Europa

Coronavirus, il modello italiano e quello che l’Europa deve far adesso

Fino al 21 febbraio sembrava che l’Italia non fosse colpita quasi per niente dalla crisi del Coronavirus. A Roma si contavano solo tre casi di contagio (una coppia di turisti cinesi e un italiano di ritorno dalla Cina): individuati ed isolati rapidamente, non avevano contagiato nessun altro.

Ma poi, il 21 febbraio si registrava un primo caso in Lombardia e quasi contemporaneamente un altro caso in Veneto. Ben presto si rendeva evidente l’impossibilità di ricostruire per questi casi la catena dei contagi: evidentemente – come hanno poi dimostrato i numerosi casi dei giorni successivi – in quelle zone l’epidemia era in corso già da settimane senza essere stata rilevata. Da allora l’Italia affronta una crescita esponenziale di contagi e decessi, ed essendo stata il primo paese europeo a confrontarsi con l’avanzare, perlopiù incontrollato, dell’epidemia, non ha potuto trarre né dalla propria storia né dall’esperienza di altri paesi europei un modello, sia pure approssimativo, al quale ispirarsi. La sera del 18 marzo sono stati dichiarati 35.713 casi accertati in tutto il Paese, tra i quali si contano più di quasi 3.000 decessi.
Con il senno di poi è facile giudicare troppo timide molte delle reazioni avute dallo Stato italiano. Ma al momento dei fatti sono state accolte, anche all’estero, con uno stupore di segno opposto: ci si chiedeva se fossero davvero necessarie. Fin dal 22 febbraio il Governo aveva istituito due zone rosse di quarantena molto ben delimitate, isolando rigorosamente undici comuni, tra Lombardia e Veneto, per un totale di circa 50.000 abitanti. Ma tutto ciò non bastava a frenare un’ulteriore avanzata del virus. Perciò, nel pomeriggio del 4 marzo è stata decisa la chiusura completa, tempestiva ed immediata, di tutti gli istituti di istruzione e formazione del Paese – dagli asili alle Università – a partire dal giorno successivo per un periodo inizialmente fissato a dieci giorni; nel frattempo la chiusura è stata estesa fino al 3 aprile. L’8 marzo il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, firmava un decreto che imponeva drastiche limitazioni a 16 milioni di abitanti della regione Lombardia e di altre 14 province dell’Italia settentrionale, vietando tutti gli eventi pubblici e consentendo ai cittadini di lasciare la propria abitazione solo per recarsi al lavoro, per fare la spesa o per altre incombenze irrinunciabili. Dopo soli tre giorni le limitazioni, ulteriormente inasprite, venivano estese nella notte a tutta l’Italia. Da allora tutti i ristoranti, i bar e i negozi che non vendono beni di prima necessità sono chiusi e i cittadini sono “condannati agli arresti domiciliari”.

Nel corso di una settimana, l’Italia è quindi passata dalla chiusura delle scuole alla chiusura dell’intero Paese, cambiando radicalmente paradigma. Nei primi giorni di marzo, il sindaco di Milano, Beppe Sala, poteva ancora lanciare lo slogan “Milano non si ferma”, mentre gli imprenditori e le loro associazioni, temendo conseguenze sull’economia, protestavano contro le ulteriori restrizioni persino in alcune delle zone di crisi più colpite della Lombardia.
Ma, adesso, è l’Italia ad essere un modello per l‘Europa, con le sue parole d’ordine principali: “distanziamento sociale” e “appiattire la curva dei contagi”. Infatti, non potendola più fermare, adesso si tratta di rallentare il diffondersi dell’epidemia, anche se questa circostanza ha costi altissimi nel campo dei diritti civili e in quello economico: si tratta però dell’unica possibilità di evitare il crollo del sistema sanitario e il tributo di altre innumerevoli vite.
Alle gravi conseguenze socio-economiche il Governo cerca di far fronte con una serie di misure: l’11 marzo, il Parlamento all’unanimità votava un primo stanziamento di 25 miliardi di euro aggiuntivi al bilancio dello Stato. A questo faceva seguito il dettagliato decreto del 16 marzo che, tra le altre questioni, prevede un notevole ampliamento della cassa integrazione per gli occupati, misure di sostegno al reddito per i lavoratori autonomi, bonus per i servizi di baby-sitting, dilazioni fiscali per le imprese e dilazioni del credito.
In conclusione, si può affermare che il Governo italiano, dopo un’iniziale titubanza, sia passato con decisione ad una linea che implica limitazioni fino a pochi giorni fa impensabili per un’Europa in tempo di pace.
Il volto che lo Stato italiano mostra ai suoi cittadini in questa crisi è soprattutto quello del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che, nei suoi discorsi alla nazione, di fatto unisce i ruoli di capo di Governo e capo di Stato. Lo contraddistingue una comunicazione estremamente efficace: Conte appare al contempo calmo e deciso, non edulcora la durezza delle limitazioni ed evidenzia la drammaticità della situazione ma, nello stesso tempo, si appella al senso civico degli italiani e sa trovare le parole giuste, ad esempio spiegando che: «Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci con più calore domani».
E i sondaggi gli danno ragione: in un sondaggio (a risposte multiple) pubblicato il 16 marzo, solo il 29% degli interpellati dichiarava di avere fiducia nel Governo in generale, ma il 74% riteneva che la linea del Governo nella crisi da Coronavirus fosse adeguata. Un ulteriore 13% avrebbe approvato persino misure ancora più restrittive, mentre solo il 5% riteneva che le misure vigenti fossero “esagerate”.

