e le sofferenze di quel momento agli eventi degli anni successivi, alle responsabilità ereditate dalle nuove generazioni, da ciascuno di noi. Perciò, molto più di una ricorrenza rituale.

Quel giorno fa sentire il nostro presente parte del passato, e gli eventi trascorsi come anticipazione virtuosa dei nostri giorni. L’impegno di allora non si è mai esaurito, non deve ritenersi concluso, ed ora è affidato a noi.

C’è un legame tra la fatica e il coraggio. Tra il costo, morale ed economico, di chiudere una fase sciagurata e lo slancio necessario per avventurarsi altrove, per fare ingresso in un modo diverso, lungamente agognato e immaginato ma non ancora sperimentato: sorprendente, imprevedibile, anche pericoloso.

 

2 giugno, che festa è davvero? La scelta della Repubblica

Quel significato complesso è riconoscibile nella data, in cui si compì la doppia scelta per la forma repubblicana ma anche per l’assemblea costituente che avrebbe dovuto scrivere le regole fondamentali, finalmente ispirate ai valori di libertà e solidarietà. Due voti a suffragio universale, per la prima volta anche con la partecipazione delle donne, ma uniti da uno scopo comune.

La scelta repubblicana non ebbe solo un significato punitivo verso la monarchia, resasi complice del fascismo dopo i meriti risorgimentali. È il risultato di un percorso storico con radici lontane. L’idea repubblicana, in luogo dell’ereditarietà monarchica, è l’approdo di un pensiero politico di origine illuminista.

È il frutto di un cammino e di un’evoluzione, che, nel tempo, hanno permesso di separare la dimensione divina da quella temporale, distinguendo tra Chiesa e Stato, e hanno spinto l’uomo ad affrontare nuove sfide con coraggio e apertura mentale. Abbiamo potuto immaginare l’esplorazione del nuovo senza paure e pregiudizi, il viaggio libero dal particolare all’universale, la ricerca intensa dei “lumi” sparsi ovunque nelle imprese umane.

 

La forma repubblicana del 2 giugno 1946

La forma repubblicana è strettamente connessa al sistema delle libertà individuali, ne è l’ancoraggio più solido, perché implica una modalità di relazioni pubbliche e private, opposta a quella dei vecchi Stati assoluti.

La democrazia liberale moderna, refrattaria alle gerarchie immotivate e senza regole, non tollera l’asimmetria del rapporto sovrano – sudditi, nemmeno nelle versioni edulcorate introdotte con l’adozione delle prime Costituzioni. Esige relazioni simmetriche, quelle che si instaurano appunto tra cittadini, ovvero soggetti posti dalla legge sullo stesso piano, secondo regole di eguaglianza formale e sostanziale.

L’assemblea costituente non è stata una semplice “appendice” elettorale della scelta repubblicana, ne ha costituito il nerbo vitale. La retorica celebrativa della “Costituzione più bella del mondo”, concetto immaginifico ma quanto mai denso di verità, ha oscurato il compito svolto in un anno e mezzo dai Costituenti, persino banalizzandone il risultato.

Fu fatto invece un lavoro di alto livello, vennero affrontate questioni importanti, di straordinaria attualità: rigidità della Costituzione, opportunità di un preambolo di valori, mono o pluricameralismo, forma di governo, autonomie delle Istituzioni, e tanto altro. Non importano ora le singole conclusioni, alcune tuttora valide, altre superate, o da modificare. Nel complesso però, una sintesi di incredibile valore, irrinunciabile, con il pregio dell’assenza di saccenteria.

Rileggendo oggi la Carta fondamentale, ci si sorprende di quanto sia un testo piano, semplice, comprensibile a tutti, denso di echi, risonanze, sollecitazioni. Che, purtroppo, ci lascia anche sgomenti e increduli. Quanto distanti, per qualità ed efficacia, le modifiche successive; e maldestri i tentativi di introdurre novità.

Custodire il passato è possibile solo se gli si garantisce un futuro. La Repubblica deve saper affrontare le sfide del tempo, l’inevitabile logorio del presente, la sopravvenienza di altre esigenze, non sfuggire all’obbligo di rimettersi sempre in gioco, per essere all’altezza. Il Paese rimane composito non solo per ragioni storiche. Le diseguaglianze sono cresciute a seguito di innumerevoli cambiamenti. Hanno fatto il resto la globalizzazione e la pandemia.

 

Il reale significato di questa celebrazione

L’essere liberi, traguardo di 75 anni fa, è tutt’uno con il restare liberi (obiettivo per le generazioni di oggi): va mantenuto alto l’impegno ad affrontare le nuove sfide. È servito un impegno di secoli per unire un Paese frammentato nelle idee, nelle condizioni di vita, nei rapporti di lavoro. Ma sono stati l’istruzione pubblica, la sanità per tutti, le conquiste civili, le rivendicazioni lavorative, l’innovazione economica, la dignità politica a promuovere un cambio di passo.

Lo Stato, se non dimentica il bisogno di libertà da cui è nato, deve impegnarsi per favorire il destino di ogni suo cittadino. Il danno maggiore lo percepiamo ogni giorno. Siamo angosciati dalla mancanza di prospettive per il futuro. Sembra inguaribile la crisi di fiducia sulla possibilità di uscire dal tunnel. Non basta un atto di volontà. Serve, come avverte l’art. 3 della Costituzione, la “rimozione degli ostacoli”, che si frappongono all’esercizio dei nostri diritti e che alla fine impediscono la crescita sociale.

Soprattutto, occorre un patto di fiducia tra cittadini e Istituzioni, per tornare a riconoscersi in ciò che ci rappresenta come collettività. Per immaginare uno sforzo comune. La crisi più rilevante riguarda i meccanismi di rappresentanza ad ogni livello. Come dire: la capacità di affidamento dei singoli, la credibilità delle Istituzioni. Però, sapere che il profilo dell’atteggiamento di servizio verso la collettività è il problema cruciale della nostra democrazia serve a riconoscere la necessità di cambiamento. Non possiamo rimanere preda delle difficoltà, abbiamo bisogno di riprendere in mano il nostro destino.

 

*Angelo Perrone, è giurista e scrittore. È stato pubblico ministero e giudice. Si interessa di diritto penale, politiche per la giustizia, tematiche di democrazia liberale. È autore di pubblicazioni, monografie, articoli.

 

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