Criminalità, l’evoluzione del potere mafioso. I risultati della Relazione DIA 2° semestre 2019

È stata recentemente pubblicata la Relazione della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) relativa al secondo semestre del 2019. Gli appuntamenti semestrali di questo importante organo investigativo, voluto da Giovanni Falcone, sono molto importanti perché offrono un quadro costantemente aggiornato della criminalità organizzata italiana e straniera, i suoi settori di interesse, le proiezioni internazionali, l’evoluzione organizzativa, i collegamenti con poteri occulti e terrorismo.
Fatta questa premessa, non si può non rilevare come, mettendo in fila le Relazioni semestrali di ogni anno, le analisi sono concordi nel rilevare il progressivo estendersi delle mafie su tutto il territorio nazionale, l’ingresso in nuove attività economiche, i rapporti con organizzazioni criminali di altri paesi.
Tra di esse l’accento viene posto su un settore relativamente nuovo, quale il gioco d’azzardo. E non poteva essere diversamente. Leggiamo insieme un passo della Relazione, quando afferma: «Nel paniere degli investimenti criminali, il gioco rappresenta uno strumento formidabile, prestandosi agevolmente al riciclaggio e garantendo alta redditività: dopo i traffici di stupefacenti è probabilmente il settore che assicura il più elevato ritorno dell’investimento iniziale, a fronte di una minore esposizione al rischio». Camorra, ’Ndrangheta, Mafia, criminalità pugliese: la torta dei giochi (106 miliardi di euro nel 2018 le sole giocate legali) fa gola a tutte le organizzazioni e le inchieste registrano rapporti di «alleanza funzionale» tra differenti clan. Il settore, rileva ancora la Dia, crea inoltre un reticolo di controllo del territorio, senza destare allarme sociale, come nel caso dello spaccio di droga. «La disseminazione dei punti di raccolta scommesse è paragonabile alla rete di pusher di una piazza di spaccio, con l’evidente differenza che i primi raccolgono denaro virtuale – senza destare clamore – immediatamente canalizzato all’estero e quindi più facile da riciclare». Dunque, all’enorme potere economico e finanziario derivante dal traffico di sostanze stupefacenti si unisce adesso anche quello del gioco e delle scommesse clandestine che, insieme alle altre molteplici attività, consentono alle mafie italiane di disporre di incalcolabile liquidità: essa, attraverso il riciclaggio, rifluisce nell’economia legale, con effetti devastanti di condizionamento e di inquinamento che ne derivano.
Dall’inquinamento economico a quello politico-amministrativo il passo è breve e la relazione ne evidenzia gli effetti, ponendo in evidenza l’elevato numero di Enti locali dei quali è stato disposto lo scioglimento per inquinamento mafioso.

L’infiltrazione negli Enti locali, dicono gli analisti della Dia, «si conferma come irrinunciabile» per le organizzazioni criminali: attraverso i funzionari pubblici le cosche riescono a mettere le mani sulle risorse della Pubblica amministrazione e consente loro di rendersi «irriconoscibili, di mimetizzare la loro natura mafiosa riuscendo addirittura a farsi apprezzare per affidabilità imprenditoriale». Ed è quest’ultima la «leva» che, soprattutto nelle regioni del Nord, attrae decine di professionisti e imprenditori che si «propongono alle cosche». Passaggio, questo, di inquietante importanza dal momento che inquadra il sovvertimento del tradizionale rapporto che vuole le imprese vittime della pressione mafiosa, per evidenziarne il mutamento in vera e propria “richiesta di mafia”. Ai 51 Enti locali già indicati nella Relazione relativa al primo semestre 2019, se ne sono aggiunti altri 6 tra cui quello di Saint Pierre in Valle d’Aosta, piccolo comune di tremila abitanti, il primo in assoluto in questa regione. Il fatto che 16 Enti locali siano stati sciolti più volte, evidenzia «una continuità nell’azione di condizionamento delle organizzazioni mafiose in grado di perpetuarsi per decenni e a prescindere dal posizionamento politico dei candidati».
Anche l’infiltrazione negli Enti locali – in alcuni casi l’occupazione – consente il controllo del territorio, intendendo non solo e non tanto il controllo militare ma quello economico, imprenditoriale e produttivo, agevolato dalla “richiesta” degli stessi imprenditori che, come la Dia sottolinea impietosamente, «si propongono alle cosche».

