Guerra in Libia. Del Sette: “Toccherebbe all’Italia muoversi per prima”

Seppure in parte attenuata dalla prevalente attenzione dei media nostrani ai fatti e alle polemiche politiche pre-elettorali interne, sfuggono a pochi la conoscenza delle vicende quotidiane dell’ennesimo conflitto interno libico e le preoccupazioni che giornalisti ed esperti, politici, giustamente manifestano in merito ai possibili effetti negativi per l’economia, le disponibilità energetiche, l’immigrazione clandestina e la sicurezza nel nostro Paese.
Per l’economia e per le disponibilità energetiche, in ragione dei danni che potrebbero causare alle attività estrattive dell’Eni e, quindi, alla continuità dei flussi di petrolio e di gas diretti in Italia.
Per l’immigrazione e per la sicurezza, a causa del concreto rischio di una massiccia ripresa dell’immigrazione illegale via mare, espressamente evocato nei giorni scorsi, dalle dichiarazioni di una delle due parti libiche in conflitto, sul numero impressionante di profughi trattenuti in quel paese e pronti a partire verso le nostre coste se dovesse venir meno il controllo sui campi (“di detenzione”, come li ha chiamati anche Papa Francesco, luoghi nei quali il rispetto dei diritti umani non è certo una priorità) in cui essi sono ammassati, clandestini tra i quali potrebbero celarsi terroristi islamici intenzionati a compiere attentati in Italia e in Europa.
Il dramma che la Libia sta vivendo in questi giorni (la sua terza guerra civile), è una fase di un conflitto interno in realtà mai cessato da otto anni a questa parte, dai moti che nel 2011 hanno determinato la fine del quarantennale regime di M’Ammar Gheddafi.
Con la caduta e l’uccisione di Gheddafi, la Libia, infatti, è piombata in una situazione di cronica instabilità che alterna periodi di confronto a bassa intensità ad altri di vero e proprio scontro armato tra bande e milizie.
Ed è un conflitto ad alta intensità quello in atto dal 4 aprile scorso, quando l’autoproclamato Esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar, signore di Bengasi e della Cirenaica, dopo aver conquistato la regione meridionale del Fezzan con i suoi pozzi estrattivi, ha mosso verso Tripoli, alla conquista della capitale e della terza e ultima regione del paese, la Tripolitania, con l’obiettivo dichiarato di portare a compimento la lotta contro il terrorismo.
Un’iniziativa che ha colto di sorpresa molti, dentro e fuori il paese, dopo l’incontro di Palermo dello scorso anno e alla vigilia di quello che era in programma nella città libica di Gadames, al confine con Tunisia ed Algeria, nel quale i rappresentanti delle parti in lotta avrebbero dovuto confrontarsi per trovare un accordo, auspice l’Onu, deporre le armi e avviare la Libia finalmente a un percorso di stabilizzazione.
Una conquista, quella della Tripolitania, che si sta rivelando per Haftar e i suoi danti causa più difficile di quanto probabilmente previsto per la dura reazione opposta finora dalle forze che sostengono il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj insediato a Tripoli, ad iniziare dalle milizie della vicina città di Misurata (di fatto oggi una “città Stato”), tra le più attive negli scontri che stanno dilaniando la Libia e portando allo stremo la sua popolazione.
Scontri che hanno provocato migliaia di morti e feriti e centinaia di migliaia di profughi in Tunisia, danni miliardari alle infrastrutture per le distruzioni belliche e all’economia per le mancate estrazioni di greggio e gas, cui ogni giorno se ne vanno aggiungendo, da quel 2011 che ha segnato un passaggio storico per i paesi africani rivieraschi del Mediterraneo.
