Il 7 agosto 2026 Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato alla Mecca un patto di difesa reciproca che richiama, nella sostanza politica, la clausola dell'articolo 5 della NATO: un attacco a uno dei tre firmatari sarà considerato un attacco a tutti. È un passaggio che si inserisce in una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale, in cui un numero crescente di potenze regionali cerca margini di autonomia rispetto alla tradizionale garanzia di sicurezza offerta da Washington: dalla Corea del Sud, che punta a riacquisire il comando operativo in tempo di guerra pur restando alleata degli Stati Uniti, alla Turchia, sempre più attiva anche in Siria, dove si scontra con gli interessi di Israele nel vuoto lasciato dalla caduta di Assad. Gli Stati Uniti restano il primo attore militare occidentale, ma la loro capacità di orientare da soli gli equilibri regionali appare sempre meno scontata. In questo scenario si distingue il caso europeo: nonostante un aumento della spesa per la difesa, che nel 2026 supererà i 450 miliardi di euro, l’Unione fatica a tradurre le risorse investite in una capacità politica corrispondente, anche per via della regola dell'unanimità che continua a governare le decisioni più sensibili di politica estera e di sicurezza comune.
Bastano poche decine di chilometri di mare per trasformare una crisi regionale in uno shock globale: da quando la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha reso incerto il passaggio dallo Stretto di Hormuz, i flussi di petrolio sono crollati e il traffico si è riversato su altri stretti già sotto pressione, come Bab el-Mandeb. Non serve un blocco vero e proprio: basta l'incertezza per far salire i premi assicurativi, i costi di trasporto e i prezzi dei fertilizzanti. Questa dinamica si sta già traducendo in inflazione più alta in Europa e in Italia, e nel caro-diesel che, nel nostro Paese, ha costretto il governo a prorogare più volte lo sconto sulle accise: un segnale di come il controllo dei choke points marittimi sia ormai una variabile macroeconomica al pari di altre.
Il vertice di Pechino del maggio 2026 non ha chiuso la competizione tra Stati Uniti e Cina, ma ha inaugurato una fase di “stabilizzazione conflittuale”. Taiwan resta il nodo più sensibile della rivalità, mentre la guerra dei dazi si è fatta più selettiva e tecnica, spingendo Pechino a riorganizzare filiere, mercati e materie prime critiche.
In occasione della presentazione a Pechino della settima edizione del Rapporto annuale sullo sviluppo dell’Italia – curato dall’Accademia cinese delle Scienze sociali in collaborazione con l’Eurispes –, esperti cinesi e italiani si sono confrontati sullo stato delle relazioni bilaterali tra i due paesi. Tra i temi al centro del dibattito: la stabilità del Governo Meloni, il ruolo strategico della diplomazia culturale, la tenuta dell’Italia di fronte alle tensioni geopolitiche globali, i solidi interscambi commerciali (76 miliardi di dollari nel 2025) e le prospettive di cooperazione sino-italiana in Africa, tra Piano Mattei e Belt and Road Initiative.
A dieci anni dal referendum del 23 giugno 2016, il Regno Unito volta pagina con l’arrivo di Andy Burnham a Downing Street, settimo Premier in un decennio segnato da instabilità politica cronica. Gli effetti economici della Brexit sono stati quantificati dal National Bureau of Economic Research in una perdita del 7-8% del Pil pro capite, oltre al crollo degli investimenti privati e al collasso dell’NHS tanto che oggi è sempre più diffuso tra i britannici il "Bregret", un sentimento di pentimento.
L’Artico non è più il margine estremo della Terra, ma il laboratorio in cui il genere umano sta sperimentando il fragile e teso equilibrio tra fame di risorse, sicurezza militare, geopolitica e salvaguardia dell’ambiente. Per l’Italia, come per l’Europa, la sfida consiste nel trovare un equilibrio tra questi fattori apparentemente inconciliabili. Comprendere ciò che accade nel Grande Nord significa comprendere, in anticipo, molte delle dinamiche che plasmeranno il futuro ordine internazionale.
A San Pietroburgo, oltre 20 mila delegati provenienti da più di 130 paesi si riunivano all’ExpoForum per partecipare al St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF). Al Summit hanno preso parte delegazioni governative, imprenditoriali e accademiche appartenenti soprattutto al cosiddetto Sud Globale, un segno dei limiti della strategia occidentale di isolamento economico della Russia, che si esprime soprattutto nel rafforzamento dell’asse tra Cina e Federazione Russa. Allo stesso tempo, l’immagine di una Russia proiettata verso il futuro si è intrecciata con quella del conflitto in Ucraina, che continua a influenzare profondamente la vita economica e politica del paese.
Il Mediterraneo allargato, da secoli crocevia di scambi, imperi e migrazioni, si configura oggi come uno dei principali laboratori di interdipendenza asimmetrica del sistema internazionale contemporaneo. Mentre l’Unione europea si muove lungo due assi strategici, ovvero la politica estera e di sicurezza da un lato, la gestione delle migrazioni e dei flussi dall’altro, per l’Italia la sfida consiste nel definire una dottrina mediterranea fondata su resilienza energetica, sicurezza alimentare e mobilità regolare e governata.
La Cina non ha interesse a un’escalation incontrollata in Medio Oriente: una guerra aperta metterebbe a rischio le rotte energetiche, destabilizzerebbe i mercati e comprometterebbe la crescita economica cinese. Per questo, resta un passo indietro, proponendosi come potenza mediatrice e affidabile, ma portando avanti, in realtà, una strategia ben precisa: evita accuratamente il coinvolgimento militare diretto nei teatri di crisi, ma mantiene una fitta rete di relazioni economiche, energetiche e diplomatiche che le permette di incidere sugli equilibri senza esporsi sul piano militare e reputazionale.
Il 2025 resterà negli annali della cooperazione internazionale come l’anno in cui i donatori hanno mandato in fumo i loro impegni per lo sviluppo internazionale. I dati preliminari pubblicati dall’OCSE-DAC descrivono una contrazione dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) senza precedenti nella storia moderna: il totale erogato dai paesi membri del Comitato di Assistenza allo Sviluppo è stato pari a 174,3 miliardi di dollari, determinando un calo del 23,1% rispetto all’anno precedente e il declino annuale più drastico mai registrato. Responsabile principale di questo cambio di rotta è l’amministrazione Trump, che ha ridotto all’osso il programma USAID di aiuti internazionali, voluto nel 1961 dalla Presidenza Kennedy, con importanti ripercussioni sulle politiche di cooperazione Onu.