Presidente Pricoco, ci può delineare il contesto in cui opera: struttura del distretto, numeri, mole di attività?
La nostra attività riguarda la funzione della giustizia minorile nel distretto della Corte d’appello di Messina. I Tribunali per i minorenni sono istituiti presso ogni sede di Corte d’appello del territorio italiano e la Sicilia è dotata di quattro Tribunali per i minorenni, perché quando vennero distribuiti questi uffici giudiziari e le stesse Corti d’appello, si tennero in considerazione i numeri della popolazione residente in tutta l’Isola. Per cui in Sicilia ci sono quattro Tribunali per i minorenni (Messina, Catania, Caltanissetta e Palermo); in Puglia ce ne sono tre; in Campania ce n’è uno soltanto; anche in Piemonte e in Val d’Aosta c’è solo un Tribunale per i minorenni; la Lombardia ne ha due, Milano e Brescia. L’attuale sistemazione di questi uffici giudiziari non tiene conto di quelli che in seguito sono stati i movimenti, gli spostamenti della popolazione minorenne al Sud e al Nord, per cui è rimasta invariata l’organizzazione giudiziaria.
Ho lavorato in due Tribunali per i minorenni: a lungo, al Tribunale per i minorenni di Catania in qualità prima di Giudice e poi, dall’anno 2011, di Presidente. Ho presieduto il Tribunale per nove anni e successivamente, visto il sistema di rotazione dei capi degli uffici, sono stata assegnata in qualità di Presidente al Tribunale per i minorenni di Messina, dove sto continuando le mie attività di Presidente, ma anche di Giudice. Mi sento sempre un giudice prima di ogni altra cosa, nel senso che il mio lavoro è quello del riconoscimento dei diritti, dell’applicazione della legge che in questo caso riguarda i minori.
Qual è la specificità geografica del distretto di Messina e quali ricadute ha?
Il distretto della Corte d’appello di Messina comprende 108 Comuni. È un territorio particolare perché è una sorta di striscia che abbraccia due mari, Ionio e Tirreno, e la particolarità sta nel fatto che è in contatto con tutti i territori degli altri distretti di Corte d’appello siciliani. Inoltre, c’è un contatto stretto con la Calabria, che è certo un luogo criminogeno da cui provengono minorenni che entrano in contatto anche con la nostra realtà minorile, attraverso attività illecite e prevalentemente legate alla detenzione e alla diffusione di sostanze stupefacenti.
Arrivando da Catania, dove la criminalità minorile appare più strutturata, cosa ha riscontrato a Messina?
Proveniente da una realtà come quella di Catania, dove effettivamente la criminalità minorile è strutturata ed è anche, purtroppo, integrata con la realtà criminale organizzata, anche attraverso metodi mafiosi ‒ molto evidente a Catania nelle piazze di spaccio, che danno indicatori univoci sul coinvolgimento delle persone minorenni in àmbiti criminali organizzati ‒, qui a Messina apparentemente sembra che la situazione sia diversa, che vi sia, tutto sommato, una condizione che può essere affrontata attraverso modalità contenitive e di accompagnamento volte a superare i comportamenti criminali.
Ma in realtà non è così: in primo luogo, per quello che dicevo prima, a causa degli strettissimi contatti con gli altri distretti siciliani e, in secondo luogo, per il perdurare della condizione di disagio giovanile che coinvolge tutto il territorio nazionale. E questo indipendentemente dai numeri ‒ questo tengo a precisarlo ‒, perché purtroppo oggi si fanno le analisi e ci muoviamo nei ragionamenti a seconda dei numeri rispetto ai fatti che cerchiamo di analizzare: se non vi sono numeri alti, è come se i fatti non esistessero e, soprattutto, se non vi sono comportamenti che costituiscono reati anche molto gravi, è come se tutto fosse a posto e non ci fossero problemi. Invece non è così.
Quando è arrivata, nel settembre del 2020 in coda alla pandemia, quali segnali ha visto?
