Fisco

Come regolarizzare 50 miliardi di contanti che oggi “dormono”

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Non vi è alcuna norma che impedisca l’accumulo di denaro contante. In poche parole, chiunque (anche chi magari dichiara redditi per poche migliaia di euro) può tenere la propria liquidità (magari non coerente con quanto dichiarato) in cassaforte o in una cassetta di sicurezza, senza alcun obbligo di segnalazione. Questo comporta però che vi sono oggi miliardi di euro “in sonno”, bloccati sotto il materasso o dentro le cassette di sicurezza. Bloccati anche perché, con il rischio dell’accertamento sintetico (l’accertamento che colpisce i contribuenti che comprano beni non coerenti con la propria dichiarazione dei redditi), è spesso anche pericoloso spenderli. E, a parte le casse dello Stato, ne risente dunque anche l’economia reale.

Secondo quanto riferito alla Camera anche dal Procuratore Francesco Greco, ci potrebbero essere circa 150 miliardi in contanti chiusi nelle cassette di sicurezza in Italia e all’estero. Di quei 150 miliardi di euro, poi, se si incrociano una serie di dati, fino ad almeno un terzo, potrebbe essere rimasto entro i confini nazionali. Ci sarebbero insomma almeno 50 miliardi, in grado – se intercettati, magari tramite una procedura di regolarizzazione con bassa tassazione e senza sanzioni – di portare nelle casse erariali preziosi miliardi di euro, con tutti i conseguenti benefici per l’economia, derivanti dalla reimmissione nei circuiti regolari di questa massa di denaro.

Senza una tale opportunità, del resto, dal lato del contribuente, utilizzare quel denaro sarebbe oggi molto pericoloso, rischiando di incorrere nel reato di autoriciclaggio, punito fino anche a 12 anni di carcere. Un modo per procedere a tale regolarizzazione potrebbe allora consistere nel seguire proprio la ratio dell’accertamento sintetico, il cui scopo, come detto, è quello di individuare una capacità di spesa superiore rispetto al reddito dichiarato. E dato che il reddito accertabile sinteticamente deve essere superiore, rispetto a quello dichiarato, di almeno 1/5, ossia del 20% (è la cosiddetta soglia di scostamento reddituale), si potrebbe, per esempio, prevedere una regolarizzazione a costo zero per contanti fino al 20% del dichiarato (annuale) e sul resto una tassazione forfettaria, con riduzione (o esenzione) delle sanzioni.

La misura dell’esenzione fino ad una certa soglia (oltre che una riduzione/esenzione sulle sanzioni, giustificata anche dal fatto che detenere contante non è in sé illecito) potrebbe essere un buon incentivo ad emergere. Certo, bisognerebbe risolvere il problema di come evitare che attraverso una tale procedura si facilitino operazioni di riciclaggio di denaro sporco non collegato ad evasione fiscale, ma associato ad altri reati (droga, corruzione, estorsioni, etc). La misura, in sostanza, dovrebbe avere una rilevanza solo fiscale. Andrebbe allora pensato un meccanismo di verifica della provenienza e natura dei contanti, magari consentendo la regolarizzazione solo in caso di dimostrazione (con verifica da parte della GdF e dell’Agenzia delle Entrate), da parte del contribuente, del collegamento del contante all’evasione fiscale (del resto se fosse contante collegato ad un fatto lecito non ci sarebbe naturalmente nulla da regolarizzare). In pratica, una sorta di autodenuncia dell’evasione fiscale.

A quel punto, del resto, al contribuente converrebbe ammetterla, proprio per poter utilizzare proventi altrimenti difficilmente utilizzabili. Per capire meglio, facciamo un esempio. Ipotizzando un reddito dichiarato di 100.000 euro e un contante da fare emergere di 200.000, avremmo una franchigia di 20.000 (il 20% di 100.000). E applicando – sempre per esempio – un’aliquota del 10% sui 180.000 (200.000 meno la franchigia di 20.000), avremmo un’imposta da pagare di 18.000 euro. Oppure, ancora, se si calcolano importi più bassi (come più probabile, visto anche il livello medio degli importi dichiarati dai contribuenti italiani), con un dichiarato di 20.000 euro e un contante da far emergere di 50.000 euro, avremmo una franchigia di 4.000 euro (20% di 20.000) e, con un’aliquota del 10% su 46.000, e un’imposta da pagare di 4.600. E potrebbe essere una buona idea prevedere anche una destinazione vincolata delle somme così emerse (Pir, o Fondo per la ricostruzione delle aree colpite dal sisma, per esempio), a titolo di prestito non oneroso, con riconoscimento di un credito d’imposta da utilizzare in compensazione.

Naturalmente questo è solo uno spunto ma, lavorando sull’idea, ne potrebbe venir fuori qualcosa di interessante. Fatta questa operazione, infine, si potrebbe aprire un nuovo (forse ancor più rilevante) capitolo: procedere alla progressiva limitazione dell’uso del contante, incentivando l’utilizzo della moneta elettronica. La riduzione del costo del contante, stimato da Banca d’Italia in 8 miliardi di euro, la tracciabilità di tutte le transazioni, con evidenti riflessi positivi per la lotta contro il riciclaggio e l’evasione fiscale, la possibilità di creare nuove imprese e lo stimolo alla diffusione della cultura digitale, sarebbero sicuramente elementi positivi legati all’incentivazione di un circolante digitale. Ma, prima di fare questo, bisogna far emergere il contante nascosto.

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