In Germania e in altri paesi, invece, per ora si continua ad insistere sulla necessità di evitare di fare all’italiana. Si tratta di una percezione del tutto distorta della situazione e di un affronto verso quello che l’Italia sta compiendo in questo momento. Il Governo italiano sta agendo con grande coraggio e coerenza e la popolazione italiana sta compiendo un’impresa notevole: nel giro di una notte ha incondizionatamente bloccato la propria vita sociale, da Bolzano a Palermo; le persone si evitano invece di uscire insieme, in una esemplare affermazione del bene comune e del senso di responsabilità. Intraprendere questa strada per primi in Europa è stato un atto di coraggio che implica una severa limitazione temporanea dei diritti democratici fondamentali (le libertà di riunione e di movimento). Inizialmente, le reazioni di molti partner, istituzioni e media europei, alle drastiche misure italiane sono state di scherno, sottovalutazione e immobilismo. Solo adesso che i casi di Covid-19 si diffondono con estrema velocità nell’intero continente, colpendo tutti i paesi dell’Unione, con insensato ritardo tutta l’Europa prende analoghe misure emergenziali e fare all’italiana diventa un modello da imitare per gli altri Stati europei.

In Italia, intanto, cresce sempre più la sensazione di essere stati, ancora una volta, abbandonati dall’Europa in una condizione di grave crisi: come ai tempi della crisi dell’euro cominciata nel 2008, e poi della crisi migratoria cominciata nel 2015 e ora, nel 2020, nella gestione della crisi da Coronavirus. Alla domanda “l’UE aiuta l’Italia?” uno schiacciante 88% risponde negativamente. Sono numeri che dovrebbero mettere in allarme la Germania e l’Europa. Per ora le risposte europee sono insufficienti e solo adesso comincia timidamente a sorgere la consapevolezza che la crisi da Coronavirus non è una crisi italiana, bensì una crisi europea. Le crisi passate avrebbero dovuto insegnarci che ogni parola ed ogni gesto hanno un peso. Invece, la conferenza stampa del 12 marzo della Presidente della BCE, Christine Lagarde, ha dato un’allucinante testimonianza di quell’ignoranza e arroganza che oggi in Italia vengono sempre più spesso associate all’Europa. Dichiarando di non volere un “whatever it takes 2.0” e che non è compito della BCE ridurre lo spread, Lagarde ha fatto sì che sul mercato lo spread dei titoli di Stato italiani schizzasse verso l’alto, mentre la fiducia degli italiani nei confronti del sostegno europeo crollava rovinosamente. Le successive scuse non sono servite a rimediare al danno fatto, come non è servita la dichiarazione resa il giorno dopo dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, secondo la quale la Commissione sarebbe pronta a fare «qualunque cosa sia necessaria per sostenere l’economia europea». Secondo l’ambasciatore italiano presso l’Ue, Maurizio Massari, nonostante l’Italia lo richieda da febbraio, nessuno Stato Membro ha ancora offerto il suo sostegno al Paese. Solo il 15 marzo, il Commissario europeo per l’Industria ha comunicato che da Germania e Francia erano in arrivo mascherine e attrezzature mediche. Troppo tardi per rimediare alla perdita di fiducia seguita al blocco delle esportazioni. L’unica a reagire con prontezza è stata la Cina che, nel frattempo, ha inviato in Italia due squadre di personale sanitario specializzato ottenendo grande riconoscenza da parte della popolazione.
Azioni scoordinate, comunicazioni confuse e rapporti poco solidali non sono certo il modo giusto per affrontare una crisi senza eguali in Europa. La crisi sarà un banco di prova per la tenuta dell’Europa. E a questa crisi l’Europa deve resistere impedendo una ricaduta nazionalista nel pensiero e nell’azione.
