Crisi da Coronavirus, economia mondiale giù del 5% nel 2020. Italia tra i paesi più in difficoltà

La crisi economica mondiale generata dalla pandemia di Covid, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), dovrebbe avere un impatto sulla crescita globale pari a -4,9% nel 2020, 1,9 punti percentuali al di sotto delle previsioni dell’aprile 2020. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il calo globale delle ore di lavoro nel primo quadrimestre del 2020 rispetto all’ultimo del 2019 è stato equivalente alla perdita di 130 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Il calo nel secondo quadrimestre del 2020 invece equivarrebbe a più di 300 milioni di posti di lavoro persi.
Uno degli elementi che hanno maggiormente contribuito a rivedere al ribasso la previsione del World Economic Outlook (WEO) di aprile riguarda i dati relativi al livello di consumi della popolazione. La contrazione dei consumi privati riflette una combinazione tra il forte shock negativo sulla domanda aggregata dovuto all’allontanamento sociale e all’isolamento, nonché alla tendenza, da parte dei singoli, ad aumentare i propri risparmi a scopo precauzionale. Vi è inoltre la previsione di un’ulteriore riduzione degli investimenti a causa della propensione delle imprese a rinviare le spese in conto capitale in un contesto di elevata incertezza. Gli autori del WEO riconoscono come vi sia un’enorme incertezza sulle proiezioni economiche, dato che la previsione dipende fortemente della contrazione economica nel secondo trimestre del 2020 (per la quale non sono ancora disponibili dati completi), nonché dall’entità e dalla persistenza dello shock negativo. Questi elementi, a loro volta, dipendono da diversi fattori difficilmente prevedibili e misurabili. Tra questi possono essere citati: a) la durata della pandemia e le necessarie misure di blocco; b) l’allontanamento sociale volontario, che inciderà sui livelli di spesa; c) la capacità dei lavoratori rimasti senza impiego di assicurarsi un’occupazione, possibilmente in settori diversi; d) la chiusura di aziende e la presenza di lavoratori disoccupati che, una volta usciti del tutto dalla forza lavoro, possono rendere più difficile il “rimbalzo” dell’attività una volta svanita la pandemia; e) l’impatto dei costi aziendali richiesti per rafforzare la sicurezza sul posto di lavoro; f) il modo in cui verranno riconfigurate le catene di fornitura globali e l’impatto che questa riconfigurazione avrà sulla produttività delle aziende che cercano di migliorare la loro resilienza rispetto a future possibili interruzioni della catena di produzione; g) i livelli di crescita che farà registrare la Cina, dato che secondo le previsioni dovrebbe essere proprio la crescita cinese a fare da traino alla ripresa globale. Infine, l’eventuale ripresa dalla crisi potrebbe venir messa in pericolo qualora non si dovesse raggiungere una soluzione duratura alle tensioni commerciali e tecnologiche che hanno caratterizzato i rapporti sino-americani negli ultimi anni.
Se il contesto generale e le incertezze rispecchiano una situazione comune a tutti gli attori mondiali, esistono tuttavia differenze sostanziali tra le singole economie, che riflettono l’evoluzione della pandemia e l’efficacia delle strategie di contenimento: la variazione della struttura economica (ad esempio, la dipendenza da settori fortemente colpiti, come il turismo e il petrolio); la dipendenza dai flussi finanziari esterni, comprese le rimesse, e le tendenze di crescita pre-crisi. Per quanto riguarda le economie più avanzate, la crescita prevista dal Fmi è pari a -8% nel 2020, 1,9 punti percentuali in meno rispetto al WEO dell’aprile 2020. Sono previste profonde recessioni sincronizzate negli Stati Uniti (-8%); in Giappone (-5,8%); nel Regno Unito (-10,2%); in Germania (-7,8%); in Francia (-12,5%); in Italia e Spagna (-12,8%). Nel 2021 il tasso di crescita delle economie avanzate dovrebbe rafforzarsi al 4,8%, lasciando il Pil del 2021 per il gruppo circa il 4% al di sotto del livello del 2019.

