Attualità

Ferruccio de Bortoli: “Il partito del tanto peggio, tanto meglio”

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Il Partito democratico? Accomodato ancora sulla poltrona del “tanto peggio tanto meglio”, senza un’analisi del perché gli italiani gli hanno voltato le spalle e di come fare per ricucire la sinistra. Il Governo “lega-stellato”? Ignora le regole, a cominciare dai vincoli del debito pubblico e si sta isolando dal resto d’Europa. Deve essere lo Stato a riconquistare le grandi infrastrutture? “No allo Stato padrone, sì allo Stato regolatore”.  Ferruccio de Bortoli, uno dei più noti e apprezzati opinion leader del Paese, risponde alle domande della nostra rivista. È stato per ben due volte direttore del Corriere della Sera (di cui è editorialista) dal 1997 al 2003 e dal 2009 al 2015, ed ha guidato Il Sole 24 ore dal 2005 al 2009. Tra le sue attività, quella di Presidente dell’associazione Vidas, che fornisce assistenza completa e gratuita ai malati terminali.

Di questa deriva populista che affligge il Paese, con ricadute razziste, il Pd, secondo lei, è esente da responsabilità? Perché non provare almeno a trattare con Di Maio, quando si fece avanti? 

È un punto su cui c’è ancora molto da chiarire. Dopo la lettera, pubblicata dal Corriere della Sera, in cui Luigi Di Maio apriva al Pd, fino a quali dettagli si arrivò per mettere in piedi un governo fra 5Stelle e Partito democratico? Secondo alcune ricostruzioni, si sarebbe giunti addirittura a definire una lista dei ministri. Lo scoglio è stato sul nome di alcuni di loro? La maggioranza del Partito democratico ha avvertito il rischio di dare troppo spazio alle sue minoranze, che con i 5Stelle avevano un rapporto più naturale? Oppure, ha prevalso il concetto che quello sarebbe stato un accordo improponibile, scandaloso, contro natura?

Ma non immaginava, la sinistra, che un’altra coalizione sarebbe stata al governo? 

Ha prevalso in alcuni esponenti la logica inaccettabile del “tanto peggio, tanto meglio”. Non si può dire: ci avete votato per stare all’opposizione. Gli elettori li hanno votati perché restassero al governo. La democrazia italiana ha bisogno di una opposizione forte. Una minoranza consapevole del suo ruolo in grado di rappresentare un’alternativa credibile, ma per farlo deve saper anche dialogare con le parti meno irragionevoli di questa maggioranza spuria. E invece non lo ha fatto e non lo fa. Perché non è stata aperta una seria riflessione interna, nel Pd, sulla perdita di consenso popolare dopo il voto di marzo? Il Partito democratico non ha più i suoi presidi locali, mentre Matteo Salvini, sguaiatamente e con provocazioni continue, ha, piaccia o no, un popolo dalla sua parte. Nutrito a volte di paure eccessive, come sugli immigrati. Con slogan che rivelano un pericoloso scivolamento verso uno Stato chiuso ed autoritario. Nemmeno sui social gli esponenti della sinistra cercano la costruzione ed il dialogo, ribattono solo raramente sulla sostanza dei problemi. A lungo hanno ostentato atteggiamenti tra il vanitoso e il litigioso, che trovo assurdi. Questo “ora tocca a loro, vediamo quello che sanno fare” rivela un istinto infantile. Come se non fossero stati compresi. La colpa è di chi non li ha votati e di chi li ha criticati.
 
Potrà essere Nicola Zingaretti, l’uomo della ricostruzione?

All’interno del Partito democratico ci sono varie personalità di levatura elevata. Ho letto ad esempio con molto interesse, su Repubblica, la lettera di Walter Veltroni che spiega il vicolo cieco che il Pd ha imboccato. Spiega come vada combattuta la nuova destra, non un generico populismo. Sarà il dibattito a far venire fuori il leader in grado di ridare anima ed unità alla sinistra. Ma quando ci sarà il congresso del Pd?

La tragedia del Ponte Morandi non suggerisce il principio che debba essere lo Stato a gestire direttamente le più importanti infrastrutture?

