Esistono economie che si sviluppano nelle pieghe della legalità, prosperando esattamente là dove lo stato di diritto si affievolisce e le tutele sociali si frammentano. Il commercio di prodotti contraffatti rappresenta una di queste architetture parallele, un sistema che nel 2021 ha movimentato 467 miliardi di dollari sottraendosi ad ogni forma di regolamentazione. Ciò che il nuovo studio congiunto OCSE-EUIPO From Fakes to Forced Labour porta alla luce con rigore quantitativo non è semplicemente la dimensione economica del fenomeno, ma la sua natura puramente estrattiva: un modello di produzione che converte la precarietà umana in vantaggio competitivo, trasformando l’assenza di diritti in margine di profitto.
Contraffazione e lavoro forzato: un’economia che prospera dove i diritti si indeboliscono
Partendo dall’assunto che i contesti in cui il lavoro è meno tutelato e il controllo istituzionale meno efficace creano le condizioni ideali per la proliferazione di attività commerciali illecite, lo studio si propone di verificare se indicatori misurabili di sfruttamento e di debolezza della governance risultano sistematicamente associati a indicatori di contraffazione e confermare se, laddove l’informalità è ampia, diventa più facile per gli attori criminali ridurre sia i costi sia i rischi di intercettazione e sanzione. L’obiettivo dichiarato è dare una base empirica a ciò che, sul terreno, le autorità di contrasto osservano da tempo: la compenetrazione tra economie criminali, vulnerabilità sociale e catene di fornitura opache. In questo quadro, la contraffazione non appare un’anomalia “commerciale” isolata, ma una componente di ambienti economici dove la debolezza istituzionale rende conveniente violare più regole insieme: quelle del mercato e quelle del lavoro.
Per dare sostanza a questa ipotesi sono stati integrati dati provenienti da diverse fonti internazionali che raccolgono informazioni sul mercato del lavoro e sulla qualità delle tutele (inclusi indicatori di lavoro forzato, sfruttamento e lavoro minorile) e misure che approssimano l’intensità della contraffazione attraverso dati di sequestri doganali e stime sul valore delle merci false attribuite ai paesi di provenienza. L’obiettivo non è dimostrare relazioni causali dirette, ambizione peraltro illusoria in sistemi così complessi, ma identificare pattern ricorrenti capaci di rivelare connessioni strutturali tra sfruttamento del lavoro e intensità del commercio di contraffazioni. Ad un primo livello di analisi delle correlazioni semplici sono stati affiancati modelli econometrici più sofisticati per controllare fattori potenzialmente distorsivi dei risultati, come il livello di sviluppo economico dei paesi, il grado di apertura commerciale e la qualità generale delle Istituzioni.
Dalle merci false allo sfruttamento umano: cosa rivela lo studio OCSE-EUIPO
I risultati dell’analisi convergono con coerenza attraverso tutte le dimensioni considerate. Emerge una chiara correlazione positiva tra il valore delle contraffazioni esportate da un paese e la prevalenza del lavoro forzato in quello stesso paese: dove più persone sono intrappolate in condizioni di lavoro coatto il commercio di prodotti falsificati tende a essere più intenso e la stessa relazione si manifesta quando si considera il numero di sequestri doganali anziché il valore delle merci, confermando che non si tratta di una peculiarità di come vengono misurate le contraffazioni, ma di una regolarità di fondo. Ma il lavoro forzato non è l’unico indicatore che si associa alla contraffazione. Infatti, i paesi più frequentemente identificati come fonti di merci contraffatte presentano anche livelli più elevati di lavoro minorile, in particolare nelle sue forme più pericolose, quelle che espongono bambini e adolescenti a rischi concreti per la salute e la sicurezza. Infine, un ulteriore indicatore di vulnerabilità lavorativa – meno immediato, ma politicamente rilevante – riguarda la dimensione della sicurezza con una correlazione positiva fra paesi che compaiono più spesso nei sequestri e incidenza di infortuni mortali sul lavoro.
