Dialogo Italia-Cina. Sun Yanhong a colloquio con Gian Maria Fara, Presidente Eurispes: “Siamo in una nuova era. Serve più cooperazione e meno competizione”

Di fronte alla peggiore emergenza globale per la salute pubblica dalla fine della Seconda guerra mondiale, il rafforzamento della cooperazione internazionale è la strategia di risposta corretta, mentre lo scambio di accuse tra diversi paesi ritarderà solo l’opportunità di combattere l’epidemia e causerà maggiori perdite.

Il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, e Sun Yanhong, ricercatrice associata presso l’Istituto di studi europei dell’Accademia cinese delle scienze sociali e segretario generale dell’Associazione cinese per gli studi italiani, dialogano sulle possibilità di uno sviluppo positivo della globalizzazione, sulle conseguenze della pandemia, sulla futura cooperazione Cina-Ue e Cina-Italia. L’intervista al Presidente Fara è stata pubblicata sul quotidiano cinese Guangming Daily https://epaper.gmw.cn/gmrb/html/2020-06/12/nw.D110000gmrb_20200612_1-12.htm.

Negli ultimi anni, ci sono stati sempre più dubbi sulla globalizzazione nella comunità internazionale. Durante la pandemia di Covid-19, alcuni governi e media che una volta la sostenevano hanno iniziato a metterla in discussione. Cosa ne pensa del futuro della globalizzazione? Questa pandemia diventerà una svolta nella globalizzazione?
La globalizzazione non è una “libera scelta” che qualcuno ha deciso di attuare; al contrario, è un processo di integrazione mondiale economica, sociale, culturale, in continua evoluzione, fondato su precisi trend di sviluppo economico, produttivo, finanziario resi possibili da un progresso scientifico e tecnologico con pochi precedenti nella storia umana. Un processo, va sottolineato, che produce grandi benefici e costi diffusi. La globalizzazione – di cui tutti siamo direttamente o indirettamente dei protagonisti – da un lato ha permesso a centinaia di milioni di donne e uomini di uscire dalla povertà e dalla fame, ha accelerato gli scambi di informazioni e conoscenze, ha promosso nuovi stili di vita e nuove relazioni sociali, ha avvicinato i popoli. Ma, dall’altro, ha anche causato dei grandi squilibri e danni, ad esempio, all’ambiente. Proprio per questi aspetti contraddittori e per i cambiamenti profondi nei rapporti tra le comunità umane, la guida di questo complesso processo di globalizzazione non può essere lasciata soltanto alla responsabilità dell’economia e della finanza. È necessario, invece, che la “Politica” – nel senso più alto e positivo del termine – riprenda il suo ruolo guida, moderi gli eccessi e affronti le contraddizioni che la globalizzazione genera. Mai come in questo periodo, la “Politica” deve svolgere il compito di indirizzare i flussi dell’economia secondo una prospettiva che renda accettabile, e dignitosa, la vita per gli individui, nel nostro tempo e per le generazioni future. Ciò deve avvenire all’interno di ogni paese, ma secondo una logica sovranazionale che permetta di coordinare gli interventi in un clima di reale collaborazione internazionale.

Se allarghiamo la nostra prospettiva sull’intero processo di sviluppo umano, come vede le catastrofi e le opportunità offerte dalla pandemia di Covid-19 per la società umana? La pandemia causerà cambiamenti significativi nello stile di vita umano, nei metodi di produzione e nel modo di pensare?
Certamente questa tragica, comune esperienza universale è destinata ad incidere profondamente nella mentalità delle persone. Saremo tutti indotti a riflettere maggiormente, ad esempio, su ciò che è essenziale e quanto lo è meno nella vita delle comunità umane; sulla capacità della Terra di sopportare l’attività antropica. Degno di nota è anche il fatto che in questi mesi terribili le persone hanno come riscoperto dei valori che erano stati offuscati negli ultimi decenni. Penso a valori come la solidarietà e lo spirito di comunità; a diritti fondamentali come la salute, la vita, il lavoro; penso all’importanza riconosciuta al ruolo dei servizi pubblici come i sistemi sanitari nazionali, i servizi di emergenza, di assistenza, di ricostruzione.