Ho trovato un disagio sul piano relazionale molto evidente e molto grave. Sono arrivata a Messina il 20 settembre del 2020, nella fase terminale della pandemia. I ragazzi apparivano arrabbiati, come se avessero ricevuto una scarica elettrica, ed esprimevano il disagio con azioni violente, cruente proprio perché la rabbia, il disagio, la solitudine, la depressione di molti ragazzi in quel periodo sono venuti fuori con tutta la loro forza distruttiva e, soprattutto, con un’escalation di reati contro la persona, rappresentati da denunce ripetute per lesioni personali, aggressioni, risse. Si evidenziavano ragazzi aggregati tra loro in gruppi contrapposti e rivolti ad attaccare il gruppo antagonista, a fare una guerra vera e propria, fino a commettere reati ad alto rischio per l’incolumità, come dimostrano alcuni casi di denunce per tentato omicidio.
Ha osservato una specificità di genere?
A Catania pochissimi sono stati i processi a carico di imputati di sesso femminile; a Messina, invece, ho trovato una realtà di criminalità femminile caratterizzata da comportamenti violenti quale espressione di rabbia, talvolta ancora più forte, probabilmente perché le ragazze sono maggiormente competitive. A questo proposito ricordo, durante un dibattimento penale, la testimonianza di una professoressa che ci disse: «Ho visto che c’era un tafferuglio, sono uscita dall’aula per vedere cosa stesse succedendo; ho visto delle ragazze che si tiravano i vestiti, si spingevano e, a un certo punto, ho visto una ragazza che aveva addirittura afferrato i capelli di un’altra ragazza e glieli aveva letteralmente strappati, esibendo poi lo scalpo asportato».
Quali carenze nelle figure educative e familiari ha riscontrato?
C’è un malessere legato alla mancanza di figure di riferimento, e soprattutto di valide figure genitoriali; e, anche in àmbito scolastico, la relazione con gli insegnanti a volte è difficile nonostante questi ultimi, per la gran parte, cerchino di fare il possibile, con fatica, al fine di essere accettati dagli alunni quali figure portanti per la loro crescita e per l’accompagnamento formativo ed educativo. Al contrario, infatti, spesso anche in àmbito scolastico, si creano aggregazioni che determinano incapacità di instaurare relazioni: questo mi ha colpito a Catania, e mi colpisce a Messina. Si tratta di ragazzi adolescenti con tutte le esuberanze, le onnipotenze, le inconcludenze, le ambivalenze degli adolescenti che non riescono a contenere la loro frustrazione e la sofferenza con conseguente ricaduta in comportamenti penalmente rilevanti.
Deve sottolinearsi che la disciplina del processo penale minorile nel nostro Paese ‒ oltre alla funzione dell’accertamento della verità e, di conseguenza, della punizione nel caso di illiceità del comportamento ‒ deve percorrere e sostenere un’attività educativa. Il diritto all’educazione del minore è un diritto fondamentale e inviolabile che cerchiamo di applicare e riconoscere non solo nei procedimenti civili per quanto riguarda i rapporti intrafamiliari, ma anche e soprattutto nei processi penali, per dare senso e significato al comportamento che il ragazzo ha posto in essere e dargli strumenti per superare la violazione della legge penale attraverso istituti come la messa alla prova, più del perdono giudiziale. Credo molto nella messa alla prova perché è un accompagnamento che dovrebbe portare i ragazzi a capire che cosa è successo e, attraverso l’impegno, a seguire puntuali attività educative, formative e di esplorazione della personalità e auspicare un cambiamento della condotta e dello stile di vita.
In alcune aree del distretto ha riscontrato dinamiche familiari con tratti mafiosi?
Sì, con le precisazioni che seguono. Nel distretto di Messina vi sono realtà familiari differenti a seconda del territorio di residenza e dell’attività svolta dai genitori e dai parenti. È notorio, per esempio, che la zona dei Nebrodi, dove vivono famiglie aventi una struttura patriarcale e che svolgono prevalentemente attività agricole, è stata oggetto di inchieste penali di particolare importanza che hanno portato all’arresto e alla condanna di genitori, ascendenti e altri parenti di ragazzi coinvolti in fatti penalmente rilevanti, messi in atto al fine di sostenere le ragioni di una famiglia in contrasto con altra famiglia dello stesso territorio. Nel corso di tali processi, riguardanti in genere reati contro la persona, è stata osservata l’adesione incondizionata dei minorenni al comportamento di prevaricazione e di aggressione degli adulti per rinforzarne il comportamento e dare prova di appartenenza alla famiglia.