In tutti gli altri paesi ‒ il monarchico Marocco e le Repubbliche di Algeria, Tunisia ed Egitto ‒ ai moti di piazza delle “Primavere arabe”, mai divenuti scontri armati tra opposte fazioni, sono seguiti governi unitari che, seppure con modalità e tempi diversi (anche il passaggio per un pronunciamento militare in Egitto), hanno avviato migliori condizioni di vita per la popolazione e dato stabilità e sicurezza interna e affidabilità internazionale.
Così non è stato per la Libia, che pure è, tra i cinque, il paese con minor numero di abitanti, nella quale le manifestazioni popolari iniziate a Bengasi nel febbraio di quell’anno sono degenerate in una guerra civile risoltasi nell’autunno con la vittoria delle fazioni contrarie a Gheddafi (brutalmente ucciso mentre fuggiva) grazie all’intervento militare della Francia, sostenuto dagli Usa e da altri paesi, tra i quali, seppure riluttante, il nostro, che con il rais aveva stipulato diversi accordi a partire dal 2008 per assicurarsi flussi energetici e l’impedimento dell’immigrazione incontrollata.
Una prima guerra civile, seguita da una seconda nel 2014, conclusa con un accordo mediato dall’Onu, con l’Italia in prima fila; c’è stata poi l’elezione di un Parlamento, però confinato a Tobruc, in Cirenaica, per insorti contrasti intertribali che hanno determinato nuova instabilità e l’ulteriore intervento dell’Onu della fine del 2015 per la costituzione del Governo di Accordo Nazionale presieduto dall’ingegnere al-Sarraj.
L’anno 2015 e il seguente hanno registrato la guerra, condotta vittoriosamente soprattutto dalle forze di Haftar, contro le milizie islamiste legate all’Isis che avevano occupato le città di Derna e Sirte, giungendo fino a Bengasi e suscitando la preoccupazione che in quelle aeree, dichiarate parte del sedicente Califfato di al-Baghdadi (dato per morto e oggi redivivo) potessero riparare anche i terroristi in fuga da Siria ed Iraq.
Una situazione di crisi di lunga durata e con forti implicazioni sul piano internazionale, alla quale non potevano rimanere, e non sono rimasti, estranei altri paesi dell’area mediterranea e di quella mediorientale, oltre alle potenze mondiali e regionali, così come è stato per i conflitti che hanno dilaniato e continuano a funestare l’Iraq, la Siria, lo Yemen e per la questione palestinese (i quali registrano come ulteriore protagonista lo sciita Iran).
Sono dalla parte di Haftar l’Egitto (confinante con la Cirenaica per 1.200 Km), gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, nemici dichiarati dei “Fratelli musulmani”, che in Libia combattono per al-Sarraj; sono dalla parte di quest’ultimo il Qatar e la Turchia, sostenitori di quella stessa setta radicale sunnita che in Egitto, dov’è nata nel secondo dopoguerra, aveva ottenuto nel 2012 la maggioranza alle urne e il Governo di Mohammad Morsi, cui ha posto fine, l’anno seguente, l’allora generale e oggi Presidente Abd al-Fattah al-Sisi. Ciascuno di essi appoggia apertamente, con armi e rifornimenti, le milizie del proprio partner libico, che a sua volta denuncia il sostegno dato al nemico.
Seguono in seconda fila la Russia, storico protagonista degli avvenimenti dell’area mediterranea dai tempi del blitz anglo-francese sul Canale di Suez nel 1956, e, in modo meno palese (e in difformità con la Ue), la Francia, dalla parte del generale cirenaico; mentre si sono ripetutamente pronunciati a favore del Presidente al-Sarraj l’Onu e la Ue, invitando, fin dai primi giorni, Haftar a desistere dall’attacco e tornare al tavolo delle trattative. Gli Usa hanno esordito dalla parte di al-Sarraj e del suo governo, da essi stessi a suo tempo voluti, per poi riposizionarsi con una telefonata di Trump ad Haftar (che, peraltro, è lì vissuto per vent’anni dopo essere fuggito da Gheddafi, alla cui corte aveva fatto carriera, e tuttora ha la famiglia in Virginia), sempre però rimanendo defilati.

