Europee 2019. Salvini, un uomo (troppo) solo al comando

Ricominciare: questo è l’impegno cui sono chiamati il Paese e le sue rappresentanze politiche, a valle di una campagna elettorale che, come da copione, non si è occupata dei temi europei, e ancor meno di quelli di una tenuta economica e finanziaria che in autunno sarà – questa volta senza poter scantonare – obbligatoriamente al centro dell’attenzione pubblica.
Dopo la sbornia degli slogan e dei (finti) duelli, dopo la “logica di rinvii”, il redde rationem sarà la Legge di Stabilità, con la quale si dovrebbe rispondere ai mercati e alle regole di una Ue che, anche dopo il voto, si appresta a dimostrarsi tutt’altro che benevola.
Nel campionato della politica, che prende il testimone da quello calcistico appena concluso, i punti sono, per così dire, “a scalare”: si parte dal consenso ottenuto nei seggi, e si tenta di perderne il meno possibile lungo il percorso che porta ad una nuova consultazione, anticipata o meno che sia. Questo il compito che attende il vincitore assoluto delle europee, Matteo Salvini, che ha condotto il suo partito ex-secessionista a proporsi come “partito nazionale”, occupando in tutte le aree del Paese il primo o il secondo posto, con percentuali che oscillano da più del 40%, ad un minimo che solo in Campania (19,2%) scende sotto il 20%.

Quello del Capo della Lega e Ministro dell’Interno sarà un compito difficilissimo, perché a differenza dei mesi scorsi, non potrà “scaricare” sul socio oramai di minoranza le responsabilità di una situazione economica assai precaria e le contraddizioni tra il “voler essere” degli slogan e le concrete scelte politiche realizzabili. Una difficoltà ulteriore è rappresentata dal fatto che la sua indiscutibile capacità di leadership comunicazionale, che si è mostrata in grado di “aggregare” intorno alla sua figura platee di elettori vaste quanto eterogenee, non potrà che mostrare la corda quando necessariamente si dovrà passare dai temi “astratti” (sicurezza, lotta all’immigrazione, generica ostilità all’Europa, riduzione dell’“oppressione” fiscale), al potenziamento di un ordine pubblico che fa acqua, alla concreta gestione di centinaia di migliaia di “clandestini”, ad un confronto produttivo con i partner europei (senza il quale la Penisola rischia di staccarsi dal Continente e di andare alla deriva nel Mediterraneo), all’elaborazione di strumenti in grado di creare sviluppo economico reale che, però, tengano conto della situazione finanziaria del Paese.
Per questi motivi nelle prossime settimane e nei prossimi mesi Salvini sarà “un uomo solo al comando”, con l’altro Vicepresidente nel ruolo di gregario che, però, difficilmente gli passerà la borraccia o l’aspetterà in caso di foratura. Un leader che rischia di vedere eroso un consenso che solo in una parte del Paese, al Nord, è tendenzialmente omogeneo. Se infatti il Centro ha “flirtato” già da qualche anni con la Lega, il Sud lo ha “scoperto” sull’onda di una repentina (parziale) disillusione nei confronti dei Cinque Stelle. Le regioni meridionali del Paese negli ultimi decenni le hanno “provate tutte”, passando dalla monocultura berlusconiana al meticciamento con il Pd, per scoprirsi “grilline” nel 2013, e nel 2018 e, infine, dando vita con le europee appena passate ad uno strano condominio Lega-Cinque Stelle che ripropone paradossalmente, a livello territoriale, quello strano e instabile animale politico nato dal contratto di Governo giallo-verde.
L’analisi del voto, per quello che riguarda le maggiori forze politiche, segnala una Lega egemone al Centro-Nord e che insegue da vicino M5S al Sud e nelle Isole. Il Movimento guidato da Di Maio è terza forza a Centro-Nord e dovunque perde consensi rispetto al marzo dello scoro anno. Al Nord spesso non supera il 10%. Passando al Pd, la nuova Segreteria di Zingaretti nei mesi scorsi ha ricavato dalle amministrative un insperato certificato di “esistenza in vita”, e domenica ha manifestato sia nel voto europeo sia nelle comunali una notevole vitalità che lo ha portato ad occupare la seconda posizione del podio al Centro-Nord, e la terza al Sud e e nelle Isole. A valle di una campagna elettorale tutt’altro che scintillante, questi risultati con ogni probabilità sono da accreditare alla (provvisoria?) discesa del tasso di conflittualità interna e di autolesionismo correntizio. Ma, quello che appare più rilevante nel recente voto è la tenuta in molte medie e grandi città, anche nelle aree del Nord dove l’ondata salviniana è stata più forte. Incrociando i dati delle europee con quelle delle comunali, Il Pd si conferma prima forza (o riconquista questa posizione) a Milano, Torino, Genova, Bergamo, Bologna, Modena, Pesaro e, al Sud, a Bari e Lecce, oltre a tornare ad essere il primo partito nella Capitale.

Salvini, all’apice del successo, si dovrà dunque confrontare con la particolare volatilità del voto meridionale, con un elettorato alla disperata ricerca di qualcuno in grado di interpretare fattivamente le ricette per uscire da una atavica assenza di sviluppo. Appare difficile che la Lega, non più “padana”, per il semplice fatto di definirsi “salviniana” sia in grado di avanzare queste ricette. Sull’altro fronte, la tenuta del Pd e la sua vitalità nelle aree metropolitane possono rappresentare i presupposti per la rinascita di una politica bipolare che in qualche misura rianimi gli scenari di un confronto-scontro tra destra e sinistra. Il leader della Lega non nasconde di apprezzare l’esistenza dei “nemici”, interni od esterni che siano e, anzi, ha riproposto lo slogan “molti nemici, molto onore” che in molti casi lo ha portato a “inventare” nemici di comodo. Questa tecnica ha dato i suoi risultati, ma d’ora in poi dovrà andare in soffitta. Vedremo se e con che cosa sarà in grado di sostituirla.

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