HomeEconomiaFattore umano: ci si può fidare dell’AI in azienda?

Fattore umano: ci si può fidare dell’AI in azienda?

di
redazione

A seguito dei cambiamenti che hanno interessato il mondo del lavoro, anche il ruolo dell’HR si è evoluto. Oggi, l’HR deve possedere non solo competenze tecniche, ma anche qualità come intelligenza emotiva, abilità comunicative ed empatia. Di qui, la massima importanza del ruolo che, per esprimere al meglio le sue funzioni, necessita di essere alleggerito dalle attività di tipo operativo, che possono essere svolte in modo efficiente dall’IA. Tuttavia, l’impiego dell’Intelligenza Artificiale sarà efficace nella misura in cui verrà utilizzata in modo etico, rispettando la privacy e il benessere dei dipendenti. Gli algoritmi non possono sostituire il giudizio umano, perché non riescono a cogliere numerosi fattori relazionali e psicologici che vanno al di là della logica di un sistema artificiale: il colloquio, infatti, rappresenta un momento di confronto tra intervistatore e intervistato che permette di valutare aspetti come le capacità relazionali, le motivazioni individuali che muovono all’azione, le aspettative e i valori sia personali che professionali.

HR e Intelligenza Artificiale: l’altro lato della medaglia

Workday, fornitore di applicazioni cloud aziendali per la gestione finanziaria e HR, nel 2024 ha realizzato un’indagine globale con un campione di 2.500 intervistati dalla quale è emersa una tendenza particolarmente significativa: nei luoghi di lavoro sia i dipendenti sia i leader esprimono una mancanza di fiducia nell’IA. La mancanza di fiducia nell’IA coinvolge tutti i livelli della forza lavoro, ma i dipendenti sono quelli che manifestano maggiore scetticismo. Tra i leader aziendali, solo il 62% ha fiducia dell’IA confidando nel fatto che l’azienda garantirà un’implementazione responsabile e affidabile. I dipendenti, invece, manifestano scetticismo con percentuali che scendono al 52% e al 55% rispettivamente. Si viene così a creare un vero e proprio “gap di fiducia” nei confronti dell’IA.

I risultati principali dell’indagine sono sintetizzabili nei seguenti:

  • il 23% dei dipendenti esprime la propria preoccupazione circa la corretta implementazione degli strumenti di IA da parte della propria organizzazione. In particolare, la preoccupazione è relativa al fatto che l’azienda anteponga i propri interessi particolari a quelli dei suoi dipendenti;
  • per il 70% dei leader aziendali l’IA dovrebbe essere sviluppata in modo da permettere l’intervento umano;
  • il 42% dei dipendenti ritiene che la propria azienda non abbia una chiara comprensione di quali sistemi dovrebbero essere completamente automatizzati e quali necessitano dell’intervento umano;
  • 3 dipendenti su 4 affermano che la propria organizzazione non collabora alla regolamentazione dell’IA;
  • 4 dipendenti su 5 affermano che la propria azienda non ha ancora condiviso le linee guida sull’uso responsabile dell’IA.

Sia i dipendenti che i leader concordano sul fatto che l’implementazione dell’IA dovrebbe dare priorità al controllo umano. Quando si parla di applicazioni IA nella funzione relativa alla gestione delle risorse umane, il rischio percepito è duplice: da un lato si ha il timore che questi strumenti possano sostituire la professionalità degli HR manager, mettendo così a rischio l’intera categoria di professionisti e, dall’altro, vi è l’eventualità della spersonalizzazione di una funzione in cui il fattore umano ha un ruolo particolarmente rilevante. Ci si chiede, infatti, quanto la tecnologia possa efficacemente sostituire l’uomo, soprattutto nello svolgimento di attività in cui l’interazione umana è fondamentale. Quanto può un chatbot ‒ sebbene di ultima generazione ‒ comprendere l’adeguatezza di un candidato in assenza di uno stretto contatto tra intervistato e selezionatore?

Il fattore umano sempre al centro

A ben vedere, dunque, il fattore umano rimane centrale in una corretta gestione delle risorse umane sebbene l’automazione dei processi tramite l’IA permetta di ottimizzare le attività e di sostenere i professionisti nello svolgimento delle loro mansioni. Pur riconoscendo il potenziale dell’IA, è auspicabile che le aziende possano utilizzare la tecnologia in modo responsabile nel pieno rispetto del valore del giudizio umano. Solo adottando un approccio di questo genere si potranno creare ambienti di lavoro più equi e inclusivi, migliorando, al contempo, la produttività in un contesto che promuova, anche e soprattutto, il benessere dei dipendenti. Il futuro delle HR non è fatto di algoritmi contro persone, ma di algoritmi al servizio delle persone. E proprio lì, nell’incontro tra tecnologia e umanità, si trova il vantaggio competitivo di domani.

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