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Lavoro e stress: come si protegge mente e produttività?

di
redazione

Si stima che il 15% degli adulti in età lavorativa abbia un disturbo mentale in un qualsiasi momento della propria vita. Nel 2019 a livello globale, 301 milioni di persone vivevano in uno stato di ansia, 280 milioni con depressione, 64 milioni con schizofrenia o disturbo bipolare, e 703.000 persone morivano per suicidio ogni anno. Molte delle persone raccolte in questi numeri sono individui in età lavorativa. Tra le condizioni di salute mentale più frequenti, vengono segnalati disturbi come la depressione e l’ansia, e si stima che costino all’economia globale circa 1 trilione di dollari ogni anno. Il costo sarebbe principalmente legato alla perdita di produttività.

4 dipendenti su 5 credono che la felicità sul lavoro sia correlata alla felicità personale

Da uno studio condotto da GoodHabitz nel 2024, è emerso che il 70% della forza lavoro in Italia è alle prese con stress e burnout e il 13% dichiara di averli sperimentati in modo molto forte. Nello specifico, tra gli intervistati italiani, 1 su 2 ha scelto di affrontare le proprie difficoltà in modo isolato, senza chiedere sostegno ai propri manager di riferimento. Ciò significa che solo il 50% dei dipendenti si sente a proprio agio nel discutere di stress, ansia, attacchi di panico e altri disturbi all’interno dell’azienda. In generale, il 67% dei dipendenti vorrebbe che i manager si occupassero maggiormente del benessere dei lavoratori. Lo studio evidenzia inoltre una forte mancanza di comunicazione o dinamiche di comunicazione errate tra dipendenti e manager. Infatti, emerge che: una buona capacità di comunicazione, il coaching e la leadership hanno un’influenza positiva per il 28% (ciascuno) sul benessere generale; così come la gestione del tempo ha un impatto del 26%. Ovviamente, l’elemento che ha una dinamica positiva maggiore è la gestione dello stress con il 35% di influenza sul benessere generale.

Nel nostro Paese, 4 dipendenti su 5 credono che ci sia una correlazione tra la felicità sul lavoro e il proprio benessere generale, sottolineando quanto il lavoro e la vita privata siano interconnessi. Si stima che essere felici ed appagati dal proprio lavoro possa esercitare una forte influenza per l’80% sul proprio benessere generale. Sempre secondo la ricerca di GoodHabitz, più di 7 professionisti su 10, ovvero il 76% degli intervistati, pensano che lo sviluppo personale sia decisivo per incrementare la felicità sul lavoro. Parallelamente, anche l’aspetto economico e finanziario ha un peso fondamentale nella soddisfazione professionale dell’individuo, influenzandola del 74%.

Burnout Italia: casi in aumento del 109%

Secondo uno studio condotto da Unobravo, nel primo quadrimestre del 2024, in Italia le persone che manifestano un disagio sul fronte lavorativo sono aumentate del 109,7% rispetto allo stesso periodo del 2023. Il 28,3% delle persone che si sono rivolte alla piattaforma Unobravo sostengono di aver difficoltà sul fronte lavorativo: «Di questi, più della metà (57,3%) manifesta una sofferenza generata dal lavoro e il 10% attribuisce all’ambito lavorativo le principali complicazioni che si trova ad affrontare nella quotidianità». La BCG, società statunitense di consulenza strategica, ha rivelato che nel nostro Paese il 66,3% dei soggetti che chiede un supporto psicologico per disturbi legati al lavoro è donna, contro il 33,7% degli uomini. Inoltre, il 62,9% è all’inizio della propria carriera e ha tra i 25 e i 34 anni, mentre il 22,8% rientra nella fascia di età dai 35 ai 44 anni.