In questo contesto, l’Italia sarebbe uno dei paesi maggiormente in difficoltà. Come evidenziato da un’analisi dell’Economist Intelligence Unit, l’Italia «si presenta sempre più come l’uomo malato d’Europa». Essa, dopo una riduzione del Pil del 5,3% nel primo quadrimestre, avrebbe fatto registrare un ulteriore calo del Pil pari al 15,3% nel secondo quadrimestre del 2020. Nel terzo trimestre di quest’anno la produzione italiana sarà ai livelli registrati per l’ultima volta nel 1997. Ciò riflette l’impatto combinato delle precedenti misure di lockdown, delle prospettive negative per il settore turistico, cruciale per l’economia italiana, e della mancanza di spazio fiscale per il rilancio dell’economia. Non sorprende in questo contesto che anche la ripresa dell’Italia sarà lenta, tornando ai livelli del Pil pre-Coronavirus solo nel 2024.
L’altissimo livello d’incertezza intorno all’evoluzione della pandemia è un fattore chiave per le prospettive economiche, dal momento che ostacola l’individuazione e l’analisi dei principali elementi di rischio sistemico. La recessione potrebbe essere meno grave del previsto se la normalizzazione economica dovesse procedere più rapidamente di quanto attualmente ipotizzato. Ad esempio, in Cina la ripresa degli investimenti e dei servizi fino a maggio è stata più forte del previsto. Altri elementi che potrebbero favorire un’uscita più rapida dalla recessione riguardano le scoperte mediche e i cambiamenti nei comportamenti degli individui (distanziamento sociale) che potrebbero consentire ai sistemi sanitari di affrontare meglio la situazione senza richiedere estesi e rigorosi blocchi. Lo sviluppo di un vaccino sicuro ed efficace aumenterebbe, infine, la fiducia nel futuro prossimo e potrebbe portare ad un miglioramento dei dati relativi alla crescita nel 2021. Ciò potrebbe accadere anche qualora la produzione di vaccini non dovesse aumentare abbastanza velocemente da garantire l’immunità del gregge entro la fine del 2021.
I rischi, tuttavia, rimangono significativi. I focolai potrebbero ripresentarsi in luoghi che sembrano aver superato il picco di infezione, richiedendo la reimposizione di almeno alcune misure di contenimento. Al riguardo, gli ultimi dati sulla diffusione del contagio negli Stati Uniti, in America Latina e in India non fanno ben sperare per una rapida uscita dalla crisi. Le condizioni finanziarie potrebbero di nuovo inasprirsi allo stesso modo che nel periodo gennaio-marzo, esponendo alcune economie ad una crisi del debito con un ulteriormente rallentamento dell’attività economica. Più in generale, le ricadute transfrontaliere derivanti da una domanda esterna più debole e da condizioni finanziarie più rigide potrebbero amplificare ulteriormente l’impatto degli shock specifici per paese o regione sulla crescita globale. Inoltre, la notevole risposta politica, dopo l’improvviso arresto iniziale dell’attività, potrebbe finire per essere “ritirata” prematuramente o per essere diretta in modo improprio, comportando un’errata allocazione delle risorse con il rischio di danneggiare alcune relazioni economiche produttive.

Per quanto riguarda le misure da adottare a livello governativo per favorire l’uscita dalla crisi, gli autori del WEO mettono in luce come la riduzione di una serie di politiche di sostegno mirato – quali i sussidi salariali per i lavoratori in esonero, i trasferimenti di denaro, l’assicurazione contro la disoccupazione, le garanzie di credito per le imprese e le moratorie sul servizio del debito – dovrebbe procedere gradualmente per evitare improvvise perdite di reddito e fallimenti, proprio quando l’economia sta iniziando a riguadagnare terreno. La sequenza in cui le misure verranno ridotte o rimodulate dovrebbe tener conto della struttura dell’occupazione – ad esempio, la quota di lavoratori autonomi, la distribuzione delle imprese tra i settori che registrano tassi di ripresa diversi e il grado di informalità dell’economia. Laddove lo spazio fiscale lo permetta, il sostegno in questo senso può essere sostituito tanto da investimenti pubblici allo scopo di accelerare la ripresa, quanto da un aumento della spesa nella rete di sicurezza sociale in modo da proteggere le categorie più vulnerabili. I primi potranno favorire la transizione verso una digitalizzazione dell’economia e ad un sistema produttivo a basse emissioni di carbonio. Il secondo sarà particolarmente importante dato che la pandemia ha avuto un impatto significativo sui lavoratori meno qualificati (che potrebbero avere più difficoltà ad ottenere un nuovo impiego rispetto ai lavoratori più qualificati) e sulle famiglie a basso reddito (che potrebbero non avere risorse adeguate all’acquisto di beni di prima necessità). Allo stesso tempo, i sussidi all’assunzione e la spesa per la formazione dei lavoratori dovranno aumentare per facilitare la riallocazione su settori con una domanda in crescita e lontano da quelli che potrebbero essere permanentemente danneggiati e ridotti dalla pandemia.
È importante sottolineare la notevole incertezza che circonda questi scenari, e la totale mancanza di modelli storici che possano fare da riferimento per la situazione attuale. Non è un caso che gran parte delle banche in questi mesi abbiano dovuto rivedere i modelli (statistici-economici) con cui conducono le valutazioni del rischio di credito, proprio perché tanto gli effetti del Covid sull’economia mondiale quanto la reazione dei principali governi sono stati senza precedenti, tanto da far venir meno qualsiasi riferimento storico su cui basare, appunto, i modelli per la valutazione del rischio.

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