Ad essere decisivi sono i seguenti punti:
1. La definizione delle politiche sanitarie nazionali, inclusa l‘organizzazione e l’offerta di servizi sanitari, è di esclusiva competenza degli Stati Membri. Attualmente, in base all’art. 168 del TFUE, all’Unione spetta soltanto il ruolo di completare le politiche nazionali; la sua attività complementare si riflette nella formula «lotta contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero». Nonostante questa base giuridica, bisogna favorire un miglior coordinamento delle Istituzioni europee e in particolare del Consiglio EPSCO (occupazione, politiche sociali, salute e tutela dei consumatori). Il virus non conosce confini e solo un’azione rapida e concertata di questi attori politici ne può limitare la diffusione.
2. Per quanto riguarda la comunicazione, le Istituzioni europee devono relazionarsi tra loro con determinazione e coerenza. Nel 2012 il “whatever it takes” di Mario Draghi, assieme ad altre misure (si veda, per esempio, il meccanismo europeo di stabilità), era servito nel breve termine a tranquillizzare i mercati, mentre nel lungo termine aveva salvato l’euro. Vanno evitate, quindi, comunicazioni tardive e sbagliate.
3. In questo periodo l’Italia non può essere lasciata sola, l’Ue deve mostrare solidarietà. L’Unione dovrebbe affrettarsi ad attivare la clausola di solidarietà disciplinata dall’art. 222 del TFUE, per offrire solidarietà e assistenza. La clausola permette all’Ue di mobilitare tutti gli strumenti di cui dispone «qualora uno Stato membro sia vittima di una calamità naturale o provocata dall’uomo». Benché comprensibile dal punto di vista della preoccupazione nazionale, il blocco delle esportazioni di attrezzature mediche da parte di Germania e Francia ha costituito un attacco alla solidarietà europea.
4. Non da ultimo, sono necessarie misure preventive nell’ambito delle politiche economiche. Già prima della crisi da Covid-19 l’Italia era sull’orlo della recessione ed è solo questione di tempo prima che ne risentano fortemente le finanze pubbliche, il settore bancario e l’economia reale. Che l’Ue mostri “massima flessibilità”, consentendo ai 27 Governi di aumentare la spesa pubblica e di mettere a disposizione aiuti di Stato, è un primo segnale positivo. È necessario che da un lato le Istituzioni dell’Unione e dall’altro Germania e Francia, in quanto prima e seconda economia europea, dimostrino una disponibilità continua ad un sostegno economico e materiale.
5. Questa crisi straordinaria dovrebbe convincere tutti gli attori coinvolti (le Istituzioni Ue e i Governi nazionali) della necessità di mettere a disposizione dell‘Unione ulteriori strumenti economici e politici per gestire crisi congiunturali e strutturali. Alla luce della crisi attuale e degli effetti negativi che ne scaturiranno, l’Europa dovrebbe chiedersi seriamente se non sarebbe utile rivedere dimensioni e priorità del bilancio europeo per il periodo 2021-2027 e fissarne l’ammontare, come proposto dall’Europarlamento, all’1,3% del Pil.
Il Virus non conosce confini e neanche la risposta al Virus deve conoscere confini!

Tobias Mörschel è direttore dell’ufficio di Roma della Fondazione Ebert; Michael Braun è consigliere scientifico della Fondazione Ebert; Luca Argenta è collaboratore scientifico della Fondazione Ebert.

Articolo pubblicato dalla Fondazione Ebert il 19 marzo

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