Europa

Europa e sicurezza, i nuovi equilibri geopolitici impongono un nuovo ruolo

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Siamo alla ricerca di un nuovo ordine mondiale, mentre sperimentiamo un profondo cambiamento d’epoca. Il post-guerra si è definitivamente concluso nel 2008 sulla spinta di due eventi: il fallimento della Lehman Brothers – che ha fatto piombare il pianeta nel buco nero di una crisi economico-finanziaria dagli effetti e dalla durata senza precedenti – e l’esplosione della questione georgiana con cui la Russia ha alzato il capo rivendicando, per la prima volta, un ruolo da protagonista nell’orizzonte geopolitico della contemporaneità.
La gran parte dei problemi con cui gli stati nazionali sono costretti oggi a misurarsi, hanno preso le mosse in quell’anno che si può definire di “svolta” sul piano dell’evoluzione storico-politica. Nuovi attori hanno cominciato a farsi strada sullo scenario globale, per comodità racchiusi in una sigla, Bric, pronti a far sentire la loro influenza sul governo del pianeta.
In questo teatro in movimento, l’offerta politica dell’Europa non è stata capace di dare le risposte che sarebbe stato lecito aspettarsi, come dimostrano l’eclissi della Grecia – culla della civiltà universale, inghiottita dal debito ed emarginata da Bruxelles e l’esito della Brexit – un grave vulnus che indebolisce il Vecchio Continente fiaccato dai virus diffusi del sovranismo e del populismo che lo attraversano da Nord a Sud. Per invertire la rotta occorre che l’Europa recuperi in fretta un’iniziativa politica forte e un’identità perduta, questo il messaggio che arriva dall’interessante saggio La difesa dell’Europa (ed. Cacucci, 2019) di Pasquale Preziosa e Dario Velo, massimi esperti di geopolitica e sicurezza internazionale. Preziosa insegna presso l’Università Niccolò Cusano di Roma, dopo essere stato Capo di Stato Maggiore dell’Aereonautica, e aver guidato importanti missioni strategiche in molti teatri di guerra; Velo ha svolto un importante ruolo nel processo di integrazione europea, collaborando con Jean Monnet, Robert Triffin, Altiero Spinelli; svolge un’importante attività pubblicistica e di docenza in diversi prestigiosi atenei.

«Il nostro studio – ci tiene a precisare Dario Velo – ha inaspettatamente anticipato gli esiti del recente Consiglio Europeo dello scorso 12 dicembre, che su proposta della Merkel e Macron ha messo in agenda una Conferenza intergovernativa proprio sul futuro dell’Europa. Oltre ai temi legati all’immigrazione, al clima, alla crescita economica che va riavviata, la difesa sarà una delle grandi questioni da affrontare e risolvere, a partire dal ruolo che l’eurozona dovrà svolgere nelle aree calde del mondo, dal Medio Oriente al Nord Africa».
Il punto nodale, che fa anche da fil rouge della trattazione, va individuato nella necessità di riprendere e attualizzare il grande “sogno europeo” dei padri fondatori. «Non scordiamoci – commenta Preziosa – che l’Europa era nata quasi per un “obbligo” imposto dagli USA dopo il grande incendio del secondo conflitto mondiale, che aveva causato milioni di morti. Era emersa chiaramente, già allora, l’esigenza che le diverse nazioni ritrovassero uno spazio di dialogo, per evitare che si potesse ripetere una pagina così terribile della storia. Senza un continuo confronto con il passato, e un adeguato esercizio della memoria, non sarà possibile ridare slancio al vecchio Continente evitando di commettere gli stessi errori del passato».