Lombardia e Lazio le regioni in cima alla classifica di burnout

Infine, secondo la rivista online La voce dei medici, le regioni che riscontrano una percentuale più alta di soggetti che presentano problematiche legate al benessere lavorativo sono: Lombardia con il 27% e Lazio con il 10,6%. Non stupisce che queste percentuali arrivino non del tutto inaspettate, poiché in queste due regioni si trovano le due città più popolose d’Italia che presentano i poli lavorativi per eccellenza, ovvero Milano e Roma. Seguono l’Emilia-Romagna con il 9,4%, il Veneto con l’8,9% e il Piemonte che registra l’8,6%. Tuttavia, è il Piemonte che presenta i dati più critici, poiché confrontando il dato registrato nel 2024 con quello calcolato nel 2023, si evidenzia un incremento del +146,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; anche rispetto alla media nazionale l’incremento è notevole ‒ sul 2023, del +109,7%. Al contrario, le regioni del Sud sono quelle con le percentuali più basse: nello specifico, troviamo al primo posto la Campania con il 5,6%, a seguire la Sicilia con il 4,3% e infine la Puglia con il 4,2%. Una panoramica più dettagliata a livello provinciale colloca al primo posto Milano che registra il 13,3%, a seguire Roma con l’8,2%, al terzo posto Torino con il 4,9%. Seguono Bologna (3,4%), Napoli (2,9%), Monza e Brianza (2,4%), Varese (2,1%), Bergamo (2%), Padova e Brescia (entrambe 1,9%).

Ma come si riconosce il burnout sul lavoro?

Sul lavoro può capitare di essere richiesti in nuove mansioni e di dover svolgere nuovi compiti. A volte questi cambiamenti portano agitazione e nervosismo. A seguito di queste nuove richieste, infatti, il soggetto potrebbe sentirsi sotto pressione e vedere messe alla prova le proprie conoscenze e capacità professionali. Tutto questo provoca una sensazione di stress che, se prolungato nel tempo e non gestito in maniera adeguata, potrebbe sfociare nella sindrome da burnout e provocare tutti i sintomi visti e analizzati nelle pagine precedenti. Cosa si può fare per riconoscere il burnout? Prima di tutto è importante non confondere il burnout con una situazione di stress lavorativo passeggero. Tra i sintomi che possono far scattare un campanello d’allarme ci sono: sintomi fisici (come mal di testa ricorrenti, stanchezza cronica, disturbi del sonno, tensioni muscolari continue, tachicardia, inappetenza, disturbi gastrointestinali e crisi di pianto improvvise); sintomi psichici (come irritabilità, nervosismo frequente, bassa soddisfazione lavorativa, sensibilità, tensione e frustrazione). Chi soffre di burnout si trova ad affrontare problematiche strettamente legate all’ambito lavorativo. Pertanto, i sentimenti negativi sperimentati dalla persona non dovrebbero estendersi alla sua vita privata, ma sono piuttosto connessi a pensieri negativi esclusivamente legati alla sfera professionale.

Salute mentale sul lavoro: l’importanza dello sviluppo personale

L’OMS raccomanda ai datori di lavoro di implementare cambiamenti organizzativi che si adattino all’ambiente e alle condizioni di lavoro all’interno della propria organizzazione. In generale, le politiche del lavoro dovrebbero promuovere degli ambienti favorevoli al cambiamento, implementando: leadership e impegno nei confronti della salute mentale sul lavoro; investimento di fondi e risorse; diritti di partecipazione al lavoro; integrazione della salute mentale sul lavoro in tutti i settori; partecipazione attiva dei lavoratori al processo decisionale; prove sui rischi psicosociali e sull’efficacia degli interventi; rispetto delle leggi, dei regolamenti e delle raccomandazioni.

Già nel 2022, l’OMS aveva stilato il Rapporto sulla salute mentale, nel quale si evidenzia il posto di lavoro come un contesto chiave per la salute mentale degli individui. Riconoscere i segnali e intervenire tempestivamente è cruciale per prevenire danni a lungo termine alla salute mentale e fisica dei lavoratori. È responsabilità delle organizzazioni garantire un ambiente lavorativo sano, inclusivo e sostenibile. In un mondo in cui le richieste lavorative sono sempre più elevate e le pressioni esterne continuano ad aumentare, prevenire il burnout dovrebbe diventare una priorità per tutte le realtà professionali.

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