Non manca all’Italia lo Stato padrone, ma lo Stato regolatore. Le privatizzazioni, certamente in alcuni casi sbagliate, si resero urgenti per alleggerire il debito pubblico ed il debito dei grandi gruppi pubblici, aiutati ogni anno con i fondi di dotazione, cioè con i soldi di tutti i contribuenti. Le cessioni non sono state accompagnate da un adeguato sistema di controlli. Ed i privati in qualche caso si sono comportati da finanzieri spregiudicati, più raramente da industriali con un disegno di espansione e internazionalizzazione.  Occorreva creare delle Authority efficienti e dotate di poteri, che vigilassero sullo stato del bene ed anche sulle tariffe. Quella dei Trasporti, che ha sede a Torino, non si capisce bene se e come funzioni. Dopodiché, per il Ponte di Genova, le responsabilità del concessionario sono evidenti. Ma anche se avessimo i soldi per riportare in mano pubblica le autostrade, e non li abbiamo, nessuno ci dice che con Anas le cose andrebbero meglio. La vicenda della Salerno Reggio Calabria ce la siamo dimenticata?

Più che di megariforme, che mandano in crisi burocratica per anni un settore, l’Italia ha bisogno di manutenzione, di controlli, di interventi veloci ed efficaci per tentare di riagganciare la ripresa. È d’accordo?

Certamente. Senza contare che ci sono poi riforme che tutti danno per fatte, perché la legge è stata approvata, e che invece sono ancora al palo. Colpa anche dei media, che non le seguono con la dovuta attenzione. Penso ad esempio a quella, importante, del Terzo settore, varata dai governi Renzi e Gentiloni ed a tutt’oggi bloccata perché mancano i decreti attuativi. Abbiamo poi un grande bisogno di persone serie e competenti. Gli onesti sconosciuti senza esperienza possono fare più danni dei disonesti competenti. C’è una generale perdita di valori, un’irresponsabilità diffusa, e questo da molti anni, purtroppo. Non si parla quasi più di corruzione, di evasione fiscale, di regole da rispettare. Lo stato di diritto è messo in discussione, insieme alla nostra appartenenza europea, ogni giorno, con dichiarazioni poco responsabili che non fanno altro che far salire la diffidenza straniera e calare la fiducia degli investitori.

Quali regole, in particolare?

Quella del debito pubblico, ad esempio. Sembra a tutti che questo non sia un poderoso vincolo per l’Italia, e che ogni traguardo sia possibile. Lo si chiama “debito storico” per attribuirne ad altre generazioni la responsabilità, e sentirci così più liberi. E non è irresponsabile da parte del governo “lega-stellato” proporre la pace fiscale, dando uno schiaffo a tutti i contribuenti onesti, ed indebolendo così le strutture che consentono allo Stato di restare in piedi? E poi le regole europee: disattendere quella delle quote latte, una medaglia che la Lega si cucì al petto, ci costò 4 miliardi di euro, ovvero quanto un gettito annuale dell’Imu prima casa.

Ci sarebbe anche la regola di ripartire equamente i richiedenti asilo.

Ma che possibilità hai di spuntarla, se vai ad allearti con i Paesi di Visegrad, che non vogliono nemmeno un migrante? Più in generale il governo Conte sta ottenendo il bel risultato di isolarsi dal resto d’Europa.

Secondo l’Eurispes, il 71 per cento degli italiani sovrastima gli immigrati. Secondo dati Ipsos, appena diffusi dal Corriere della Sera, siamo il popolo europeo con la percezione della realtà più sballata. Da cosa dipende tutto questo?

Ci sono delle responsabilità, da parte del mondo dell’informazione, ma più in generale c’è un autentico “discorso di verità”, che sfugge agli italiani. Troppe promesse che non si possono mantenere, l’illusione di ridurre le tasse in deficit senza il coraggio di tagliare la spesa, di combattere lobby e corporazioni. Battaglia che non porta avanti nemmeno il nuovo Governo, se non a parole. Aggiungerei che siamo il popolo che parla peggio di sè stesso, laddove i russi sono quelli che parlano meglio, secondo i dati di Reputation Talk. È un vizio, questo, radicato in particolare nella nostra classe dirigente, che poi magari manda i soldi ed i figli all’estero. Dobbiamo essere più seri e responsabili verso le nuove generazioni, farci carico delle nostre responsabilità, riscoprire il bene comune, l’importanza della solidarietà e del capitale sociale. Meno male che c’è un diffuso volontariato. La saggezza popolare è alta: forse, al momento del voto, che molti ritengono purtroppo inutile, un po’ meno.

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