Il saggio ripercorre alcuni passaggi storici importanti che hanno portato alla nascita della CECA, al fallimento della Comunità Europa di Difesa. Gli autori analizzano con lucidità il lungo lavorio che ha portato alla creazione dell’Ue. «L’Europa ha alimentato nel suo organismo, il cancro del nazifascismo. Questo vuol dire che le democrazie non sono immuni da errori, soprattutto quando non sono vive e quando tendono a mortificare il principio di partecipazione e di ascolto delle minoranze, finendo con lo smarrire il perseguimento del bene comune. Per non ritrovarsi ancora sull’orlo del baratro bisogna elaborare una strategia di difesa europea adeguata. Non si tratta di armare gli stati – prosegue l’analisi dello studioso – piuttosto di costruire un equilibrio e un bilanciamento sostenibile tra le nuove potenze che operano nello scenario internazionale, impegnandosi concretamente nel mantenimento e nel rafforzamento della pace».
Esiste una “domanda di Europa” espressa da molte nazioni che hanno bisogno di un interlocutore affidabile per reggere le spinte egemoniche esercitate dei nuovi “padroni” del mondo. La Cina è cresciuta a dismisura, la Russia guarda con attenzione sempre maggiore a quello che avviene oltre confine; il risultato è che gli USA non hanno più la capacità di essere arbitri esclusivi dei destini del mondo. La dichiarazione di Putin nel corso di un recente vertice, sull’importanza strategica dell’ipersonico, è la dimostrazione che ormai vecchi schemi e sistemi di deterrenza non tengono alla prova dell’innovazione. Si è innescata una corsa verso il nuovo che nessuno conosce. Con la nuova tecnologia dell’ipersonico disponibile, lo spazio è divenuto un dominio militare che modificherà strategie, interventi, e investimenti.
In questa prospettiva la vecchia Europa non può rinunciare a ridefinire un suo ruolo che possa garantire sicurezza in un contesto così “liquido” e in continuo divenire. La “fine dei territori”, per usare una celebre definizione del politologo francese Betrand Badie, con il conseguente declino del “Leviatano” e delle logiche hobbesiane, impone un diverso paradigma della sovranità e della sicurezza, tutto da ripensare con realismo critico, al di là del velo di maya delle ideologie e degli “ismi” che hanno armato gli stati nel Novecento. Attenzione però: il progetto di una nuova presenza attiva dell’Europa in un quadro geopolitico mutato sostenuto nel saggio, tiene conto che l’Ue è troppo giovane per possedere il know-how e gli strumenti militari della NATO. Gli autori sono consapevoli di questa debolezza: «Nessun tentativo – precisano – di creare una seconda NATO; si tratta di costruire un pilastro all’interno della struttura già esistente che risponda alla complessità delle esigenze di cui sono portatori i diversi governi europei. In questo tentativo il rischio da scongiurare è quello delle fughe in avanti: la costruzione di un esercito europeo è ancora di là da venire, serviranno passaggi ulteriori e una capacità di governance coerente rispetto alle trasformazioni in atto, soprattutto da parte di classi dirigenti continentali, non ancora preparate ad affrontare le esigenze del nuovo scenario mondiale». Fare il passo più lungo della gamba vorrebbe dire suscitare pericolose spinte reazionarie, già verificatesi in passato, spinte che in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando, si tradurrebbero in una voglia di chiusura delle frontiere e in un rigurgito di autoritarismo, la cui deriva sarebbe difficile da prevedere.

Altro aspetto da non trascurare, che pesa come un macigno sulle scelte politiche, è rappresentato dalle difficoltà di bilancio. L’esplosione dei debiti sovrani hanno indebolito gli stati; le risorse drenabili per un progetto di difesa sono perciò da recuperare solo in sede europea. Su questo bisognerebbe seguire l’esempio degli USA, che pur avendo in pochi anni raddoppiato il loro debito, continuano a dedicare somme ingenti agli investimenti nella difesa. L’impegno nella difesa vuol dire impegno nella ricerca e nell’innovazione. La tecnologia è infatti per definizione neutra, la possibilità di applicarla e di spalmarla su una vasta gamma di prodotti, fa poi la differenza. La Cina ha saputo imitare e applicare il modello americano, L’Europa per recuperare capacità di innovazione e competitività nei mercati globali dovrà riprendere un’iniziativa concertata se non vuole rassegnarsi a un declino facilmente prevedibile. «Siamo indietro non solo nella ricerca sull’ipersonico – commenta Preziosa – ma anche sul fronte della cyber security, settori considerati ormai strategici, mentre si sta affermando la quarta rivoluzione industriale, che ha un’anima digitale e che sta cambiando i modi di concepire e organizzare il lavoro di miliardi di persone in tutto il pianeta».

Non disperiamoci, la possibilità per riprendere i “sentieri interrotti” tracciati dai fondatori si intravede, a dispetto delle tante criticità del tempo presente. I paesi dell’Est iniziano, infatti, a considerare l’Ue un valido partner per la costruzione di nuovi equilibri, in un momento storico in cui stiamo finalmente comprendendo come la sicurezza sia un concetto olistico, che oggi ingloba aspetti economico-finanziari, oltre a implicare questioni filosofiche, psicologiche ed esistenziali di più vasta portata.

I pericoli sulla strada del futuro non mancano di certo a cominciare dallo scouting tecnologico che molti paesi stanno facendo sottraendo cervelli e competenze alla vecchia Europa, che continua a pagare: l’Italia detiene un triste primato in questo argomento, l’emorragia di una fuga di intelligenze, difficile da tamponare. «I padri fondatori hanno fatto molto per noi – conclude Velo – è il momento di dimostrare che abbiamo capito la lezione, riaffermando i valori dell’Europa, che storicamente si sono tradotti nell’attuazione di un’economia sociale di mercato, che si sta diffondendo anche negli USA e in America Latina come contraltare del neocapitalismo, nel rispetto delle libertà e della diversità plurale, nella pratica della sussidiarietà quale principio ispiratore dell’organizzazione dello stato».

Sarà decisivo un salto di visione, che deve portarci a considerare la difesa europea non tanto, e non solo, come protezione fisica di confini – per altro sempre più permeabili nell’epoca della globalizzazione crescente – quanto come riaffermazione di una centralità del Vecchio Continente poggiata nella prospettiva del recupero di un “nuovo umanesimo”, che come ha scritto in un recente brillante saggio il filosofo Mauro Ceruti (cfr. Evoluzione senza fondamenti, ed. Meltemi, ed. 2019), significa «coagulare risorse prima di tutto intellettuali e poi economiche per dare vita a un progetto di difesa strategica che possa condurre a uno sviluppo effettivo delle competenze, aperto all’articolazione dei sistemi biologici, culturali e sociali, attorno a cui la vicenda umana organizza da sempre i fattori che possono segnare un oggettivo e misurabile progresso».

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