Criticità si rilevano anche nei territori delle periferie dell’area metropolitana soprattutto in quei quartieri, caratterizzati da povertà economica ed educativa, in cui è presente l’attività di spaccio di sostanze stupefacenti. In questi contesti le famiglie dedite a tale attività inevitabilmente coinvolgono i figli con conseguente partecipazione ai comportamenti illeciti e allo stile di vita degli adulti.
“Baby gang”: espressione mediatica efficace o categoria analitica corretta?
Quando si parla di baby gang, a mio modo di vedere, si utilizza un’espressione impropria, perché non tutte le aggregazioni giovanili possono definirsi baby gang. La baby gang è qualcosa di più strutturato, che si riferisce alle esperienze sudamericane, o comunque ad àmbiti di aggregazione dove c’è un’organizzazione gestita esclusivamente dai ragazzi, anche se spesso collegati ad adulti committenti. La struttura di una baby gang prevede: un capo, una programmazione di attività, e distribuzione di compiti esecutivi. Dal nostro osservatorio, come sopra già anticipato, vediamo invece dei gruppi di ragazzi che si riuniscono occasionalmente per “dare una lezione” o per “punire” un coetaneo e, in molti casi, per futili motivi, con il pericolo dell’incolumità altrui, visto che spesso i ragazzini sono muniti di coltello e in rari casi anche di armi che usano anche in ambienti, quali le discoteche, che dovrebbero essere destinati al divertimento e allo svago.
La percezione sociale sembra crescere, ma i dati non la giustificano sempre. Da dove nasce questa sensibilità?
Come già accennato, dopo la pandemia è emersa una evidente fragilità nelle relazioni personali e familiari. Nei procedimenti civili abbiamo osservato che in molti casi la vita familiare è contrassegnata da episodi di violenza diretta e/o assistita. Le Procure della Repubblica presso i Tribunali ordinari, a chiusura delle indagini su fatti di violenza, hanno l’obbligo di inviare gli atti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni. La Procura minorile, a sua volta, valutata la situazione, richiede al Tribunale per i minorenni di avviare procedimenti sulla responsabilità genitoriale per la loro tutela e protezione. Nell’àmbito di tali procedimenti civili vengono disposti approfondimenti mediante incarichi al Servizio sociale territoriale e ai Servizi specialistici dell’Asp di riferimento con un’attenzione particolare all’ascolto del minore.
Occorre precisare che, in alcuni casi, le denunce appaiono strumentali e, di solito, hanno origine nella conflittualità genitoriale e nell’incapacità di affrontare una separazione con ragionevolezza e rispetto per i figli. In altri casi, purtroppo, vi sono situazioni degenerate nella gestione familiare e, in casi estremi, è capitato che fossero gli stessi figli a richiedere l’intervento delle Forze dell’ordine. Nelle situazioni di violenza intrafamiliare si rileva un preoccupante abuso di sostanze alcoliche e anche di stupefacenti che determinano comportamenti impulsivi e irrefrenabili messi in atto, spesso, in presenza dei figli. Queste dinamiche familiari a cui i figli assistono condizionano il comportamento dei minorenni, i quali, in alcune situazioni, riportano le stesse modalità di relazione nel gruppo dei pari.
Le cause?
Da un lato, c’è una questione di povertà educativa ed economica. Molte famiglie vivono con assegni, contributi e supporti pubblici: non c’è progettazione di lavoro, non c’è un percorso verso obiettivi di regolare occupazione lavorativa. Vivono in un’esiguità di risorse e non riescono a gestire le famiglie, e i figli rimangono ai margini. Dall’altro lato, c’è una solitudine profonda che riguarda molti ragazzi di ceti medio-alti che, pur vivendo nel benessere materiale, sono privati di affettività e vicinanza in conseguenza dell’assenza dei genitori per gran parte della giornata. Oltre alla frequenza scolastica, alcuni ragazzi svolgono attività sportiva, ma riservano molto tempo ai Social Network.
