Ambiente, l’emergenza clima non è una “moda”. I giovani ne sanno più degli adulti

Dopo il Global Climate Strike For Future, la protesta del 15 marzo, nessuno potrà più dire di non sapere. La questione ambientale non è un trend, i trend vanno e vengono. Invece questa è una questione essenziale, un problema strutturale da comprendere a pieno e da risolvere con delle strategie di governance di lungo termine e che affrontino il problema in modo olistico.

Con un totale di 2.083 eventi, in 125 paesi, la protesta ha raggiunto ogni continente della Terra. L’Italia, per ora, è primatista mondiale, si registrano almeno 241 manifestazioni sul sito di Fridays For Future, circuito che da più di un mese a questa parte coordina gli scioperi in favore della giustizia climatica. A migliaia, figlie e figli del ventunesimo secolo, si riversano per le strade delle loro città in compagnia di fratelli e sorelle, genitori e nonni. Tutti insieme, bussano pacificamente alle porte delle rispettive sedi legislative e di governo, per ricordare alle élite ciò su cui la comunità scientifica internazionale mette in guardia da decenni e che recentemente non ha mancato di ribadire: il bisogno di agire ora per fermare il riscaldamento globale, ed evitare effetti catastrofici e irreversibili che i cambiamenti climatici avranno sul sistema Terra, sulla salute della nostra specie e sul sistema socioeconomico. Alla faccia di chi li rimprovera di andare a scuola e studiare, sembrerebbe che i giovanissimi abbiano fatto i loro compiti ed ora vogliano ricordare ai “grandi” di fare lo stesso: capire la gravità del problema, preoccuparsi davvero e correre ai ripari per consegnare alle future generazioni una Terra almeno “simile” a quel resiliente sistema autoregolante che è stato fino ad ora, ricco di diversità, fonte di vita e di sviluppo.
Gli studenti si uniscono in coro alla loro eroina Greta Thunberg, la sedicenne svedese che dall’agosto scorso ha deciso di passare ogni venerdì di fronte al parlamento piuttosto che sui banchi di scuola, per chiedere un maggiore e più serio impegno della classe politica nell’applicazione degli accordi di Parigi. Greta è ormai una vera e propria paladina del clima, i ragazzi e tantissime ragazze la ammirano e ne fanno un modello. «Con Greta salviamo il Pianeta», solo uno tra i tanti cori che echeggiano nella affollatissima e coloratissima manifestazione della Capitale.
Greta, ora nominata al Nobel per la pace, continua a studiare come tutti i ragazzi della sua età, così come continua la sua battaglia. Ogni venerdì è sempre lì, davanti al parlamento, ora non più sola ma alla testa di un movimento globale. Durante le vacanze scolastiche ha viaggiato in tutta Europa, rigorosamente in treno, parlato con gli imprenditori a Davos, diviso il palco con il presidente Juncker a Bruxelles, incontrato Macron come tanti altri leader politici che ora fanno la fila per farsi vedere con lei; eppure non è contenta. Le emissioni continuano a salire e il dibattito mediatico si concentra più su quanto siano bravi, o sconclusionati, i ragazzi a protestare per queste “belle cose”, piuttosto che sul vero problema: il cambiamento climatico (CC).
La Thunberg è intervenuta in una manifestazione dicendo che è assurdo che politici e giornalisti non sappiano cosa sia la curva di Keeling o cosa sia l’effetto albedo. Probabilmente le generazioni più “anziane” si sono perse qualche pezzo per strada, probabilmente non per malafede, piuttosto per distrazione o errata interpretazione.