E l’Italia? È senz’altro la nazione occidentale più interessata alle vicende libiche, per retaggio storico (il colonialismo giolittiano e quello fascista), per rapporti economici tornati ad essere privilegiati da molti anni dopo la cacciata degli italiani da parte di Gheddafi nel 1970, e per la posizione geografica (il nostro è il Paese più profondamente calato nel Mediterraneo, già “Mare nostrum” degli antichi romani, col quale confina su tre lati, e quindi più esposto all’immigrazione proveniente dalle coste nord-africane).
Ha decisamente sostenuto la legittimità del Governo di Tripoli, in linea con la posizione Onu e Ue (che ha attivamente contribuito a definire), fino a qualche giorno fa, quando, dopo un vis a vis con la Francia da parte dei Ministri degli Esteri, il Presidente del Consiglio, Conte, a margine degli incontri avuti a Pechino con al-Sisi e Putin, ha delineato per l’Italia un apparente cambio di prospettiva. Una posizione più equidistante tra i due protagonisti dell’attuale conflitto, a favore del popolo libico, con una dichiarazione in conferenza stampa cui ha fatto seguito l’offerta di una nuova missione sanitaria a Bengasi, dopo le sollecitazioni dell’esercito di Haftar a chiudere l’ospedale militare da campo e a disporre il ritiro del contingente di 400 unità presenti a Misurata nell’ambito della missione di supporto sanitario e umanitario e tecnico-manutentivo a favore delle Guardia Costiera libica (dotata di nostre motovedette dismesse) riconfigurata lo scorso anno. Parole e iniziativa, quelle italiane, che sono state apertamente criticate da al-Serraj come un riposizionamento tatticistico, foriero di possibili riflessi negativi per l’Italia.

Che cosa fare a questo punto per fermare il confronto in armi – che peraltro in questi giorni ristagna sul campo tra scaramucce, accuse e dichiarazioni contrapposte che rischiano di deteriorare ulteriormente la situazione sul piano interno e internazionale – e avviare un nuovo percorso realmente capace di porre fine alle sofferenze della popolazione e dei profughi provenienti dal Centro Africa e dal Medio Oriente trattenuti in Libia?
Difficile da dire e ancor più da fare. Toccherebbe probabilmente all’Italia muoversi per prima sul piano diplomatico e in ogni direzione, in coerenza ma in modo più determinato rispetto a quanto fatto finora, per riconquistare il ruolo centrale che le era stato già riconosciuto e dare nuovo vigore all’intervento dell’Onu e della Ue (di fatto attualmente in ombra e inascoltati) e con essi indurre a miglior consiglio le parti contrapposte. Questo, dopo aver convinto i rispettivi Stati protettori di prima e di seconda fila (potenze mondiali comprese) a togliere ogni sostegno armato alle decine e decine di milizie e bande che alimentano i combattimenti e ad adoperarsi concretamente (ed economicamente) per una soluzione quanto più possibile condivisa e pacifica della lunga crisi libica, che porti ad un governo davvero unitario, stabile, solo gestore della forza in quel paese, nell’interesse di tutti.
Una strada in salita certamente, ma forse l’unica in grado di salvaguardare, insieme, prestigio internazionale e interessi nazionali dell’Italia e contemporaneamente avviare un percorso di pacificazione, stabilizzazione, rispetto dei diritti umani e democrazia in Libia; di preservare l’area dall’ulteriore attecchimento dell’ideologia e del terrorismo jihadista in un prossimo futuro, in cui il pericolo potrebbe crescere per il possibile arrivo di foreign fighters magrebini e d’altra origine altrove sconfitti. Il “corridoio umanitario”, che ha appena portato in Italia dalla Libia 147 richiedenti asilo, può essere un primo passo in questa direzione. Un passo che dovrebbe essere seguito da altri, altrettanto decisi e fattivi, convincenti.

Il Generale Tullio Del Sette è il Presidente dell’Osservatorio sulla Sicurezza dell’Eurispes

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