Crisi climatica globale, la sfida geoeconomica e diplomatica

Le sfide del cambiamento climatico globale e i riflessi geopolitici tra Paesi. Qual è la situazione dopo l'accordo di Parigi e come Usa e Cina stanno affrontando l'esigenza di cambiamento. Uno sguardo all'Italia.

Crisi climatica globale

Nel maggio 2019, il Mauna Loa Observatory (Hawaii), ha registrato una quantità di CO2 nell’atmosfera di 415 parti per milione, la più alta degli ultimi 800mila anni, periodo massimo rispetto al quale, con le moderne tecnologie, è possibile ottenere la misura. Il decennio 2010-2019 è stato il più caldo della storia – almeno da quando esistono registrazioni attendibili della temperatura della superficie media della Terra – e, dagli anni Ottanta ad oggi, ogni decennio successivo è stato più caldo di tutti i precedenti dal 1850.

La scienza ha fornito una serie di evidenze sull’eziologia antropica dell’attuale situazione climatica, attribuendone le principali cause all’aumento di gas serra derivanti da attività umane. Il deterioramento delle condizioni ambientali ha ridotto la prevedibilità dei fenomeni naturalistici e ne ha moltiplicato l’impatto distruttivo. La crisi climatica è una delle principali minacce alla salute delle persone, ma anche alla stabilità politico-istituzionale, economica e sociale di paesi e di intere aree del Pianeta.

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Il Rapporto NATO 2030 e la crisi climatica globale

Il Rapporto NATO 2030, pubblicato lo scorso dicembre, classifica la crisi climatica come una fra le principali cause di insicurezza per i paesi dell’Alleanza. Un Pianeta malato è un moltiplicatore del rischio economico-finanziario, giacché rilevanti variazioni climatiche possono pregiudicare i canali di trasmissione della politica monetaria, influenzare l’operato degli intermediari finanziari e determinare il sorgere di nuove minacce alla politica monetaria delle banche centrali.

Da qui la crescita degli indicatori ambientali, sociali e di governance (ESG) come strumento di valutazione delle prestazioni aziendali e il ricorso sempre più frequente a tali metriche per quantificare la capacità delle imprese di creare valore di lungo periodo. La Banca Europea per gli Investimenti ha deciso di sospendere, entro il 2021, i finanziamenti a progetti realizzati con combustibili fossili, mentre BlackRock – il maggiore asset management del mondo con oltre 7000 miliardi di US$ di asset – ha dichiarato di non investire più in società ad elevato rischio ambientale.

La sfida climatica ha sancito la comune volontà di considerare l’ambiente non solo come oggetto di tutela diretta, ma quale elemento integrato in ogni azione politico-istituzionale, trasformandolo in criterio di elaborazione delle diverse politiche a livello nazionale e internazionale. Un tale cambiamento di prospettiva sta producendo una diversa interpretazione dei rapporti di forza sul piano internazionale, un riequilibrio globale della potenza, oltre che la definizione di nuove dinamiche competitive alle quali gli Stati sembrano attenersi.

 

L’importanza del dialogo tra Paesi

L’impegno nel contrasto ai cambiamenti climatici offre dunque l’opportunità di rilanciare il dialogo multilaterale, nel tentativo di superare la crisi che ne minaccia il funzionamento. Gli Stati, specialmente all’indomani della pandemia, sono più consapevoli di un tempo che la portata globale della sfida climatica richiede scelte strategiche condivise e una rinnovata cooperazione intergovernativa. Del resto, con 197 adesioni, l’Accordo di Parigi del 2015 è fra quelli che presentano il più elevato indice di consenso nella storia delle relazioni internazionali.

Al tempo stesso, però, la “race to green” intrapresa dagli Stati nazionali prefigura un confronto serrato fra loro, in un’ottica di riposizionamento, esercizio di influenza e riformulazione delle alleanze internazionali. In altri termini, l’Accordo di Parigi e l’Agenda ONU 2030 hanno gettato le basi per un’alleanza globale sul clima, ma anche per una interpretazione geopolitica della lotta alla crisi climatica e delle sue ripercussioni. Il Green Deal europeo, ad esempio, indica agli Stati membri linee molto avanzate di politica ambientale ma, al tempo stesso, concorre verso l’esterno a rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione, puntando ad accrescere la sua influenza nello scacchiere globale.