La Relazione sente la necessità e l’urgenza di non limitare la propria analisi al secondo semestre del 2019 e anticipa in qualche modo lo scenario criminale creatosi in Italia per effetto della pandemia da Covid-19 nel primo semestre del 2020. Come sempre accade, i periodi di crisi accendono con immediatezza l’interesse delle mafie che colgono le opportunità che ne derivano. È accaduto nella grave crisi finanziaria prima ed economica poi del 2008; accade adesso. «Una crisi – commenta la Relazione – che potrebbe finire per compromettere l’azione di contenimento sociale che lo Stato, attraverso i propri presidi di assistenza, prevenzione e repressione ha finora, anche se a fatica, garantito», generando problemi di ordine pubblico. È in questo contesto che si inseriscono le mafie. Da un lato le organizzazioni si fanno infatti carico di fornire un «welfare alternativo» a quello dello Stato, un «valido e utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale»; dall’altro, lavorano per «esacerbare gli animi» in quelle fasce di popolazione che cominciano «a percepire lo stato di povertà a cui stanno andando incontro». Oltre a puntare «a consolidare il proprio consenso sociale attraverso forme di assistenzialismo, anche con l’elargizione di prestiti di denaro», le mafie e la ’Ndrangheta in particolare, «vorranno ancora più stressare il loro ruolo di player affidabili ed efficaci anche su scala globale».

A causa del disperato bisogno di liquidità, infatti, «non è improbabile – avverte ancora la Dia – che aziende di medie e grandi dimensioni possano essere indotte a sfruttare la generale situazione di difficoltà per estromettere altri antagonisti al momento meno competitivi, facendo leva su capitali mafiosi» e che «altre aziende in difficoltà ricorreranno ai finanziamenti delle cosche», senza sottovalutare il fatto che la semplificazione delle procedure di appalto «potrebbe favorire l’infiltrazione delle mafie negli apparati amministrativi». Tra i settori di maggiore interesse, quello sanitario, innanzitutto, «appetibile» sia per le enormi risorse che saranno a disposizione, sia per il controllo sociale che può garantire. Poi ci sono il turismo, la ristorazione e i servizi connessi alla persona, i più colpiti dal Covid, dove la «diffusa mancanza di liquidità espone molti commercianti all’usura». E si sa bene che i prestiti ad usura preludono assai spesso al passaggio di proprietà di aziende e attività commerciali. E, ancora, «i fondi che verranno stanziati per il potenziamento di opere e infrastrutture anche digitali: la rete viaria, le opere di contenimento del rischio idrogeologico, le reti di collegamento telematico, le opere per la riconversione ad una green economy, l’intero ciclo del cemento», possono entrare a far parte degli obiettivi nel mirino delle associazioni mafiose.

In un articolo apparso sul The Guardian il 26 aprile scorso, Roberto Saviano segnalava come «la Polizia italiana ha già lanciato l’allarme sull’interesse dei clan ad investire nella produzione e distribuzione del cosiddetto “kit da epidemia”, composto da mascherine, gel igienizzante e guanti di lattice, prodotti oggi quasi introvabili e la cui massiccia richiesta (che sicuramente è destinata a permanere nei prossimi mesi) ha fatto salire i prezzi alle stelle ovunque. Per la ’Ndrangheta non sarebbe un business totalmente nuovo, dato che da anni è entrata con i suoi capitali nel settore delle farmacie e parafarmacie, come diverse inchieste dell’Antimafia italiana hanno dimostrato».

Quanto alle singole organizzazioni mafiose nazionali «le risultanze investigative e giudiziarie del semestre di riferimento restituiscono, ancora una volta, l’immagine di una ’Ndrangheta silente, ma molto attiva sul fronte affaristico imprenditoriale, sempre più leader dei grandi traffici internazionali di droga, quindi in costante ascesa per ricchezza e “prestigio”».