Non meno significativo è ciò che il rapporto osserva sul lato delle tutele collettive, con livelli più bassi di sindacalizzazione e contrattazione collettiva laddove la contraffazione ha più spesso origine. Le correlazioni, per quanto suggestive, non bastano a dimostrare che esista un legame causale tra sfruttamento del lavoro e contraffazione. Entrambi i fenomeni potrebbero semplicemente coesistere in contesti caratterizzati da debolezza istituzionale generalizzata, senza che l’uno influenzi direttamente l’altro. Per superare questo limite, i ricercatori hanno sviluppato modelli econometrici che introducono simultaneamente controlli per livello di reddito pro capite, grado di apertura commerciale –misurata dal volume delle esportazioni – e altri indicatori di qualità istituzionale. L’idea è verificare se la relazione tra lavoro forzato e contraffazione persista anche quando si tiene conto di questi altri fattori. I modelli econometrici confermano e rafforzano quanto emerso dalle correlazioni semplici anche dopo aver controllato il livello di sviluppo economico e l’integrazione nei mercati globali. La prevalenza del lavoro forzato rimane un predittore statisticamente significativo dell’intensità del commercio di contraffazioni: un aumento di un punto percentuale nella quota di lavoro forzato si associa a un incremento misurabile dello 0,0076% nel valore delle contraffazioni esportate e, sebbene la dimensione dell’effetto possa apparire modesta in termini assoluti, acquista rilevanza sostanziale quando applicata ad economie di grandi dimensioni o a variazioni più ampie nel fenomeno.
I paesi con salari minimi più bassi hanno livelli più alti di commercio illecito
Come proxy della bassa protezione salariale è stato utilizzato l’inverso del salario minimo, dimostrando che i paesi con salari minimi più bassi, mostrano livelli più elevati di commercio illecito: la compressione dei costi del lavoro attraverso retribuzioni non remunerative costituisce dunque una strategia competitiva centrale per chi opera al di fuori della legalità poiché il lavoro a basso costo amplifica i margini di profitto della produzione contraffatta rendendo l’attività illecita economicamente attraente per le organizzazioni criminali. L’evidenza quantitativa trova riscontro nelle operazioni di contrasto documentate negli ultimi anni da UNODC, Europol e EUIPO, che mostrano la persistenza di pattern ricorrenti che associano la contraffazione allo sfruttamento del lavoro in settori e luoghi differenti.
Le reti “policriminali”
Laboratori tessili clandestini nell’Europa orientale dove la produzione di abbigliamento contraffatto si accompagna a turni di lavoro estenuanti, assenza di contratti formali, utilizzo di minori e migranti irregolari trattenuti sotto sorveglianza e impediti a lasciare i locali; fabbriche di sigarette false dove lavoratori privi di documenti vedono limitata la propria libertà di movimento, costretti a produrre giorno e notte in condizioni di totale precarietà; reti di vendita di articoli contraffatti di marchi di lusso nelle città dell’Europa meridionale – Italia inclusa – gestite attraverso il controllo coercitivo di migranti dell’Africa occidentale che vendono per strada borse e accessori falsi per ripagare debiti contratti con i trafficanti di esseri umani. Europol e EUIPO hanno dimostrato che le organizzazioni criminali impegnate nella violazione della proprietà intellettuale spesso gestiscono operazioni “policriminali”, dove traffico di persone, contrabbando e contraffazione condividono le stesse logistiche, gli stessi facilitatori e gli stessi canali finanziari. Questo intreccio delle due reti – commerciale e umano – rende il contrasto alla contraffazione una questione non solamente economica, ma di tutela dei diritti umani fondamentali. Le vittime di questi traffici non sono solo sfruttate economicamente, ma private della libertà personale, sottoposte a violenze fisiche e psicologiche, tenute in uno stato di sudditanza permanente attraverso meccanismi di debito coatto e minacce.
Mettere fine al lavoro forzato: un affare da 611 miliardi di dollari
Inoltre, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) stima che porre fine al lavoro forzato genererebbe un incremento di 611 miliardi di dollari nel Pil globale, oltre a 114 miliardi in entrate fiscali aggiuntive rovesciando la narrativa che presenta la protezione dei lavoratori come costo per le economie e trasformandola in investimento produttivo che valorizza risorse umane, amplia i mercati attraverso l’aumento del potere d’acquisto e rafforza la competitività delle imprese legittime eliminando forme di concorrenza sleale basate sulla compressione estrema dei costi del lavoro.