Poiché l’impatto sociale causato dall’epidemia continua ad espandersi, sempre più persone credono che l’epidemia aggraverà la disuguaglianza economica all’interno dei paesi e amplierà, anche, il divario economico tra economie sviluppate e paesi in via di sviluppo. Quali sono i suoi commenti su questo? Ha qualche suggerimento per la comunità internazionale su come affrontare questo problema?
Così come la crisi sanitaria ha origine nella globalizzazione – vorticoso movimento di beni, servizi e di esseri umani –, l’uscita dall’emergenza potrà avvenire solo se tutte le aree regionali del mondo opereranno in maniera omogenea, utilizzando al meglio le istituzioni e gli organismi formali e informali di coordinamento internazionale che hanno costruito in questi anni. Il rischio di un approfondimento delle disuguaglianze all’interno dei singoli stati e tra le diverse aree del mondo è reale. Questo rischio può essere combattuto solo attraverso l’azione-guida di una “Politica” responsabile, in grado di promuovere interventi sistemici di ripresa e orientati da un sistema di relazioni internazionali improntate ad una reale, sincera apertura e condivisione delle problematiche globali.
Nel discorso al vertice virtuale dei leader straordinari del G20 sul Covid-19 il Presidente cinese, Xi Jinping, ha dichiarato che l’epidemia non ha confini. Quindi, la comunità internazionale deve intensificare, in modo completo, la cooperazione internazionale e promuovere una maggiore sinergia affinché l’umanità come una unità possa vincere la battaglia contro il Covid-19. Cosa ne pensa di questo punto?
Come ho già affermato, la cooperazione internazionale è uno strumento indispensabile se si vuole uscire dalla crisi “prima e meglio”. Tentare di affrontare, e risolvere, problemi come quelli generati dalla pandemia all’interno dei confini nazionali o, peggio ancora, con politiche aggressive verso l’esterno, è manifestazione di politiche miopi e inconcludenti, oltre che pericolose. Non vi è dubbio che la pandemia mondiale ha cambiato lo scenario che abbiamo avuto finora come riferimento: siamo entrati in una fase nuova nella quale è imperativo operare con più cooperazione e meno competizione; e, gli organismi internazionali di coordinamento – come il G20 – devono adattare le loro mentalità, il loro approccio, i loro piani ai problemi comuni, per affrontare in modo realmente adeguato i nuovi bisogni. Ma una vera cooperazione implica un confronto tra le diversità, una sincera attitudine al rispetto e alla comprensione dell’altro. In altre parole, un cambiamento profondo degli atteggiamenti registrati finora in àmbito internazionale; la costruzione di modelli operativi orientati anche da valori culturali, etici, politici che siano espressione di un’idea condivisa di solidarietà per un nuovo cammino comune.

Cosa pensa delle misure prese dalla Cina per combattere l’epidemia e della Cina che ha donato forniture mediche e ha condiviso esperienze mediche con molti paesi durante la pandemia di Covid-19?
In questo periodo le informazioni sulle vicende della Cina ci sono state fornite dai mass media e da alcuni rapporti e note ricevuti da colleghi cinesi come, ad esempio, l’Istituto degli Studi Europei-CASS di Pechino, o lo Shanghai Institute for International Studies (SIIS) di Shanghai, che abbiamo, in parte, anche pubblicato sul magazine ufficiale del nostro Istituto Eurispes. Da questo insieme di informazioni abbiamo visto un paese, la Cina, che ha combattuto con molta energia la diffusione del Covid-19 e che è arrivato vicino a vincere la sua battaglia. È un esempio per tutti noi. D’altro canto, la Cina ha manifestato degli importanti segnali di reale collaborazione e solidarietà nel mondo e, in particolare, in Italia. Questo è un fatto che ha colpito tutti noi profondamente. Ho nella mente, ad esempio, l’immagine della nave di aiuti arrivata dalla Cina nel porto di Trieste; come ho in mente il grande senso di responsabilità dimostrato in questa vicenda dalle numerose comunità cinesi che vivono in Italia – a Roma come a Prato-Firenze – le comunità più grandi d’Europa, che hanno contribuito molto a tenere più basso l’attacco della pandemia.

