Il Presidente dell’Enpam, Alberto Oliveti, all’Eurispes: “Per la Sanità è l’ora dei professionisti”

Videointervista ad Alberto Oliveti, Presidente dell’Enpam, Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri.

Tra pubblico e privato vince il professionalismo. Dopo la pandemia largo a chi sa fare

 

Presidente Oliveti, se da medico dovesse misurare la temperatura al corpo malato della Sanità italiana, il termometro cosa segnerebbe?

Segnerebbe, al di là dell’aumento del rialzo termico determinato dall’impatto del Covid-19, l’esistenza di una febbricola persistente, alla quale per crisi si aggiungono dei picchi riferibili all’impatto pandemico.

 


«Il Sistema Sanitario Nazionale – ha detto Lei tempo fa – non può essere governato dal dirigismo statalista o dal managerialismo stile aziendale». Qual è la terza via secondo Lei?

Certo, non può essere l’apertura ad un mercato indiscriminato, quindi una regolazione ci vuole. È necessaria, ma non può essere una regolazione su una visione non tecnica, non professionale. Il professionalismo, secondo me, è un elemento che si aggiunge, non sostitutivo, ma indispensabile per complementare un insieme che possa garantire il buon funzionamento delle tre macro aree del Sistema Sanitario (ospedaliera, territoriale e della medicina pubblica) che devono essere gestite con riferimento all’azione pubblicistica propria dei professionisti che la esercitano e che devono rispondere ad una esigenza di rango costituzionale – d’altro canto, vi è bisogno di una funzione manageriale che permetta poi che i “conti tornino” –; ma a permeare questo, ci vuole la visione professionale che è quella finalizzata alla promozione e alla tutela della salute e non soltanto quella volta al ritorno dei conti. I conti sono una sub-funzione dell’esigenza di rispondere effettivamente, con efficienza ed efficacia, alla salute, ove per efficienza si intende l’efficacia del buon risultato riferito ai crismi scientifici delle evidenze, fratto il costo necessario da mettere sul piatto. Quindi il rapporto costo/beneficio, da un lato, e il rapporto costo/opportunità, dall’altro, per raggiungere un obiettivo di rango costituzionale per merito di professionisti, cioè di operatori (prevalentemente intellettuali) che devono garantire promozione e tutela della salute.

 

 

Quindi, secondo Lei, la struttura pubblica e quella privata si possono integrare? Come possono fare sistema?

Lo Stato, che si pone la questione di adottare un servizio in funzione di tutela di un diritto di rango costituzionale più che individuale, quindi di interesse collettivo – la salute, per intenderci – non necessariamente deve erogare i servizi. Lo Stato può, mediante l’acquisto di alcuni servizi, importanti e prioritari e quindi appropriati, approvvigionarsene attraverso l’utilizzo di un erogatore privato. L’importante è però che i servizi siano essenziali e consoni all’obiettivo che lo Stato intende raggiungere.

 

 

Alcuni medici hanno denunciato che, complice l’emergenza Covid-19, è stata smantellata la medicina territoriale. È una tesi credibile?

Non credo che l’emergenza Covid abbia smantellato la medicina territoriale. L’emergenza Covid e l’impatto importante che essa ha avuto sugli ospedali – dalle terapie intensive, alle sub-intensive, ai reparti ordinari –ha evidenziato come non possa essere soltanto la cura ospedaliera, cioè di secondo livello o di livello accentuato nel campo dell’emergenza, la risposta a situazioni pandemiche. Ci vuole un livello territoriale che permetta di affrontare quante più patologie possibili in sicurezza e in garanzia, quanto più prossima alla vita del cittadino, a partire dalla casa e a salire fino ai livelli territoriali.

 

 

La tecnologia, in particolare la telemedicina, sarà decisiva per lo sviluppo della Sanità?

Credo proprio di sì, le varie declinazioni della telemedicina – che vanno dalla telediagnosi, al teleconsulto, al telemonitoraggio, fino ad arrivare, addirittura, alla telechirurgia – saranno fondamentali. Sono strumenti di assistenza e di amplificazione delle potenzialità del medico. Questi strumenti potranno trovare una giusta espressione sia sul territorio, sia negli ospedali, sia nell’ambito dell’alveo della medicina collettiva pubblica, purché integrati in un sistema rete, in una visione globale di promozione e tutela della salute.