Un punto fondamentale da cui partire è che la questione del clima non è un trend. Non lo era trenta anni fa, quando a Sanremo 1989, Raf cantava l’inno di una generazione cresciuta in una decade che esaltava il consumismo e la logica del tutto qui e subito. «Dell’effetto serra e dei nostri jeans cosa resterà?», così diceva la canzone. Oggi le cose non sembrano cambiate di molto; il carbone e il petrolio sono sempre le fonti di energia predominanti e negli anni hanno aggravato ancor di più la questione climatica che non è «andata via come spray», ma che invece è rimasta intramontabile, un po’ come i jeans se volete. Questa non è la moda del momento, è un nodo gordiano da risolvere con un netto taglio alle nostre emissioni e ai nostri stili di vita insostenibili.
In quello stesso periodo, già riconosciuta la gravità del problema, nasceva l’IPCC (Intergovernamental Pannel on climate change) il forum scientifico internazionale, sotto l’egida delle Nazioni Unite, che “tiene d’occhio” i cambiamenti climatici e i loro effetti sull’ambiente, sulla società e sull’economia. Negli ultimi 30 anni le evidenze scientifiche che ricollegano il riscaldamento globale all’azione antropica, in primis le emissioni in atmosfera di gas climalteranti (gas serra), sono cresciute in modo esponenziale, così come il grandissimo numero di studi che mettono in guardia sugli impatti presenti e futuri dei CC.
Ed eccoci arrivare ad un altro nodo cruciale: non vi è dubbio sull’esistenza e sulle cause di questo fenomeno, non c’è dibattito nel mondo scientifico. Non credete a me, andate a cercare “scientific consensus on human-made global warming,” su Google Scholar (motore di ricerca scientifico), scoprirete che in media il 97% di tutti gli articoli scientifici del mondo, e quindi valutati e selezionati da commissioni di studiosi, concordano nel darlo per certo, come dice l’IPCC, inequivocabile.
Eppure, in alcuni paesi del mondo, i mass media e la stampa continuano a trattare l’argomento con la regola della par condicio, difendendo gli interessi di élite economiche conservatrici e di politici che lavorano come amministratori delegati, affetti da “breviterminismo da campagna elettorale” (prendendo in prestito l’espressione dal Presidente di Eurispes Gian Maria Fara). Per fare un esempio da poco, negli USA, lo stesso spazio mediatico è concesso a scienziati climatologi e a negazionisti privi di competenze, ed evidenze, scientifiche. Vige il fifty-fifty, quando se volessimo rispettare la vera proporzione del “dibattito” scientifico per ogni 30/40 interventi a favore ve ne dovrebbe essere uno contro. In Italia non siamo a quei livelli, ma alla luce della grande mole di trasmissioni sul tema andate in onda in questi giorni avrete potuto notare anche voi una certa tendenza a dare spazio a soggetti che non hanno proprio una “autorevole voce in capitolo”.
A molti ragazzi e ragazze che scioperano per il clima, questi punti sono ben chiari, probabilmente grazie a Greta, sicuramente grazie alla forza della rete, mezzo che sanno adoperare molto meglio della media dei loro genitori. Altri, vanno anche oltre, conoscono l’importanza di quanto concordato nell’accordo di Parigi, sanno che limitare il riscaldamento tra il +1.5°C e +2°C al 2100 (ora siamo tra +0.9°C e +1.2°C rispetto alla temperatura media mondiale pre-20esimo secolo) è cruciale per limitare gli ingenti danni alla loro salute e a quella dei propri figli, com’è scritto nel report speciale dell’IPCC, pubblicato il 6 Ottobre 2018.
Lo stesso report specifica che gli impegni presi a Parigi non sono sufficienti per contenere il riscaldamento globale, neppure a +2°C, ma dice anche che rimanere sotto l’1.5°C è ancora possibile. Questo però necessita di una massiccia riduzione delle emissioni di CO2 ben prima del 2030, per arrivare ad emissioni zero tra il 2045 e il 2055, undici anni per dimezzare le emissioni, ecco cosa chiedono ai politici: di ascoltare la scienza ed agire responsabilmente per loro e i loro figli. Oggi la sfida è più onerosa e complessa di quella che avremmo dovuto affrontare 10 anni fa, e la posta in gioco è alta.
Eppure, nel nostro Paese, ancora si sentono professori universitari scettici, uomini e donne dediti alla scienza che sorvolano o minimizzano l’argomento, soprattutto nelle scienze politiche ed economico-sociali, non c’è da meravigliarsi quindi del pensiero in corpo classe politica. Probabilmente queste manifestazioni aiuteranno a fare chiarezza, di certo ora non ci si può più giustificare dicendo di essere impreparati sull’argomento.
Il bello è che non bisogna essere dei fisici climatologi per capire molte di queste problematiche. Tanti scienziati si sforzano ogni giorno per rendere i risultati della ricerca digeribili da chiunque, anche se sicuramente possono e devono fare meglio.
Per concludere, è anche importante modificare le modalità con cui affrontiamo la tematica Clima. Non si può far leva solo su messaggi negativi e neppure sul senso di colpa, molti studi psicologici e comportamentali evidenziano come questi non portano al cambiamento. Certamente bisogna essere scrupolosi nel presentare le evidenze scientifiche e ridurre il “rumore di fondo” delle fake news, ma anche presentare esempi positivi e cercare di semplificare alcune questioni e proporre obbiettivi fattibili e concreti. La tecnologia c’è, e la scienza può indirizzare le politiche per renderle il più efficienti possibili dal punto di vista economico.
Piuttosto che prendere la protesta dei giovani come una lezione morale, o la strigliata per non aver agito fin ora, la classe dirigente dovrebbe cercare di aprirsi al dialogo. Questa non è la rivolta dei giovani per la rottamazione gli anziani, è più una richiesta di aiuto e di ascolto, per affrontare un problema che non ha fazione né partito ne può essere ulteriormente rimandato al domani.
Se, come si impegnano di fare i giovani, le manifestazioni continueranno, e se, come spesso ma non sempre sanno fare, cercheranno di snellirlo di ideologia politica, forse qualcosa comincerà veramente a muoversi, e allora riusciranno veramente a cambiare la storia.

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