La sfida globale per la supremazia tecnologica

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Il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha affermato che l’intelligenza artificiale, il quantum computing, il riconoscimento facciale e i sistemi autonomi cambieranno in modo radicale la natura della guerra, e l’Alleanza Atlantica deve mantenere il suo vantaggio tecnologico e interrogarsi sugli aspetti etici.

Ogni competizione militare è condizionata dallo sviluppo tecnologico

Le guerre tecnologiche non sono una novità. Ogni competizione militare è condizionata dallo sviluppo tecnologico. Capacità industriale e spirito di conquista si completano. Nella corsa ai cavi sottomarini della seconda metà dell’Ottocento, i fratelli Siemens sfidavano l’irraggiungibile campione vittoriano, John Pender. Se tutti conosciamo il ruolo di Bletchley Park nella Seconda guerra mondiale, anche la guerra delle Falkland fu una grande prova per l’intelligence britannica. 

 

Nel nostro tempo, avanza la competizione per la supremazia tecnologica, alla luce dell’evoluzione e dell’amplificazione di una serie di fattori. Il primo è la pervasività del digitale nella nostra società, con il suo crescente rilievo nei vari settori industriali, ma anche nello stesso esercizio di diritti di cittadinanza, come è avvenuto in particolare nella pandemia. Il secondo punto è il ruolo del “capitalismo politico”, ovvero la stretta relazione tra scelte geopolitiche e interessi economici, che si riflette sui principali settori strategici. L’espressione “politica industriale” è tornata di moda, ma in realtà le potenze l’hanno sempre praticata, cercando di stabilire l’incerto confine per l’intervento sull’economia per ragioni di sicurezza nazionale.  

L’amministrazione Biden ha già annunciato la vicinanza tra politica economica e politica di sicurezza nazionale

Per esempio, gli Stati Uniti si trovano tecnicamente in uno stato di “guerra economica” dal 1917, con l’approvazione del Trading with the Enemy Act e la costruzione di un gigantesco apparato di sanzioni, di controlli sulle esportazioni e sugli investimenti esteri. Norme approvate in occasione di guerre (come la Guerra di Corea per il Defense Production Act) che non sono state mai abolite, e che risultano utili ancora oggi per combattere sulla tecnologia.  L’amministrazione Trump ha solo reso questa postura ben più visibile del solito, con interventi in continuità con Obama (come quelli sui semiconduttori) e alcune scelte goffe e inefficaci (come quelle su TikTok). L’amministrazione Biden ha già annunciato la vicinanza tra la politica economica e la politica di sicurezza nazionale, e si concentrerà sulla vulnerabilità di alcune supply chain, esposte tanto dalla pandemia quanto dalla dipendenza dalla Cina. Le tecnologie emergenti continueranno a giocare un ruolo di primo piano nel conflitto con Pechino, che si tratti della corsa quantistica o dell’evoluzione delle biotecnologie. I conflitti tecnologici non si giocano su un ruolo dello Stato sostitutivo rispetto al mercato, ma sulla capacità di costruire partnership efficaci da parte dei vari sistemi-Paese, per agire in fretta, come abbiamo visto nelle necessità di riconversione industriale nella pandemia.  

La possibilità che gli europei siano autonomi o competitivi rispetto agli Stati Uniti è remota

A partire da questo scenario, possiamo interrogarci sul ruolo dell’Europa. La Commissione Europea ha presentato per la prima volta un piano sulle materie prime critiche. D’altra parte, per una volta, gli europei hanno messo a un posto di comando un autore di romanzi di fantascienza, il Commissario Breton, che ha avanzato – ed avanzerà – i progetti sull’autonomia strategica. Anche se in alcuni ambiti, tra cui il cloud computing, la possibilità che gli europei siano autonomi o competitivi rispetto agli Stati Uniti è remota. Le mosse di autonomia strategiche potrebbero risultare una tattica che precede un accordo transatlantico. Le stesse transizioni “gemelle”, verde e digitale, che l’Unione europea ha posto al centro di Next Generation Eu, si possono interpretare in un contesto di guerre tecnologiche: non può esserci ormai una politica di investimento efficace senza la consapevolezza della competizione crescente attorno ai salti tecnologici, e al ridisegno delle principali catene del valore coinvolte dalle transizioni. Anche queste guerre apparentemente “fredde” potranno stabilire vincitori e vinti.  

*Alessandro Aresu è membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio su Temi Internazionali dell’Eurispes. È direttore scientifico della Scuola di Politiche e investment director Deep Tech della Fondazione ENEA Tech.

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