Il disagio che osserviamo nell’esercizio della funzione di giustizia minorile è trasversale. È un disagio che non riguarda soltanto le persone minorenni che vivono nei quartieri a rischio ma è una condizione esistenziale di coloro che patiscono la privazione della responsabilità degli adulti riguardo ai loro bisogni e aspettative. La mancanza della dovuta affettività incide sulle emozioni e sui sentimenti che dovrebbero scaturire dall’acquisizione di un sistema valoriale che, spesso, è assente e inibisce le passioni e gli interessi più profondi.
Differenze tra stranieri e italiani? L’immigrazione è cambiata?
Mi sono occupata tanto di stranieri: a Catania, fin dai primi anni Novanta, quando i minori stranieri giungevano prevalentemente nel nostro Paese dal Nord Africa per ragioni economiche. Non c’era una legge che prevedesse la tutela di questi minori, e veniva applicata la disciplina prevista per la dichiarazione di adottabilità, trattandosi di minori soli e potenzialmente abbandonati. Questa legge consentiva la nomina di un tutore e il collocamento presso strutture di accoglienza.
A Catania, negli anni dell’emergenza umanitaria dichiarata nel 2011, i numeri degli ingressi sono stati altissimi e negli anni 2016-2017 hanno toccato punte massime di migliaia di ragazzi e ragazze. Abbiamo fatto il possibile per trovare forme di integrazione, avvio al lavoro, raggiungimento di obiettivi e sogni dei ragazzi, pur in condizioni difficili e con il dispiacere per le note tragedie che hanno segnato la migrazione anche delle persone minorenni.
Con le esperienze accumulate siamo riusciti a dare indicazioni al legislatore per una legge rispondente alla condizione della migrazione minorile dei minori soli: la legge n.47/2017 che, dal mio punto di vista, è un sistema armonico di tutela per i minori stranieri non accompagnati.
Com’è la situazione qui a Messina?
Sto lavorando a Messina con una buona collaborazione del territorio, degli avvocati e dei tutori inseriti negli elenchi, progettando per questi ragazzi l’inserimento e l’integrazione attraverso il prosieguo amministrativo – introdotto dalla legge n.47/2017 – che accompagna i minorenni stranieri, giunti soli, anche dopo la maggiore età con un progetto di inclusione.
A Messina il 70% dei ragazzi che chiedono e vogliono seriamente svolgere il prosieguo amministrativo va avanti e poi prosegue, dopo questo accompagnamento, con l’avvio di un’attività lavorativa oppure con l’impegno di studiare e raggiungere un livello di formazione scolastica che consenta di migliorare la propria condizione.
Poi ci sono quelli che si allontanano, che non seguono il percorso, che aspirano ad altre soluzioni o a non restare in Italia. Ma, nella fascia siciliana, l’attenzione per i minori stranieri non accompagnati è stata costante: sono state messe in campo adeguate risorse perché il sistema funzionasse, affrontando le situazioni anche con difficoltà e fallimenti fisiologici.
Le leggo una considerazione del direttore dell’Ipm di Casal del Marmo: «La migrazione è cambiata: prima partivano i migliori della famiglia, oggi anche ragazzi difficili da gestire. E una borsa lavoro non può competere con i guadagni di una piazza di spaccio».
Il direttore del carcere ha un osservatorio focalizzato sulla detenzione di ragazzi ai quali non è stato possibile concedere un’opportunità di virtuosa inclusione sociale. Vede il fallimento, perché o è stata applicata la misura cautelare della custodia in carcere oppure vi è stata già una condanna e occorre procedere all’esecuzione della pena. Se si è arrivati a questo punto, gli altri strumenti che il processo penale minorile offre non hanno funzionato. Però, nella fase esecutiva, il nostro ordinamento dà un indirizzo chiaro: favorire percorsi di recupero, come l’affidamento in prova al servizio sociale, anche mediante il collocamento in comunità. All’interno della struttura carceraria, comunque, il trattamento individualizzato dovrà tendere all’accompagnamento educativo del condannato, in vista di una reintegrazione attraverso un percorso volto ad acquisire consapevolezza delle conseguenze del mancato rispetto della legge.
E talvolta, al compimento della maggiore età, i ragazzi scelgono il carcere per adulti…
Con la nuova legge, al compimento dei 18 anni il ragazzo può scegliere di andare in un carcere per adulti, e a volte questa scelta viene richiesta per avvicinarsi al luogo di originaria residenza dove non vi sono Istituti penali minorili o anche per entrare in contatto con detenuti adulti. Per gli stranieri, comunque, la difficoltà ad applicare misure alternative alla detenzione è determinata dal fatto che nel territorio italiano non hanno la famiglia che può sostenerli e accoglierli anche in detenzione domiciliare e aiutarli a venire fuori dal circuito penale.