La compattezza organizzativa fondata sui vincoli tradizionalistici e familiari, la rendono ben salda e poco esposta ai rischi del pentitismo.
Proprio questo risulta tuttora l’aspetto principale che pone la ’Ndrangheta quale interlocutore privilegiato per i più importanti gruppi criminali stranieri, in quanto partner affidabile per qualsivoglia affare transnazionale.
I narcos sudamericani, in particolare, paiono apprezzare ormai da diversi decenni l’impermeabilità delle consorterie, ciò che rende la ’Ndrangheta sicuramente l’organizzazione criminale più “referenziata” sul piano internazionale e, soprattutto, in grado di instaurare interazioni e forme di collaborazione con interlocutori di qualsiasi tipo. Le più importanti inchieste degli ultimi anni hanno fatto ampia luce proprio sulla spiccata attitudine degli ’ndranghetisti a relazionarsi efficacemente sia con efferate organizzazioni criminali estere, quali appunto i narcos, sia con le altre organizzazioni mafiose del Paese, sia con esponenti politici, imprenditori o professionisti in grado di favorire la produttività dei propri business. Capacità adattativa che ha permesso ai clan di acquisire sempre più segmenti di infiltrazione anche nel panorama politico ed istituzionale, conseguendo appalti e commesse pubbliche. Allo stesso modo, la penetrazione dei più svariati settori imprenditoriali favorisce l’inserimento nei circuiti societari più sani, talvolta “scalandoli” fino a raggiungerne la titolarità e, comunque, utilizzandoli per il riciclaggio dei proventi illecitamente accumulati al fine di acquisirne di nuovi sempre più ingenti.
Accanto a quanto sin qui detto, anche le più recenti inchieste condotte da varie DDA, delle quali si darà di seguito rapida rassegna, evidenziano l’estrema vitalità delle cosche di ’Ndrangheta sul territorio nazionale. L’operazione “Grimilde” della DDA di Bologna ha portato al sequestro di duemilatrecento milioni di euro ed all’arresto di 16 indagati per associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione, truffa aggravata di circa 7 milioni euro in danno dell’Agea, Agenzia europea per gli aiuti in agricoltura, e altro. Tra gli arrestati, uno degli organizzatori della truffa, presidente del consiglio comunale di Piacenza, dipendente della locale Agenzia delle entrate, collegato al boss di ’Ndrangheta Francesco Grande Aracri. Altra attività della cosca riguardava un traffico di decine di lavoratori disoccupati e bisognosi, reclutati in Emilia Romagna e formalmente assunti da una impresa di Firenze, che in realtà era solo un paravento, dall’Emilia Romagna verso cantieri del Belgio, dove operavano società di costruzione albanesi. Un terzo del compenso per il lavoro prestato finiva nelle tasche della ’Ndrangheta, mentre i carpentieri e i muratori ottenevano pagamenti da fame.
Il 15 luglio la DDA di Venezia ha richiesto e ottenuto l’arresto di 33 indagati per associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, estorsione, rapina, usura, ricettazione, riciclaggio, turbata libertà degli incanti, furto aggravato, favoreggiamento, violazione delle leggi sulle armi, con le aggravanti mafiose ed al sequestro di tre milioni euro. Gli arrestati facevano capo a quattro famiglie mafiose originarie della Piana di Gioia Tauro con ramificazioni in diversi comuni della provincia di Verona come Villafranca Veronese, Valeggio sul Mincio, Lazise e Isola della Scala. Le quattro famiglie hanno infiltrato l’economia locale in particolare nei settori dell’edilizia, del movimento terra, dell’impiantistica e cartellonistica, trovando imprenditori complici – ma anche molti costretti con l’intimidazione – per il riciclaggio dei capitali derivanti soprattutto dallo spaccio di stupefacenti.
Secondo il comandante dei Ros, l’indagine «conferma l’enorme pericolosità della ’Ndrangheta, non solo nel controllo del territorio ma anche per il fatto di avere un’enorme liquidità capace di corrompere il tessuto economico e produttivo in cui si insedia». A sua volta, la DDA di Milano con l’Operazione “Quadrato-bis” culminata con l’arresto di 17 indagati di associazione di tipo mafioso, appartenenti alle cosche Barbaro, Marando, Agresta, originarie di Platì e già residenti a Buccinasco, accerta che quella località era ormai solo la «sede legale della Mafia S.p.a.», mentre le attività si sono spostate in piccoli centri al confine con la provincia di Pavia, nei quali era più facile passare inosservati e gestire le proprie attività criminali, in particolare il traffico di sostanze stupefacenti. Altre importanti operazioni, condotte dalla DDA di Catanzaro, hanno colpito le cosche operanti nelle zone di Vibo Valentia e Lametia Terme ed entrambe hanno messo in evidenza collegamenti con personaggi delle Istituzioni e della politica. E ancora, sono emerse proiezioni in Canada (che insieme all’Australia ha costituito un secolare territorio di insediamento di potenti cosche della ’Ndrangheta), Bulgaria, Svizzera, Belgio. A questo proposito, la Relazione cita l’operazione “Geenna”, all’esito della quale è stata evidenziata la presenza di un locale di ’Ndrangheta operante in Valle d’Aosta, riconducibile ad una cosca Nirta di San Luca (RC), associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti tra la Spagna e l’Italia, che aveva basi logistiche ed appoggi in tutta Italia e nei principali paesi europei, quali Germania, Olanda e Belgio, funzionali ad assicurare l’ingresso e lo smistamento dei carichi di cocaina in Europa.

