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Il tramonto della verità nell’età della tecnica

di
Massimiliano Cannata

La verità è passata di moda, non sembra essere più un valore, soffocata dall’esercizio diffuso della finzione. Il discorso pubblico ne fa a meno, è divenuta un accidente, cercarla, almeno per approssimazione, una fatica che non paga. Lo sapeva bene Platone che voleva tenere lontani i sofisti dall’arte di governo, perché con i loro discori erano ingannatori di popoli. Oggi siamo caduti nel baratro paventato dal grande pensatore, viviamo di illusioni ottiche, la nostra attenzione è spostata dai problemi reali che, invece, dovrebbero occupare la mente di chi ha in mano il potere. Il problema investe destra e sinistra, non è un fatto ideologico, bensì strutturale, legato al mutamento del linguaggio e alle finalità della comunicazione politica. Questo il tema centrale del saggio di Umberto Galimberti (Le disavventure della verità, ed. Feltrinelli), che analizza i percorsi di senso e di significato di una parola contesa, fin dagli albori della speculazione tra filosofi e retori, che subisce la perenne tentazione (questo il rischio forse più grande) di sganciarsi da qualsiasi finalità educativa, per sedurre l’ascoltatore e condurlo lontano dalla realtà fattuale.

L’avversario diventa un nemico, la guerra una soluzione inevitabile, l’eccidio una strada imboccata perché non c’erano alternative

Questo terreno, che è quello della seduzione ingannevole, lo conosce molto bene il populismo imperante in ogni angolo del pianeta, pronto a “vendere” la capacità di persuasione come verità. Questa dinamica, che tende a usare il linguaggio come fascinazione, fa venir meno ogni possibile esercizio di controllo e di verifica dei fatti, con la conseguenza che il discorso pubblico perde di qualità e cede alla legge del più forte. Rimozione e negazionismo, che spesso si traducono nel discredito, sono la naturale scaturigine di questo processo di falsificazione di cui è piena ogni giorno la cronaca. L’avversario diventa un nemico, la guerra una soluzione inevitabile, l’eccidio una strada imboccata perché non c’erano alternative. Il destino della parola nel suo racconto della verità ha perso la partita, la correttezza evapora, non esiste quella corrispondenza (orthótes n.d.r) tra le parole e le cose, tra linguaggio e realtà che, nella prospettiva di Platone, avrebbe progressivamente condotto il soggetto verso il soprasensibile, che è il grado più alto del sapere.

Il mondo accade perché lo si comunica

Il processo in atto ha delle conseguenze nell’impianto cognitivo e nello sviluppo delle relazioni che segnano la condizione dell’uomo in universale, in quanto essere razionale. Quale verità può emergere e a quali condizioni? Le categorie aristoteliche sul cui impianto si regge la logica classica possono esserci ancora d’aiuto? «Il mondo accade perché lo si comunica e non viceversa, il capovolgimento non è solo di prospettiva, perché di fatto stiamo assistendo a una svolta epistemologica, che assegna ai media la costruzione del mondo, non alla sua descrizione», così «Il mondo accade perché lo si comunica», mentre il vero e il falso sono concetti artificiosi, in un universo riplasmato dall’informazione. Nel gioco degli specchi della rappresentazione mediatica sono e siamo caduti tutti: partiti, corpi sociali intermedi, sistemi di rappresentanza, associazioni, che non sono più interpreti del consenso sulle cose che è alla base della democrazia. In questo percorso accidentato la verità si perde, come in questo labirinto, non si può più contare sulla “datità”, per dirla con i filosofi, di un mondo reale che ci sta di fronte come termine di confronto, rispetto a cui dovremmo avere l’obbligo di misurarci. Anche la piazza che è mutata, la piazza che fonda la democrazia sull’ascolto della parola che non è mai definitiva, ma perfettibile nella palestra aperta agli apporti di tutti. Nell’agorà virtuale tutto questo non vale, il consenso non ha un “pulpito reale” e geograficamente circoscritto, lo sfondo di ogni atto è globale, ed ogni atto è carico di una distorsione che il medium genera senza alcun bisogno di verifica.

Scientia e potentia

Il filosofo, nelle pagine molto dense di questo studio si interroga anche sulle contraddizioni dell’età della tecnica, che impone una nuova declinazione di una verità che sembra risolversi nell’efficacia. La tecnica da mezzo è divenuta fine, «Il passaggio qualitativo – spiega l’autore ‒ avviene non perché si proponga qualcosa, ma perché tutti gli scopi e i fini che gli uomini si propongono non si lasciano raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica». Il salto di prospettiva ha delle conseguenze sul nostro modo di essere nel mondo. La disponibilità di mezzi giustifica, infatti, la raggiungibilità dei fini stessi che ci poniamo. “Scientia e potentia” sanciscono un’alleanza pericolosa, che nella modernità aveva intravisto molto bene Francesco Bacone, che aveva colto alcune dinamiche di sviluppo della società, che avrebbero portato all’affermazione della cieca volontà di potenza della tecnica, per usare le parole dell’ultimo Emanuele Severino. Il quadro in questa prospettiva si complica, perché non dobbiamo solo preoccuparci del destino della verità, ma più in generale dell’uomo nell’era della tecno-scienza. L’azione di Prometeo che abbiamo “Scatenato”, dimostra che il potere di fare è superiore al nostro potere di prevedere, fenomeni ed eventi, con conseguenze difficili da prevedere.

Il declino dell’Occidente

Quel che è più grave riguarda il decadimento della verità e con essa del linguaggio, che è l’anima della cultura occidentale, il tessuto profondo della sua storia e della sua civiltà. Si sta verificando sotto i nostri occhi il naufragio dell’Europa, che apre il sipario su un mondo senza centro in cui la crisi del pensiero liberale e dell’esercizio della critica non fa presagire nulla di buono. D’altronde, perché preoccuparsi, se “non si è obbligati a cercare la pace”. L’impudenza dell’affermazione del Presidente americano, conferma l’eclissi della parola autentica oltre che della verità, soffocate in un esercizio retorico privo di contenuti di valore. Così, sottratta alla piazza, alla contraddizione, alla dialettica socratica, la verità sembra aver esaurito il suo servizio alla democrazia, per cedere il passo alla violenza.

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