Tale consapevolezza ha spinto la nuova Amministrazione USA a cercare di recuperare una leadership globale nella lotta alla crisi climatica, per non perdere terreno rispetto ad altri attori ma, anche, per sviluppare il potenziale economico, tecnologico e geostrategico sotteso alla principale sfida globale del secolo. L’impegno di Washington solleciterà altri Paesi, in primis Cina e Russia, a mantenere un passo accelerato nella transizione energetica.

Tutti dovranno investire grandi risorse per trasformare le politiche in progetti e i target in risultati, con la differenza che agli USA risulterà più agevole che ad altri finanziarsi sul mercato globale dei capitali e, dunque, sostenere la transizione ecologica del Paese e la competitività (ambientalmente sostenibile) del suo sistema economico. La Cina ha fondato i propri impegni di de-carbonizzazione al 2060 sulla volontà di riposizionarsi come “responsible stakeholder”, riconoscendo così nella sfida climatica un possibile territorio di collaborazione, oltre che di competizione.

 

Crisi climatica globale, i nuovi obiettivi

Per raggiungere i nuovi obiettivi – cioè ridurre le emissioni del 52-55% entro il 2030 rispetto al 2005 – gli USA prevedono un piano infrastrutturale da 2mila miliardi di US$, centrato su energie rinnovabili, mobilità elettrica e digitalizzazione delle reti. Per realizzare un’Europa sostenibile, e ridurre le emissioni del 55% rispetto ai valori del 1990, il Green Deal prevede uno stanziamento di almeno un trilione di euro al 2030, mentre secondo l’Università Tsinghua, la Cina avrebbe bisogno addirittura di 15.000 miliardi di US$ entro il 2050 per abbandonare il carbone nella generazione di energia.

Lotta al cambiamento climatico e transizione verso un mondo più sostenibile richiedono precise scelte strategiche, ma anche cospicui investimenti. Per questo la sfida ambientale assume i connotati di un’autentica competizione geoeconomica fra i rispettivi ecosistemi nazionali. In palio c’è la “conquista” della leadership in un settore strategico, nel quale convergono risorse economiche e tecnologie estremamente avanzate, in grado di definire nuovi margini competitivi tra nazioni commercialmente sviluppate, oltre che nuovi equilibri geopolitici.

In questa prospettiva, la mobilitazione delle imprese, e la definizione di nuove forme collaborative pubblico-privato, diventano essenziali per raggiungere precisi target climatici e per garantire adeguati livelli di competitività alle imprese. Ogni forma di contrasto al degrado ambientale richiede la visione del pubblico, ma anche il contributo di idee, risorse, competenze del privato.

L’attenzione dei policy maker, come quella dei leader aziendali, si è rapidamente spostata da una concezione project-led della sostenibilità ambientale, riconducibile allo schema della responsabilità sociale d’impresa, ad una concezione strategy-led, centrata sulla sostenibilità come asse portante del business model e fattore competitivo irrinunciabile. In questa nuova dimensione, diventa impossibile promuovere un Sistema-Paese senza precisi riferimenti di sostenibilità economica, sociale e ambientale. La diplomazia ambientale diventa espressione concreta e tangibile di quella economica, ossia strumento per assicurare al Sistema-Paese elevati indici di competitività e un solido posizionamento nella geoeconomia globale.

 

La transizione energetica e digitale

Una serie di circostanze ha poi reso inseparabili la transizione energetica e quella digitale. Vincere la sfida climatica non è possibile senza ricorrere a massicce dosi di innovazione tecnologica. Il percorso tracciato dal PNRR nazionale e dal Next Generation Eu lo confermano. E, proprio grazie all’innovazione tecnologica, il costo di generazione di energia da alcune fonti rinnovabili, come il solare fotovoltaico, si è ridotto di oltre l’80% negli ultimi 10 anni, rendendo queste energie più competitive di quelle tradizionali, e accelerandone così lo sviluppo.