Quando le imprese criminali possono competere attraverso l’uso del lavoro forzato, i prezzi di mercato incorporano un sussidio implicito derivante dalla violazione dei diritti umani creando una dinamica di compressione che rende sempre più difficile per le imprese legittime mantenere standard elevati. Il risultato è una corsa al ribasso che erode progressivamente le protezioni sociali e mina le basi stesse della concorrenza leale. Affrontare la contraffazione richiede, quindi, uno sguardo che vada oltre la violazione della proprietà intellettuale per confrontarsi con forme moderne di schiavitù attraverso strategie operative capaci di rafforzare la governance del lavoro non solo intensificando le ispezioni, ma puntando sulla formazione degli ispettori al riconoscimento degli indicatori di produzione contraffatta, sulla creazione di canali di comunicazione strutturati con le autorità doganali e di contrasto e sullo sviluppo di capacità investigative che trascendano le tradizionali separazioni tra enforcement del lavoro ed enforcement commerciale.
Nuove regole internazionali contro il lavoro forzato: UFLPA e regolamento Ue
Il rapporto colloca queste indicazioni dentro un contesto regolatorio internazionale in evoluzione che sta spostando l’onere della prova dagli Stati agli operatori economici. L’UFLPA statunitense ha creato una presunzione per cui, merci provenienti dalla regione autonoma dello Xinjiang o prodotte da entità incluse nella UFLPA Entity List, sono considerate realizzate con lavoro forzato e quindi vietate all’importazione, salvo che l’importatore non dimostri il contrario con evidenze chiare e convincenti. La legge richiede agli importatori di fornire informazioni complete sulla propria catena di approvvigionamento dalle materie prime fino ai prodotti finiti, documentazione su acquisti, produzione e trasporto che dimostri l’assenza di collegamenti con input provenienti dallo Xinjiang, e prove inconfutabili che le merci non siano state prodotte nemmeno parzialmente con lavoro forzato. Da parte sua l’Europa, attraverso il regolamento sul Lavoro Forzato – adottato nel dicembre 2024 e operativo dal dicembre 2027 – ha assunto un approccio orizzontale che copre tutti i prodotti indipendentemente dalla loro origine, compresi quelli prodotti internamente all’Ue e quelli esportati. A differenza della legislazione statunitense che si concentra su una regione specifica, il regolamento europeo mira a vietare dal mercato dell’Unione qualsiasi prodotto realizzato con lavoro forzato ovunque nel mondo.
Chiudere le zone grigie della legalità
Pur rappresentando un passo avanti verso il contrasto allo sfruttamento del lavoro, questi strumenti normativi presentano alcune limitazioni intrinseche. Non mirano direttamente alle reti criminali che operano interamente al di fuori della legalità, quanto piuttosto a creare incentivi economici per le imprese legittime affinché rafforzino la tracciabilità e la due diligence nelle proprie catene di approvvigionamento. Il rischio è che i trafficanti semplicemente adattino le proprie strategie sfruttando paesi terzi per il transito o il riconfezionamento, rendendo così ancora più opachi i collegamenti tra produzione e mercati finali. L’efficacia di questi approcci dipenderà quindi dalla capacità delle autorità di sviluppare metodologie avanzate per verificare l’origine dei materiali, dalla costruzione di database condivisi che permettano di tracciare i flussi attraverso giurisdizioni multiple e dal coordinamento fra livelli e àmbiti di controllo.
Le economie che prosperano nelle zone grigie della legalità continueranno a riprodursi finché tali varchi resteranno aperti, finché la vulnerabilità umana potrà essere trasformata in profitto e finché la frammentazione istituzionale impedirà un coordinamento effettivo tra autorità. Ridurre questi spazi richiede volontà politica, risorse adeguate e, soprattutto, la consapevolezza che la tutela del lavoro contro ogni forma di sfruttamento non è soltanto un imperativo etico, ma un interesse collettivo e una condizione essenziale per il corretto funzionamento dei mercati.