Passando a Cosa Nostra, la Relazione riferisce che essa si presenta ancora come un’organizzazione unitaria e verticistica legata fortemente alle proprie radici territoriali, ma anche proiettata ben oltre i confini nazionali. La micro criminalità locale viene spesso impiegata come forma di manovalanza, garantendo in questo modo alle potenti famiglie sia il controllo del territorio, sia la “fidelizzazione” dei criminali, anche stranieri. L’esigenza di ricostituire una struttura unitaria, disarticolata dopo le stragi del 92-93 in Sicilia e sul continente fu lo scopo della riunione dei capi mandamento, del 29 maggio 2018, «indirizzata alla ricostituzione di un organismo centrale con funzioni di direzione e coordinamento sulle attività criminali di rilievo inter mandamentale».
Tale organismo avrebbe dovuto riassumere le competenze di un tempo per l’individuazione delle linee strategiche ed operative dell’organizzazione, la risoluzione di attriti e conflitti tra le varie articolazioni mafiose, nonché per la scelta dei vertici mandamentali. Tentativo che avrebbe dovuto consentire il rientro nel gotha mafioso dei componenti della famiglia Inzerillo, rifugiatisi negli Stati Uniti per sfuggire al massacro operato dai corleonesi di Totò Riina ai danni dei Bontade, Inzerillo e Riccobono. Recupero dei rapporti con Cosa Nostra d’oltreoceano, ripresa del controllo sul commercio, le attività edilizie, la distribuzione delle sostanze stupefacenti e la ricostituzione dei collegamenti con ambienti politici e istituzionali, erano da ritenersi tutti segnali di un lento ma progressivo superamento della crisi che aveva costretto Cosa Nostra palermitana all’inabissamento. Più vitale la mafia trapanese e in particolare quella di Mazara del Vallo, anche grazie alla lunga latitanza del rappresentante provinciale Matteo Messina Denaro, dotato di grande prestigio personale, effettivo continuatore del ruolo di Riina, depositario dei segreti relativi ai mandanti occulti delle stragi e di alte protezioni massoniche.

In Campania, la criminalità organizzata di tipo mafioso si conferma un fenomeno in continua trasformazione, anche in ragione di un tessuto sociale molto complesso. La Relazione evidenzia che la rilevanza mediatica derivante da numerosi e gravi episodi criminosi (agguati, sparatorie, intimidazioni), verificatisi soprattutto nella città di Napoli, non deve indurre a pensare ad una Camorra come a una matrice delinquenziale di basso cabotaggio, a un semplice scontro tra bande rivali prive di caratura criminale. Si tratta in effetti di piccole realtà criminali subalterne alle grosse organizzazioni, che conferiscono loro legittimazione e dalle quali dipendono operativamente. Al contrario, le storiche organizzazioni camorristiche dell’area napoletana e del casertano hanno creato, nel tempo, veri e propri apparati imprenditoriali, capaci di influenzare ampi settori dell’economia, locale e nazionale (giochi, ristorazione, comparto turistico-alberghiero, edilizia, rifiuti), evidenziando
una resilienza capace di assorbire i continui colpi dello Stato e di mantenere comunque stabile la propria capacità operativa.

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