Veniamo a due snodi: comunità educative e messa alla prova.
Le comunità sono poche. Questi luoghi di accoglienza sono in una fase critica anche perché, purtroppo, i sovvenzionamenti destinati alle comunità non sono costanti e puntuali e, quindi, chi vi lavora come educatore per avere lo stipendio mensile a volte deve aspettare diversi giorni o anche mesi. Tali ritardi incidono sulla sopravvivenza degli educatori e soprattutto di quelli che hanno una famiglia da mantenere. Le comunità sono sempre finanziate da enti pubblici con tutte le carenze e le difficoltà, anche burocratiche, nello svolgimento dell’attività. Una politica in favore della condizione minorile non può tralasciare l’impegno a fornire risorse materiali ed economiche adeguate perché le comunità possano funzionare. Questo permetterebbe di affinare anche le modalità educative, i percorsi di accompagnamento all’interno delle comunità: dal recupero scolastico alla formazione e individuazione di una attività lavorativa corrispondente alle attitudini di ciascuna persona di età minore. Questa situazione incide anche sulle motivazioni che dovrebbero essere, invece, potenziate per chi lavora all’interno di queste strutture in alcune delle quali si riscontra una fase di rigetto rispetto ai ragazzi con problemi, anche minimi. Chi non dorme la notte, chi spacca un vetro, chi sta chiuso in stanza e non vuole fare nulla. In questi casi i responsabili, a volte, dicono: “Non lo possiamo tenere più qui” e, anziché trovare nuove forze per assistere e aiutare il ragazzo particolarmente disagiato, la reazione è quella di spostarlo in un’altra comunità. Così come capita per i detenuti ‒ anche e soprattutto stranieri ‒ nel Nord Italia: che insofferenti, oppositivi e ribelli inducono i direttori a presentare denunce con richiesta di trasferimento in altro Istituto penale. È un segno di stanchezza del sistema dell’accoglienza.
Sul versante messa alla prova: è vero che fallisce per autosabotaggio?
Noi lavoriamo molto con la messa alla prova: è un istituto che può creare benessere e consentire ai minori che hanno commesso reati di cambiare vita, anche se ora c’è una restrizione per effetto del “decreto Caivano”. Personalmente, non ho mai riscontrato comportamenti di autosabotaggio nell’ambito dei percorsi di messa alla prova.
Perché fallisce, allora?
Consideriamo la messa alla prova una risorsa e la mettiamo in atto per quanto possibile. C’è una buonissima percentuale di sospensione del processo per Map: intorno all’80% nella fase Gup, in dibattimento un po’ meno. Se davanti al Giudice dell’udienza preliminare non è stato possibile concedere la Map, è possibile che siano stati riscontrati degli ostacoli. Ma il rigetto della richiesta in tale fase non preclude che la Map possa essere applicata nelle ulteriori fasi del giudizio: dinanzi al giudice del dibattimento e dell’appello. Per la concessione della Map non è necessaria la confessione del reato ma l’acquisizione della consapevolezza che alcuni comportamenti sono vietati dalla legge e che il progetto del periodo di sospensione possa servire a seguire impegni utili per la formazione della personalità del minorenne in un’ottica di cambiamento della propria condotta. Nell’esperienza ci sono ragazzi che all’inizio sono disponibili ma poi non riescono a sostenere gli impegni, perché sono impegni che non sono avvalorati da un’esperienza personale: l’impegno di fare qualcosa di buono, giusto, bello non trova evidenze precedenti sulle quali poggiare. Il ragazzo, a volte, fa fatica a comprendere e a dare senso a quanto gli viene proposto.
Ad esempio, il volontariato ‒ stare accanto ad anziani o bambini, accompagnarli in varie attività ‒ è sempre importante, ma impegnativo. Oppure il teatro. Uno psicologo mi spiegava quanto il teatro possa essere difficoltoso per ragazzi non abituati a mettersi in gioco di fronte agli altri che lo osservano: salire sul palco, mettersi davanti a un pubblico, esprimersi, parlare, far uscire una voce nascosta. Diventa un modo per essere “messi a nudo”. Non tutti ce la fanno.