 

Che cosa avete fatto, come ENPAM, nel periodo della pandemia per sostenere medici e odontoiatri che hanno subìto la crisi?

La Fondazione ENPAM ha lo scopo di tutelare un altro diritto costituzionale, quello alla pensione e all’assistenza, per cui abbiamo cercato di tutelare, in un sistema di assistenza al bisogno, coloro che avevano appunto bisogno. Quindi, abbiamo messo in campo tutta una serie di interventi per sollevare i colleghi in difficoltà, oltre ad aver assicurato interventi di tipo più tecnico – ritardare la riscossione dei contributi, per non pesare sulle tasche degli iscritti, adottare delle indennità di supporto al lavoro (ad esempio, l’esperienza, di nostra iniziativa, dei mille euro al mese per tre mesi ai liberi professionisti), o aver anticipato i soldi dell’intervento pubblico dopo aver caldeggiato lo stesso, inizialmente non previsto per i liberi professionisti. Inoltre, siamo intervenuti definendo indennità di quarantena, indennità di contagiati e vari tipi di altri interventi, compreso quello che non avremmo mai voluto fare: sostenere le spese funerarie per i nostri iscritti – purtroppo deceduti in ampia misura – e tutelare con dei benefici previdenziali i familiari superstiti dei colleghi deceduti, troppi, e purtroppo in numero ancora in crescita.

 

 

Nella gestione della Sanità la pandemia ha messo a nudo un dualismo inutile, forse, e odioso fra Stato e Regioni. Come si supera?

Intanto definendo chi fa che cosa. E sappiamo che, invece, la concomitanza della possibilità di fare, in certi momenti, ha ingenerato dei malintesi, i quali in ogni caso sono stati amplificati in maniera devastante dal fatto che l’epidemia è stata violenta, imprevedibile per un verso e, forse, anche inattesa dall’altro. Purtroppo l’Italia ha pagato la mancanza di un piano pandemico; eppure, fin dagli inizi del Duemila si sapeva e si doveva programmare un piano pandemico corretto. Un piano pandemico di fronte a impatti improvvisi prevederebbe l’assoluta messa in sicurezza degli operatori, cosa che non c’è stata, la protezione totale, ma anche l’isolamento degli affetti, fino a che non fossero state chiare le modalità di trasmissione dell’agente infettante e, fino a che non fosse stato chiaro questo meccanismo; inoltre, tutte le procedure di distanziamento e di prevenzione corrette. Questo non è stato fatto in maniera rapida, se pensiamo alla diatriba sulle mascherine (FFP2, FFP3, mascherine chirurgiche e via dicendo), o alle procedure di distanziamento, o a quelle di lockdown. Adesso ci troviamo di fronte ad un impatto micidiale tra un’esigenza sanitaria e un’esigenza economica, che poi ha dei risvolti sociali e psicologici devastanti, quindi andiamo a cercare di fare il giusto, non troppo, ma nemmeno poco. Purtroppo, dobbiamo andare ad una regolazione riferita alla disponibilità di dati sempre aggiornati e specifici, appropriati per poter regolare finemente le leve fra l’apertura e la chiusura, tra l’esigenza di non affossare il mondo economico e sociale nazionale e, nello stesso tempo, garantire i cittadini.

 

 

Le chiedo un titolo ed un sottotitolo. L’Italia divisa per colori: ha funzionato finora?

È un tentativo della regolazione fine. Bisogna dire, lo si vede anche dal dibattito, che purtroppo stiamo scontando anche la mancanza di un sistema unico di rilevazione dei dati e una chiara definizione delle priorità di quali siano i dati più importanti. I dibattiti interminabili ai quali stiamo assistendo sui vari media dimostrano come, a questo punto, non sia stata fatta una corretta gerarchia delle priorità anche in termini di dati. Tutto questo ci deve insegnare che dobbiamo utilizzare la digitalizzazione: va in questo senso il Recovery Plan, per cercare di ottenere un plateau di dati che ci permetta di tenere in costante monitoraggio le situazioni; in questo modo, anche la dicotomia Stato/Regioni potrebbe nutrirsi di dati almeno omogenei riferiti alle esigenze reali del territorio.

 

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