Sicurezza

“Il terrorismo è puro teatro”. La potenza di una guerra psicologica

Terrorism is about psychology… It is about making ordinary people feel vulnerable, anxious, confused, uncertain, and helpless (Philip Zimbardo, 2003).

Il terrorismo produce morte, devastazione e ferite gravissime, ma il suo fine ultimo è psicologico, ed è quello di creare un clima di paura, incertezza e di vulnerabilità. Questa paura non si sviluppa solo in coloro che fanno esperienza diretta di un attacco terroristico, ma si diffonde nelle famiglie delle vittime, dei sopravvissuti, e fra coloro che vengono esposti alle immagini video trasmesse.

Ne “L’Arte della Guerra”, Sun Tzu suggerisce “Uccidine uno, spaventane diecimila”. Come molti studi hanno confermato, questa tattica funziona. Paradigmatico è il caso dell’attacco dell’11 settembre avvenuto a New York, quando l’intera nazione sperimentò livelli di stress abnomi.

Si tratta di un effetto che i pianificatori di morte conoscono bene, così come sanno che colpire in circostanze di normale vita quotidiana moltiplica la sensazione di impotenza e imprevedibilità dell’attacco. L’utilizzo, poi, dei così detti “lupi solitari”, di personaggi della porta accanto fino a quel momento spesso insospettabili, accentua la diffusione della paura durante il quotidiano.

In sostanza, più che al numero delle vittime, i pianificatori delle azioni terroristiche sono interessati allo scatenamento di quei meccanismi ancestrali con cui il nostro cervello reagisce alla percezione di una condizione di grave pericolo e che sono in grado di condizionare la reazione di chi si sente sotto attacco.

Quando abbiamo paura, le strutture più evolute dell’encefalo, quelle della corteccia frontale, letteralmente si spengono. La paura crea un corto circuito nel cervello, ed è questo quello su cui contano i terroristi.

Il nostro cervello è provvisto di componenti arcaiche che rispondo alla paura e al pericolo in maniera automatica, provocando l’immissione nell’organismo di ormoni che servono ad affrontare il pericolo ma che, allo stesso tempo, possono danneggiare il funzionamento della mente e, di conseguenza, il nostro comportamento.

Quando il cervello percepisce una minaccia, cambia il modo in cui elabora le informazioni. Normalmente esse vengono elaborate attraverso strutture poste lungo un circuito che passa attraverso la corteccia orbito-frontale, quella che ci consente di elaborare, valutare e integrare le informazioni in modo coerente e logico, e di scegliere il comportamento più adeguato ad affrontare una situazione di pericolo. È questo il circuito che il terrore paralizza, lasciando il campo a strutture cerebrali arcaiche che rispondono alla paura automaticamente, attraverso il sistema nervoso autonomo, che regola le reazioni corporee involontarie, e in particolare, del sistema simpatico, che ha il compito di attivare le risposte di sopravvivenza alle minacce percepite; le ghiandole surrenali secernono gli ormoni dello stress  (adrenalina, noradrenalina, cortisolo), il battito cardiaco aumenta, i muscoli si contraggono, le pupille si dilatano e il respiro si fa più profondo e rapido. Il volume sistolico del cuore e la sua frequenza aumentano, così anche la pressione sanguigna.

È stato Joseph LeDoux a chiarire la presenza nel cervello di strutture sottocorticali (una delle quali è l’amigdala) depositarie della capacità innata di reagire inconsciamente agli stimoli qualificandoli emotivamente. L’amigdala interagisce con l’ipotalamo, e quindi con il sistema simpatico, con l’ippocampo, sede delle memorie personali implicite, e la corteccia prefrontale, che partecipa nel portare l’emozione a livello cosciente.

Per LeDoux, l’emozionalità sotterranea è in gran parte riconducibile a dispositivi automatici ereditati filogeneticamente. La corteccia pre-frontale rappresenta una sorta di sistema di regolazione delle emozioni automatiche della paura. Qui vengono integrate tutte le informazioni sensoriali, emozionali, culturali e personali per calibrare un piano d’azione appropriato ai bisogni e al contesto della situazione che ci si presenta. Ma l’interpretazione emotiva precede e può inibire quella cognitivo-razionale.

Ed è questo che vogliono i terroristi, vogliono che si abbia paura di loro al punto da percepirli come esseri onnipotenti, incontrollabili e imprevedibili oltre ogni logica.

Anche gli effetti degli attacchi multipli sulla popolazione sono calcolati. Gli attacchi multipli aumentano ulteriormente il livello di terrore psicologico al punto di annullare anche le reazioni emotive.

Eric Hollander, professore di psichiatria presso la Scuola di Medicina Montefiore/Albert Einstein di New York ha detto: “Se osservate il video dell’attacco a Bruxelles, dopo la prima bomba la gente gridava terrorizzata. Ma quando esplose la seconda bomba, il silenzio era assoluto. Era come se le persone si fossero spente, psicologicamente disabilitate”.

A questo va aggiunto che i media, ripetendo incessantemente per giorni le immagini e i suoni degli attacchi, non fanno che massimizzarne l’impatto, mantenendo nelle persone lo stato di ansia anche quando l’immediato pericolo sia passato.

John Horgan, esperto di terrorismo, condivide l’opinione che si tratti di pura guerra psicologica: “i terroristi non vogliono solo spaventarci e costringerci a reagire, essi vogliono essere costantemente presenti nelle nostre coscienze e farci credere che non c’è nulla che essi non possano fare”. E anche questo ha un obiettivo psicologico finale: fare in modo che la gente si arrenda.

Il terrorismo è violenza politica calcolata e premeditata per avere il massimo effetto su coloro che non vengono toccati dai veri e propri attacchi . Brian Jenkins, esperto di terrorismo e sicurezza dei trasporti, pone la questione in termini molto semplici: “il terrorismo è puro teatro”.

 

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