D’altra parte, la messa alla prova serve a questo: il giudice deve valutare la personalità del ragazzo e capire se la sua tendenza è superare il comportamento deviante. Il reato, per i ragazzi, è un momento critico; anche se poi la prova non va avanti, il passaggio resta. Non è facile essere una persona diversa, cambiare pelle e tirar fuori una personalità rispetto alla quale noi giudici possiamo dire: “Questo ragazzo ce la farà a non commettere più reati, perché ha capito il percorso e il senso dell’intervento”. In aula lo spiego: c’è una strada da percorrere; bisogna fermarsi in tutti i punti dove c’è da costruire qualcosa di buono. Se questo passaggio non porta a costruzione, il rischio è non arrivare alla fine e prendere altre strade. La delusione è quando, durante la messa alla prova, si commette un altro reato e per tale comportamento o altri che rivelano la mancata osservanza degli impegni assunti con il progetto, il percorso di Map non ha esito positivo e il giudice deve revocare la sospensione del processo ed esprimere il giudizio di colpevolezza e di condanna.
Concorda sul fatto che il “decreto Caivano” sia più repressivo che rieducativo?
L’ultimo numero della rivista dell’Associazione Magistrati minorili per la famiglia è dedicato proprio al “decreto Caivano”. La rivista affronta il problema “punire o educare?” È un dubbio connaturato alla funzione minorile, ma i due elementi non possono essere scissi. Il processo minorile non può fare a meno dell’educazione, come non può rinunciare alla pena: l’articolo 27 della Costituzione dice che la pena deve tendere alla rieducazione. Non mi piace intendere “rieducazione” come conformazione a un modello: preferisco “educazione” come conduzione verso un modello coerente con la persona e con valori acquisiti.
Il “decreto Caivano”, per quanto riguarda la messa alla prova e l’esclusione di tale disciplina per alcuni reati gravi, ha stravolto il sistema minorile senza alcun fondato motivo. È chiaro che quando un ragazzo commette un omicidio, l’eventualità di concedergli la sospensione del processo per messa alla prova, è preceduta da grande lavoro di approfondimento, che in altri àmbiti della giustizia non esiste. Occorre comprendere il contesto in cui il fatto è avvenuto e considerare la personalità dell’imputato. Un ragazzo che commette un reato grave è pur sempre una persona in crescita: non può essere equiparato a un adulto che ha già completato la propria maturazione. È un ragazzo che può avere risorse per cambiare e che potrebbe disperderle se non venisse inserito in un percorso che lo porti lontano da quel fatto, con la possibilità di diventare un’altra persona. Che cosa è meglio? Tenerlo in carcere per vent’anni e poi lanciarlo al mondo, senza aver avuto la possibilità di prendere in mano la sua vita, riconoscere l’errore e riprendere il suo cammino supportato dall’esperienza di una Map che gli consenta di rivisitare il suo vissuto e riprendere il cammino verso il futuro? Perché discriminare in base alla tipologia del reato? L’inasprimento delle pene risponde a un tema di sicurezza sociale, invece di investire in risorse efficaci per consentire alle persone di essere diverse.
Quale ruolo ha o dovrebbe avere la giustizia riparativa?
La giustizia riparativa è un percorso complicato, ma serve a cambiare. Il cambiamento è un tema portante della giustizia minorile; si applica anche agli adulti, e alcuni “adulti” sono diciottenni, diciannovenni, ventenni. Anche loro possono capire il senso del riparare ciò che è stato “rotto” dal reato. Capire e lasciare un segno: la rottura può portare alla perdita di una vita dignitosa; c’è bisogno di ricostruire valori che possano essere determinanti. La giustizia riparativa deve andare avanti, ma servono risorse e operatori bravi. Alla fine, la differenza la fanno sempre le persone.
Quali sono, a suo avviso, le priorità legislative, attuative, operative?