Nell’ultimo report la IEA (International Energy Agency) stima che al 2050 l’elettricità coprirà il 50% del consumo globale di energia, con un aumento di oltre due volte e mezzo la generazione attuale e una copertura delle rinnovabili del 90% dell’energia generata. Al 2030 gli investimenti totali annui in energia andranno da circa il 2,5% del Pil globale degli ultimi anni al 4,5%, la maggior parte dei quali destinati a generazione di elettricità da fonti pulite, reti elettriche e servizi per de-carbonizzare l’intera catena del valore. Ciò significa iniettare enormi quantità di innovazione, intelligenza artificiale e nuove tecnologie nel sistema energetico, trasformandolo in un àmbito di competizione geoeconomica e di confronto digitale. Siamo già in una fase nella quale la sicurezza energetica non riguarderà più soltanto l’accesso alle risorse e il trasporto delle materie prime, ma l’adattamento del sistema, la sicurezza cibernetica e la tutela delle reti elettriche.

 

Che cosa significa per l’interesse nazionale italiano?

L’Italia, notoriamente povera di idrocarburi e risorse tradizionali, ha sempre sofferto la forte dipendenza energetica da altri paesi. La trasformazione in senso sostenibile del modello energetico globale, accelerata dall’esigenza di contrastare la crisi climatica, può generare rilevanti effetti positivi per il nostro Paese, sia dal punto di vista politico-istituzionale sia economico-industriale.

Sotto il primo profilo, il saldo ancoraggio dell’Italia all’Europa consente di giocare un ruolo nella definizione degli obiettivi e delle politiche globali. Questa posizione di rilevanza e di influenza, riconosciutaci anche da Washington (J. Kerry a Roma), ci consente di ricoprire un ruolo chiave nella definizione di uno spazio transatlantico di “innovazione tecnologica pulita”, ripensato in chiave di accentuata cooperazione politica ed economica fra Europa e Stati Uniti, nonché di consolidamento dei tradizionali rapporti di amicizia e collaborazione. A tal proposito, la nostra presidenza del G20 e la co-presidenza della Cop 26 costituiscono un banco di prova per tracciare linee di sviluppo innovative nella lotta alla crisi climatica.

Anche dal punto di vista economico l’evoluzione verso modelli più sostenibili può generare per l’Italia cospicui vantaggi. La crescita delle rinnovabili, ad esempio, riduce l’esposizione del nostro Paese a interruzioni nelle forniture e alla volatilità dei prezzi, con risparmi in termini di bilancia commerciale. Inoltre, la sfida climatica può determinare inedite opportunità di business, creando vantaggi comparati per un Paese molto esposto alla competizione globale.

Già oggi l’Italia è all’avanguardia nel settore delle energie pulite, con oltre il 39% dell’energia elettrica generata da rinnovabili; siamo una superpotenza mondiale e un top performer europeo nell’economia circolare; possiamo vantare il sistema di distribuzione elettrica più digitalizzato al mondo, la prima utility europea (Enel, che al tempo stesso è anche primo operatore privato al mondo per capacità rinnovabile installata e reti digitali elettriche), nonché filiere di PMI molto dinamiche e competitive.

Tuttavia, nonostante l’Italia occupi una posizione di leadership, occorre continuare a lavorare per mantenerla ed accrescerla. Una recente indagine di Unioncamere e Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne, effettuato su un campione di 3mila imprese italiane manifatturiere, ha rivelato dati preoccupanti, segnalando come solo il 6% delle aziende intervistate stia affrontando con successo la duplice (e contemporanea) transizione verde e digitale, mentre il 62%, cioè la stragrande maggioranza, non abbia investito né abbia intenzione di investire in sostenibilità ambientale e innovazione. Altri paesi hanno iniziato a muoversi e l’Italia deve intensificare gli sforzi per acquisire nuovi margini di vantaggio. In questo senso, il Recovery Fund rappresenta un’occasione irripetibile.

 

*Marco Alberti, Senior International Institutional Affairs Officer di Enel.

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