Nella lotta contro l’epidemia e anche nella fase di ripresa economica dell’era post-epidemica, in quali settori pensa che la Cina e l’Ue abbiano il maggior potenziale per rafforzare la cooperazione?
In genere gli esperti distinguono tra una cooperazione hard ed una cooperazione soft. La prima riguarda la produzione dei beni e servizi economici; è una cooperazione che dovrebbe essere orientata a produrre vantaggi reciproci da rapportare, però, non soltanto alla quantità, ma anche alla qualità dello sviluppo da promuovere; a questo riguardo penso, ad esempio, all’importanza di azioni condivise per l’economia circolare. Il secondo tipo di cooperazione, quella soft, riguarda gli àmbiti culturali, scientifici, sociali, i rapporti tra le comunità, i territori, le città. Il problema, tuttora aperto, tra la Cina e l’Ue è costruire un reale equilibrio tra queste due forme di cooperazione, promuovere iniziative integrate, perché entrambe hanno un valore essenziale per rapporti costruttivi, leali, pacifici tra le due realtà. Questi temi sono oggetto di grande attenzione da parte dell’Eurispes come è testimoniato, ad esempio, dalla collaborazione di un esperto del nostro Istituto con la China Foreign Affairs University di Pechino.

Il 2020 è il 50° anniversario dell’istituzione di relazioni diplomatiche tra Cina e Italia. I due paesi si sono uniti e si sono aiutati a vicenda nella lotta contro l’epidemia, ponendo solide basi per approfondire la cooperazione. Ha qualche suggerimento per la futura cooperazione pratica e la costruzione congiunta della “Via della Seta” tra i due paesi?
La “Via della Seta” deve unire e non dividere; per questo motivo è importante che il progetto sia condiviso da tutti i paesi attraversati, in particolare da tutti i paesi europei. È importante che i benefici di questa grande iniziativa siano equamente distribuiti tra tutte le aree interessate e tra i diversi strati della popolazione. La mia opinione, aggiungo, è che l’iniziativa della “Via della Seta” dovrebbe arricchirsi di ulteriori significati, culturali innanzitutto, per promuovere, sempre più, la conoscenza tra i popoli. A questo riguardo tra Cina e Italia esiste un patrimonio prezioso di esperienze che affonda nelle relazioni profonde costruite nei secoli passati. Secoli nei quali gli scambi economici sono sempre stati accompagnati da intensi scambi scientifici e culturali; anzi, spesso, lo scambio di valori “immateriali” ha costituito la spinta prevalente nelle relazioni tra Cina e Italia. Attualmente, i due paesi condividono gli impegni comuni di importanti piattaforme internazionali, come l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile. Il 50° anniversario delle nostre relazioni diplomatiche dovrebbe essere l’occasione per intensificare un lavoro di proposte e iniziative comuni in queste sedi. A questo fine, l’organizzazione e la inaugurazione di tavoli permanenti di confronto tra Cina e Italia sui problemi connessi alla sostenibilità della crescita, sarebbe un bel segnale positivo che tutti noi potremmo dare in questa importante occasione e proiettare come contributo comune a livello internazionale.

Il Dialogo tra la Prof.ssa Sun Yanhong e il Prof. Gian Maria Fara è disponibile anche in inglese
https://en.gmw.cn/2020-06/16/content_33916008.htm

 

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