Adoperarsi e programmare sul serio risorse per i giovani, in vari àmbiti ‒ non solo nella devianza e nella criminalità ‒ ma nella prevenzione. La prevenzione è fondamentale, altrimenti ci ritroviamo sempre a lavorare “sul fatto compiuto”. Vorremmo ridurre il nostro lavoro e dare ai ragazzi la possibilità di prevenire il disagio; e, se c’è disagio, di affrontarlo con risorse pubbliche.
Eravamo uno Stato sociale che si occupava dei diritti delle persone, che ha introdotto negli anni sistemi di ausilio alle famiglie. Oggi questo non è più sistematico e stabile e mancano efficaci soluzioni alternative. Quindi, investimenti per la prevenzione e per l’aiuto alle famiglie. Per i minori in condizione di disagio sono necessari sostegni efficaci: quali, per esempio, i servizi di educativa domiciliare e anche luoghi di protezione, quali case famiglia, per donne o uomini e i loro figli, per la tutela da situazioni di violenza intrafamiliare che osserviamo nell’àmbito dei procedimenti civili di competenza dei Tribunali per i minorenni. La violenza dilagante intrafamiliare e l’uso sfrenato di sostanze stupefacenti e di sostanze alcoliche stanno condizionando la vita di molti ragazzi che, purtroppo, apprendono tali comportamenti dagli stessi familiari.
Occorre, quindi, creare luoghi d’incontro, anche nell’ambiente scolastico con orari prolungati fino alle ore pomeridiane, per fare sport, musica, disegno e attività ricreative. Le città hanno bisogno di centri ludici e confortevoli dove bambini e ragazzi possano socializzare in modo sano e costruire relazioni autentiche e non filtrate da un computer o da un cellulare, e possano recuperare il gioco e la fantasia.
Ci racconta un caso emblematico che indica la direzione giusta?
Vi racconto un caso che ho sperimentato a Catania, e che mi è rimasto sempre tra le esperienze più belle. Lui era Nino, 16 anni, apparteneva a un ambiente criminogeno delle periferie catanesi, inserito in aggregazioni di spaccio di sostanze stupefacenti, un ragazzo che si rapportava, come un adulto navigato, con personaggi “di peso” della malavita catanese. Stava fuori casa la notte, correva con il motorino a tutta velocità, mangiava le interiora degli animali per dimostrare la sua forza e che non aveva paura di niente.
Nel corso di un processo per reati di droga gli era stata applicata la sospensione del processo per Map. Il progetto prevedeva, tra gli altri impegni, la partecipazione a un corso di barca a vela. Nino, insieme ad altri ragazzi in Map, salì per la prima volta della sua vita su una barca e in un primo momento non fu facile. Il movimento del mare gli procurava insicurezza e avvertiva la difficoltà a non sentire la terra ferma sotto i piedi. Per proteggersi, si metteva sdraiato sul natante. Non riusciva ad alzarsi. E poi c’era il vento. Gli educatori e gli istruttori presenti sulla barca lo aiutarono ad abituarsi. Poi la progressione della sua messa alla prova: apprendimento della tecnica della vela, del rapporto tra lui, il mare e il vento. La scena finale: lui che prende il timone e riesce a muoversi con la barca, a virare, a fare tutti i passaggi della vela. Diceva: «Io qui mi sento fragile, ho paura. Però ho capito una cosa: quando ero a terra decidevo io, anche le cose sbagliate. Mentre adesso sono qua, su questa barca. Guido il timone, ma in realtà è il vento che mi trascina. Ho capito che ci sono momenti della vita in cui non bisogna decidere cose sbagliate, ma bisogna farsi guidare dal vento. Qui mi sento tranquillo e sereno: ho compreso che il vento mi porterà nella strada giusta». Non si sentiva più di essere quello che doveva decidere: “decide il vento”, perché è vero: chi guida una barca deve assecondare, col timone, i movimenti del vento, e non imporli. Aveva accettato che ci sono cose che non si determinano con una volontà sbagliata: le cose giuste possono avvenire affidandosi, come col vento che ti porta a navigare il mare. Lo abbiamo conosciuto in un modo e ne abbiamo visto la metamorfosi.
Oggi questo ragazzo è cresciuto, ha famiglia e ha trovato un buon lavoro. Arrivare così profondamente nell’anima delle persone non è facile: ci vuole un’apertura da entrambe le parti. Però, quando si entra, è definitivo.
*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore e ricercatore dell’Eurispes

