Il peso del Covid sugli eccessi della movida

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Il Paese prova a liberarsi dal peso sociale e morale del Covid. Ma la protagonista assoluta della prima estate dopo il confinamento, è lei, la movida giovanile: appariscente e disturbante, invade locali, piazze, strade; diventa rumorosa, selvaggia, persino violenta. Si assiste ad un eccesso di esuberanza e sfrontatezza che sfocia spesso in atti di violenza.
I luoghi di ritrovo sono presi d’assalto e fiumi di giovani si riversano fuori casa, nonostante gli obblighi di distanziamento. Basta poco perché la serata degeneri; confusione, risse, aggressioni, scaramucce contro la polizia che fatica a riportare la calma.
Non è solo questione di cattiva educazione e chiasso: schiamazzi sui sagrati delle chiese, bisogni fisiologici vicino ai portoni, lanci di oggetti contro le finestre di chi protesta. C’è anche questa, la baldoria eccessiva che disturba i residenti, ma soprattutto il problema è la violenza così diffusa.
Sembra che ogni pretesto sia buono per scaldare gli animi, e quando proprio non c’è, lo si va a cercare. Qualcosa per menare le mani. Non importa contro chi, e perché. È una violenza senza obiettivi, e priva di scopi, quella che caratterizza certe notti d’estate. Sempre banali i motivi: l’alcol, i litigi sciocchi.
Il divertimento degenera, e sono inutili le contromisure, come le limitazioni orarie nella vendita degli alcolici e la presenza intensificata delle Forze dell’ordine. Non fanno presa le esortazioni a ricordare il pericolo rimasto tra noi, gli inviti a tenere comportamenti civili.
È come se ci fosse una spinta irrefrenabile a trasgredire: il timore di prima, di colpo, è sostituito da un’audacia insensata ed emerge il desiderio di superare i limiti, di eccedere nello sballo, complici la notte e i fumi dell’alcol, sino allo sfogo violento. Impossibile non collegare questo fenomeno al trauma collettivo vissuto con il confinamento in casa, se non altro per ragioni temporali. L’uno si manifesta subito dopo l’altro, certo; ma c’è anche un rapporto di causa ed effetto?
Quanti, interrogandosi sul ritorno alla normalità e scommettendo su previsioni ottimistiche, hanno motivo di preoccuparsi: che cosa accade ai giovani? Qual è il significato di certe azioni? Le degenerazioni, che per fortuna coinvolgono solo una parte, sono un messaggio lanciato alla società tutta.
Ci eravamo forse illusi che, negli strani mesi alle spalle, non ci fossero solo paure e incognite, ma anche squarci di luce, novità positive: la riscoperta dei sentimenti, la cura degli interessi essenziali, la vitalità dell’esistenza una volta filtrate le cose inutili.
Poteva sembrare che il tormento, più diffuso tra le nuove generazioni, fosse entrato in modalità pausa. La prova di coesione e solidarietà alla quale controvoglia siamo stati sottoposti aveva coinvolto anche loro, i giovani, di solito inquieti e insoddisfatti: sono apparsi convinti anche loro della necessità di seguire le regole in nome di un interesse più generale. Vedendoli suonare le canzoni sui balconi, sentendo la loro voce nel web, erano sembrati preoccupati, certo, riguardo al futuro, ma insolitamente sereni, convinti di potercela fare, una volta finita l’emergenza.
Il fuoco però covava e le prime tracce sono riemerse appena si è aperta la Fase 2, ed è stato possibile uscire di casa. Il mondo giovanile era probabilmente il più esposto alla tensione, perché proprio per esso la limitazione della libertà ha rappresentato un sacrificio più intenso: troppo frettoloso il passaggio dalla normalità di prima alla condizione di reclusi per assimilare il nuovo. È stato difficile per gli adulti, figuriamoci per i giovani.
La trasgressione fine a se stessa, esacerbata, debordante, sembra a prima vista la conseguenza immediata della fatica vissuta, la reazione regressiva all’isolamento. Un effetto forse della mancata elaborazione del sacrificio, come se fosse stato tollerato ma non accettato sino in fondo.
Ma forse occorre anche andare più in là, oltre questa lettura e provare a scorgere il messaggio più profondo che questi comportamenti trasmettono, a prescindere dalla connessione con i tempi. La società intera sperimenta ogni giorno un vuoto di senso, una mancanza così lacerante da impedire di guardare al futuro con ragionevole serenità: è forse questa la condizione più propria di tanti giovani, come del resto di tanti adulti.
In particolare, le generazioni più giovani soffrono in modo profondo questa condizione. Il lockdown ha come mostrato il baratro sul quale eravamo affacciati senza esserne consapevoli, distratti e storditi dalle cose di ogni giorno. Il silenzio di quei giorni ha rivelato il vuoto della mancanza di speranza, e il limite di una solitudine senza via di uscita. Non sorprende che tanti, riportati bruscamente alla realtà, abbiano reagito oltre misura. Le talpe, autorizzate ad uscire dal cunicolo e a rivedere la luce, si sono subito scatenate.
Le manifestazioni violente alla fine rimandano una sensazione di fallimento: se sono intrinsecamente prive di logica, non più sensato deve apparire il mondo che si va delineando sulle ceneri delle vecchie promesse, le ideologie e filosofie del secolo scorso.
Serve d’urgenza qualcosa che possa dare una mano a quei giovani, venendo incontro a tutta la società, anch’essa in cerca di un orizzonte di senso.
A lenire la paura che accompagna il futuro, potrebbero tornare utili antiche qualità, come l’intelligenza che indica il percorso e, da ultimo, aiuta a comprendere l’infinito. Oppure l’etica, che insegna il potere liberatorio, non solo sacrificale, del dovere. E, perché no? L’arte, che rende lievi le fatiche regalando il fascino della bellezza. Chissà se basteranno questi rimedi o se occorrerà anche altro, qualcosa che ora sfugge e che magari non è neppure lontano.
Dov’è finita per esempio la realtà, fatta di carne e di sentimenti, spesso dimenticata a vantaggio dell’apparenza, suggestiva e così simile al non-esistente? Quei frammenti di umanità, che pure durante i mesi trascorsi era sembrato a molti di recuperare, da che erano smarriti?
Lo sguardo di un parente, la parola di un amico, il gesto sconosciuto che sapeva di fraternità; perfino il dolore, che prima, sterilizzato dalle giornate qualsiasi, aveva un senso diverso. Tutto ciò che, in fondo, insieme alla paura e all’incertezza, sperimentate sino all’estremo, ha fatto ritrovare il tempo perduto, dando alla libertà sacrificata il senso – rigenerante – di un gesto di solidarietà.

* Angelo Perrone, giurista, è stato pubblico ministero e giudice. Cura percorsi professionali formativi, si interessa prevalentemente di diritto penale, politiche per la giustizia, diritti civili e gestione delle Istituzioni. Autore di saggi, articoli e monografie. Ha collaborato e collabora con testate cartacee (La Nazione, Il Tirreno) e on line (La Voce di New York, Critica Liberale). Ha fondato e dirige Pagine letterarie, rivista on line di cultura, arte, fotografia.

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